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venerdì 11 dicembre 2015

Per gli americani le milizie sciite sono un altro bel problema in Iraq e Siria

(Pubblicato su Formiche)

Giovedì s’è tenuto un importante incontro tra circa un centinaio di gruppi armati che combattono il regime siriano, che alla fine ha prodotto una dichiarazione di intenti per un dialogo con Bashr el Assad: ma l’opposizione siriana chiede che il presidente lasci il potere all’inizio della fase di transizione.

Al vertice ha partecipato anche Ahrar al Sham, milizia armata abbastanza forte ma incline a istanze jihadiste, vicine alle posizioni dei qaedisti; questione che ha sollevato molte critiche sui controversi rapporti dell’Arabia Saudita (e dei altri Paesi del Golfo) con branche dell’opposizione siriana di matrice fortemente integralista.

Il punto è che i sauditi (e gli alleati arabi) in questo momento sono disposti a quasi tutto pur di sostenere i combattenti sunniti ed evitare che le milizie sciite filo-iraniane passino da forza di liberazione in Siria e Iraq. Notare che il segretario alla Difesa americana si trova su un’altra linea: «Ci piaccia o no», come ha detto Ash Carter, contribuiscono in Iraq al contenimento dell’avanzata del Califfato: “Iran is in the game”. Quel “o no” è un riferimento implicito alla storia di circa dieci anni fa, quando durante l’occupazione americana in Iraq, le stesse milizie sciite che ora affiancano l’esercito iracheno alleato americano e in Siria si muovono contro il nemico comune Califfato al fianco dell’ormai indefinibile Assad (cos’è: un nemico? Un partner? Un’entità con cui convivere che alla fine può anche far comodo), prendevano coordinazione, armi, soldi e ispirazione, per colpire con attentati le forze armate statunitensi. Realtà fanatiche fortemente anti-sunnite e anti-occidentali come la Brigata Badr, le brigate Hezbollah (non quelle libanesi, anche se il modello è lo stesso), la Lega dei giusti (Asaib al-Haq) e la brigata del Giorno promesso (Liwa al-Youm al-Mawud, riferita all’Apocalisse). Negli anni della guerriglia, erano chiamate tutte con lo stesso nome, per comodità: “Gruppi speciali” e rappresentavano un nemico tremendo per gli USA, simile all’AQI (al Qaeda in Iraq), o ISI (Islamic State in Iraq), cioè il prodromo dello Stato islamico attuale.

L’augurio degli Stati Uniti è che le forze sul campo si uniscano in un fronte comune, lasciando da parte divisioni settarie secolari, ma gli sciiti (più dei sunniti) combattono chiunque non risponda al proprio comando; che tradotto significa tutti, escluso russi, iraniani, esercito iracheno e forze lealiste in Siria.

Da tempo gli organismi umanitari segnalano che queste milizie compiono regolarmente abusi e rappresaglie nei confronti degli abitanti dei territori liberati dal controllo dell’Isis: un esempio, è ciò che è successo a Tikrit, teatro del massacro di Camp Speicher, dove i baghdadisti uccisero a sangue freddo centinaia di cadetti sciiti dell’esercito iracheno e dove dopo, alla liberazione, le milizie locali si vendicarono sui civili considerati dei collaborazionisti del Califfo (saccheggi, violenze, esecuzioni sommarie, case date alle fiamme).

Ora un rischio analogo c’è a Ramadi, capoluogo dell’Anbar sunnita che sarà teatro della prossima importante offensiva dell’esercito iracheno (secondo Phillip Smyth, ricercatore all’Università del Maryland e grande esperto di milizie sciite che ha parlato con il Foglio, sarebbero tra le 100 e le 150 queste entità armate nell’area di Ramadi).Carter vorrebbe inviare soldati ed elicotteri in appoggio a Baghdad, anche per evitare le situazioni di sopruso citate da Humans Right Watch e Amnesty International, e perché sa anche che l’esercito iracheno senza l’appoggio dei miliziani filo-iraniani non può andare avanti con la mossa finale (la situazione stalla da luglio). Contemporaneamente, gli ex gruppi speciali minacciano gli americani di non mettere piede in Iraq fuori dalle basi (cioè al di là delle attività di training) e senza il consenso del governo, sennò finiranno come obiettivo di attacchi. Quando gli Stati Uniti hanno annunciato un altro invio di forze speciali in Iraq, anche il premier iracheno fece un’uscita su questa linea: «Non abbiamo bisogno di soldati stranieri. Ogni sostegno di questo tipo così come ogni operazione speciale in Iraq deve essere approvato dal governo iracheno».


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