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martedì 8 dicembre 2015

Lo Stato islamico assesta un bel colpo ai sauditi in Yemen, e avvisa: "ci siamo anche noi"

(Pubblicato su Formiche)

Domenica mattina una monovolume bianca ha incrociato un suv Toyota Land Cruiser V8 in una strada di Aden. Non appena le due auto si sono trovate una di fianco all’altra, in direzioni opposte, l’autista del monovolume ha attivato una carica esplosiva talmente forte da essere udita da 10 km di distanza, riducendo i due veicoli in lamiere contorte ed irriconoscibili (la Toyota è una macchina grande, un fuoristrada possente, eppure i suoi resti sembrano quelli di una Panda).

Geopolitica delle vittime

All’interno del suv c’era Jafar Mohammed Saad, il governatore della provincia di Aden, morto insieme a sei dei suoi collaboratori. Quattro mesi fa, quando Aden, quella che si può considerare la città più importante dello Yemen (in quanto si trova “a guardia” del golfo omonimo, che a sua volta è un crocevia di importantissime rotte commerciali) è tornata sotto il controllo del governo, furono i sauditi a scegliere Saad come amministratore. I sauditi sono da molto tempo concentrati in un’operazione militare che sta cercando di sottrarre ai ribelli Houthi il territorio conquistato durante le fasi iniziali della rivoluzione, quando l’esercito yemenita (nonostante le ricche forniture tecnologie americane) s’è sfibrato via via sotto l’avanzata dei ribelli, per riportarlo sotto il governo del presidente Abd Rabbu Mansour Hadi. Quella in Yemen è un’altra guerra per procura, perché se da un lato Riad sta guidando una coalizione che raggruppa diversi Paesi sunniti (in primis le monarchie del Golfo che hanno spostato in Yemen, dalla Siria, il grosso delle attività militari), dall’altro c’è l’Iran, che con più o meno influenza da tempo sta sostenendo la causa dei ribelli houthi, che sono una setta sciita, e dunque la Repubblica islamica se ne sente a cuore le sorti, non tanto per solidarietà verso le minoranze, ma più che altro perché rappresentano una buona ragione per andare a far la guerra ai nemici esistenziali sauditi.

La rivendicazione

Dopo un’ora dall’esplosione, la Provincia dello Stato islamico di Aden Abyan ha rivendicato l’attacco. E questo rappresenta un colpo molto duro (un altro, in realtà, visti i risultati non ottimi del tanto impegno profuso) per la coalizione Saudi-led, che nella riconquista di Aden aveva trovato il maggior successo dell’intera campagna, e che adesso s’è vista ammazzare il governatore ─ la figura che incarnava quel successo ─ dal solito terzo incomodo in questo genere di situazioni: l’Isis.

L’Isis in Yemen

Come in Libia all’inizio. In realtà in Yemen i baghdadisti sono una entità ancora minoritaria: non hanno forza combattente, non hanno ampia diffusione e scarso proselitismo. Per certi aspetti la situazione ricorda quella di un anno fa in Libia, quando un gruppo ancora marginale di uomini di Abu Bakr al Baghdadi cominciava ad impostarsi a Derna, sfruttando lo spazio creato dal caos della guerra civile. Sul suolo libico, i prodromi dello Stato islamico erano molto meno forti degli altri gruppi combattenti, e chi ne parlava veniva per certi versi denigrato, in quanto in fin dei conti anche i funzionari della sicurezza libica avvisavano che da loro il Califfato non era un grosso pericolo. Sono gli stessi funzionari che adesso avvisano che Sirte è “la nuova Raqqa” e i baghdadisti si stanno prendendo la Libia, ricordando che tutto ciò avviene attraverso uomini non libici: il che è vero in parte, ma ripercorre un vecchio schema secondo cui i terroristi sono sempre gli altri, che magari si impostano nel proprio territorio, ma sono comunque venuti da fuori. Da notare che in generale il conflitto yemenita, e nello specifico l’attecchimento dell’Isis al suo interno, non sono seguiti con particolare attenzione internazionale, perché ci sono meno interessi pratici e la posta in gioco è meno appetibile della Siria, dell’Iraq o della Libia stessa.

Perché in Yemen l’Isis, ancora, non è forte. Il motivo principale della poca consistenza dell’Isis yemenita è nella presenza di una fortissima componente di Al Qaeda, l’Aqap (al Qaeda in Arabic Peninsula). La filiale locale dell’organizzazione guidata da Ayman al Zawahiri è tra le più potenti del mondo: il medico egiziano ha affidato loro il compito di eseguire gli attacchi all’estero, e infatti, per esempio, i due fratelli che hanno colpito la redazione di Charlie Hebdo a Parigi, avevano ricevuto un addestramento (e un indottrinamento) da al Qaeda in Yemen: i qaedisti yemeniti sono anche i responsabili editoriali della pubblicazione online Inspire, di cui alcune pagine riguardanti le istruzioni per costruire una bomba casalinga, sono state rinvenute nell’appartamento dei due coniugi che pochi giorni fa hanno assaltato il centro disabili di San Bernardino, in California. Al Qaeda e Isis sono due facce della stessa medaglia, ma dal 2014 sono due realtà contrapposte che si scontrano non solo a colpi di propaganda e ideologia, ma trasformano le distanze dottrinali sul piano armato laddove si trovano contrapposte (in Siria, per esempio) con una ferocia che si può trovare solo negli scontri fratricidi. In Yemen lo Stato islamico è molto più debole di AQ (che è a tutti gli effetti il vero “terzo incomodo” del conflitto, e che ha conquistato larghe fette di territorio da quando è scoppiata la guerra civile), ma sopperisce questa mancanza di forze con attentati contro civili, come quelli che hanno dilaniato varie moschee sciite e sono cominciati a marzo, cercando di attirare attenzione su di sé (e quindi creare proseliti).

Attacco ai sauditi infedeli

In Yemen, per il momento, la polarizzazione del conflitto sciiti-sunniti, non sta riuscendo bene allo Stato islamico, comunque (e le ragioni sono la presenza di al Qaeda e il fatto che c’è già una conflitto sciiti-sunniti con sponsor internazionali). Allora i baghdadisti si sono concentrati anche sul colpire quei sunniti che considerano infedeli, e che sono nemici, effettivi, alla stregua degli sciiti stessi. Nel caso, l’obiettivo sono le forze governative e i loro partner arabi: cominciando dai sauditi, appunto. In un video di rivendico per un attentato contro l’hotel di Aden in cui si è insediato il governo provvisorio del presidente Hadi, avvenuto il 6 ottobre (quattro autobomba e 11 morti), l’Isis spiegava che non c’è differenza tra i governanti yemeniti, i sauditi, gli occidentali infedeli e gli Houthi appoggiati dall’Iran: sono tutti nemici da distruggere. Questa lettura dei regnanti del Golfo, in particolare i Saud, i sauditi, è accomunata con al Qaeda: monarchie considerate impure, perché hanno tradito la fede vera alleandosi con l’Occidente. E questo nonostante le donazioni elargite verso il gruppo da principi e sceicchi (cioè ricchi uomini locali) che costituiscono uno degli obiettivi che una risoluzione Onu contro le finanze del Califfo andrà a colpire: certamente l’Arabia Saudita wahhabita ha delle interpretazioni dottrinali che non si discostano molto da quelle del Califfato, ma l’Isis non riceve finanziamente dalla leadership di governo a Riad, che anzi se si trovasse davanti i baghdadisti rischierebbe di uscire dall’incontro senza testa.

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