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domenica 6 dicembre 2015

Stati Uniti e Russia vogliono una risoluzione Onu per colpire l’economia del Califfo

(Pubblicato su Formiche)

Il New York Times scrive che gli Stati Uniti e la Russia stanno lavorando insieme ad una risoluzione Onu con cui il Consiglio di Sicurezza intende andare a colpire le entrate economiche dello Stato islamico. Washington è presidente di turno del Consiglio, e starebbe sfruttando il momento per chiudere la risoluzione e renderla operativa in fretta, visto che la precedente, studiata a febbraio, non ha funzionato granché (tra le lamentele russe): una riunione straordinaria del UNSC sarebbe in programma già per il 17 dicembre, sarà presieduta dal segretario al Tesoro americano, Jacob J. Lew e vi dovrebbero partecipare anche i ministri delle finanze dei 15 membri del Consiglio di Sicurezza. Lew sostiene che il nuovo intervento sarà “più preciso e più dettagliato”.

GLI OBIETTIVI: L’ECONOMIA DEL CALIFFO

Le entrate economiche del Califfato, sono già più o meno note, e sono una delle principali caratteristiche di differenziazione tra i baghdadisti e ogni altra organizzazione jihadista: l’Isis ha una propria economia. Il giro, stimato, raggiunge il miliardo di dollari l’anno: soldi che il Califfo impiega per finanziare le proprie missioni militari, componente centrale nell’ideologia del Califfato, e per mantenere in piedi la macchina amministrativa nei territorio che controlla.

Il petrolio, in primis. La fonte primaria è il commercio di petrolio (pare porti introiti per 500 milioni di dollari), tornato ultimamente al centro delle cronache dopo che la Russia ha accusata la Turchia (strascico dell’abbattimento del jet russo da parte dei turchi) di essere in affari col Califfo: è probabile che un’aliquota del greggio dell’Isis finisca venduto di contrabbando nelle aeree di confine turco-siriano, e forse un po’ prende anche vie più lontane, ma la principale linea commerciale è interna. Il petrolio prodotto dai pozzi controllati dal Califfato, dove gli uomini di Abu Bakr al Baghdadi hanno solo il compito di supervisionare le produzioni, le quali sono invece affidate agli impiantisti che già lavoravano nei campi, viene principalmente venduto in Siria e Iraq. E il commercio è operato da trasportatori che facevano già questo lavoro prima dell’arrivo dell’Isis: ciò rende molto complesso colpire questo asset economico-strategico per il Califfo, perché in mezzo ci sono molti soggetti civili (che si sono trovati a scendere a patti con il Califfato, cosa sconcertante qua da noi, ma che nelle aree occupate è una realtà necessaria per potersi mantenere in vita). È per questo che i bombardamenti contro i convogli di autocisterne in attesa di rifornirsi ai pozzi del Califfo, hanno stentato ad iniziare e sono partiti soltanto pochi giorni fa.

Le tassazioni. Altra fonte di introito per lo Stato islamico è l’imposizione di tasse personali e sulle attività nelle aree controllate. Anche questa linea è difficile, se non impossibile, da colpire, in quanto si tratta di attività interne, tributi imposti alle popolazioni amministrate e una specie di pizzo che tutte le attività economiche nei territori Isis devono pagare al Califfo. Come bloccare tutto questo? Eliminando il controllo del Califfato da quelle aree, ma non si tratta di andare a colpire solo le finanze dell’organizzazione.

Le opere d’arte. È noto anche che gli uomini di Baghdadi abbiano avviato un giro di vendite di reperti archeologici sottratti ai territori conquistati. Alle immagini propagandistiche in cui i baghdadisti distruggevano le opere d’arte del museo di Mosul, il giugno 2014, per cancellare la storia e l’idolatria che rappresentavano, si aggiunge la realtà pragmatica del traffico di antichità. Questo è sicuramente un asset più controllabile, ma il giro di ricettazione avviene nel grigio e nel caos della guerra, attraverso fixers locali non facilmente individuabili.

I trasferimenti di denaro. Una percentuale dell’economia è sicuramente legata a finanziamenti diretti al gruppo. Questi flussi arrivano con ogni probabilità dai Paesi del Golfo, ma non vanno confusi con passaggi di denaro avallati dai governi: si tratta invece di “donazioni” elargite da sceicchi e ricchi personaggi ambigui, che trovano i propri interessi, non solo ideologici, nell’azione del Califfo. Le intelligence locali coadiuvate da quelle degli stati in missione “anti-IS” stanno da tempo al lavoro per bloccare e intercettare questi collegamenti: le azioni fatte contro al Qaeda negli anni successivi al 2001, sono state per questo settore un’ottima palestra, in quanto l’organizzazione di Osama Bin Laden non godeva di un’economia propria, ma viveva unicamente di donazioni.

I riscatti. Esistono già delle risoluzioni che mirano a colpire chi opera traffici di contrabbando con i terroristi, finanziandoli indirettamente (per esempio, il mondo del petrolio del Califfo) e chi li finanzia direttamente. Tra queste ce n’è anche una che dichiara illegale pagare il riscatto per liberare i prigionieri: ma è una realtà complessa, comunque, dove governi e privati si affidano alla morale, alla coscienza, e spesso decidono il pagamento piuttosto che vedere un proprio cittadino, o un proprio caro, protagonista di uno dei video esecuzione del Califfato.


AVVICINAMENTI DIPLOMATICI

Secondo le fonti che hanno parlato al Ny Times, che non hanno rivelato troppi dettagli sui contenuti, lo scopo della risoluzione sarà coordinare le attività di intelligence con le pratiche di regolamentazione finanziaria per così tamponare i ricavi del gruppo, mettendo allo stesso momento pressione diplomatica a quei paesi che mantengono un atteggiamento ambiguo verso l’Isis. La Russia da fine settembre sta spingendo molto per ottenere un intervento più concreto dell’Onu contro l’economia del Califfato (e non solo). La volontà americana di avviare un progetto di risoluzione concordandolo con Mosca, sembra una sorta di apertura nell’ottica di un’azione congiunta contro il Califfo. Restano però dei vuoti, perché secondo quanto richiesto dalla Russia i governi locali dovrebbero giocare un ruolo centrale in queste attività, e ciò significherebbe arruolare definitivamente Bashar el Assad e il suo esecutivo come partner contro l’IS, richiesta che difficilmente passerà il vaglio di Washington: in questo si giocano ancora le differenze di vedute sul futuro della Siria.

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