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sabato 12 dicembre 2015

Ecco come salvare la Libia. Parla Piacentini

(Pubblicato su Formiche)

«Per comprendere l'importanza della situazione in Libia, c'è da capire il valore della posta in gioco: un Paese circa sei volte l'Italia che rappresenta una riserva di petrolio a livello mondiale la quale ha attirato nel corso della storia gli interessi globali che ora sono diventati pericolosi appetiti anche per lo Stato islamico», è questa la premessa con cui il generale Luciano Piacentini, già comandante delle forze speciali del “Col Moschin” e per molti anni in servizio negli organismi di informazione e sicurezza in diverse aree del mondo, oggi consigliere scientifico della Fondazione Icsa, in una conversazione con Formiche.net commenta la crisi libica.

IL RUOLO DELL'ITALIA

Il 13 dicembre a Roma c’è un incontro a livello ministeriale tra 15 paesi per trovare una soluzione politica sulla Libia, promosso dall'Italia e dagli Stati Uniti, che ultimamente hanno aumentato il proprio interesse nei confronti della questione libica. L'Italia ha ancora un ruolo forte? «Una delle principali questioni per cui il dialogo proposto dalle Nazioni Unite non funziona, è che l'incarico di condurre la mediazione non è stato affidato ad un italiano (i delegati Bernardino Leon e il suo successore Martin Kobler, sono rispettivamente uno spagnolo e un tedesco, ndr)» Perché siamo così importanti per la la Libia? «Perché noi abbiamo il background storico culturale per affrontare la questione, nonché teniamo in piedi una fitta e diffusa rete storica di contatti che potrebbe essere d'aiuto vitale: in più, abbiamo decine di aziende, in primis l'Eni ma non soltanto, che producono un indotto di circa un miliardo di euro all'anno, e rappresentano un interesse nazionale». «Tra l'altro, noi - aggiunge il generale - siamo anche quelli che più di tutti ci siamo dati da fare per la governance mediterranea, e siamo coloro che lavorano più intensamente per permetterne la stabilità. Un elemento sostanziale e simbolico: il processo di integrazione europea dei migranti, inizia esattamente nel momento in cui le navi della nostra Marina li salvavano dai barconi in mare».

Un threat anche italiano. Il rafforzamento libico del Califfato, di cui parleremo meglio più avanti, appare come un ulteriore grosso problema anche per l'Italia che fa da corollario alla crisi libica. «Si tratta di due ordini di problemi: il primo, la sicurezza interna, perché soltanto poche centinaia di mare sono il confine che divide il nostro Paese dallo Stato islamico in Libia, e non è da escludere che Sirte possa diventare il cuore logistico-strategico da cui si organizzeranno le operazioni all'estero dell'Isis, cioè gli attentati. La seconda questione è un aspetto di intelligence economica, perché la presenza dello Stato islamico può provocare destabilizzazione ulteriore che andrebbe a ledere gli interessi di diverse aziende italiane». Come si sta muovendo il nostro governo? «L'esecutivo del presidente Matteo Renzi ritengo vada nella direzione giusta, ha scelto di non aumentare il proprio coinvolgimento in Iraq e Siria, anche per l'assenza di una strategia chiara, ma soprattutto perché sa, come sta ripetendo, che l'Italia dovrebbe assumere un ruolo di leadership in Libia».

UNA MEDIAZIONE NECESSARIA

La situazione in Libia si presenta come un sistema frammentato, con lo Stato islamico che aumenta l'entropia: questo rende impossibile la soluzione della crisi dal punto di vista militare. «Mettere gli stivali in Libia, farebbe da magnete portandosi contro tutte le varie fazioni. Le parti in guerra non hanno forza necessaria nemmeno attraverso l'aiuto di sponsor esterni». La mediazione, dunque, appare l'unica soluzione, magari coinvolgendo anche quegli stessi sponsor (vedi Egitto, Emirati Arabi, Turchia, Qatar): domenica scorsa era girata la notizia di un possibile accordo tra le parti scaturito al di fuori dell'egida della Nazioni Unite; una sorta di “accordo ribelle”, che però a distanza di tre giorni sembra già vacillare. «È logico che l'Onu debba avere un ruolo forte nei negoziati, una posizione terza, che riesca a riequilibrare la situazione, ma deve farlo con convinzione. La storia del precedente negoziatore incaricato Leon, è stata una pessima pubblicità (Leon è stato accusato di tessere affari personali con gli Emirati Arabi Uniti, sponsor del governo di Tobruk. Ndr) e la partenza del suo successore, Martin Kobler, non ha avuto grande sprint». Che cosa manca a questi negoziati? «Fare accordare soltanto Tobruk, Tripoli e poche altre fazioni, in realtà non basta, perché ci sono molti altri attori che hanno interesse e peso al tavolo negoziale. Si dovrebbe favorire il dialogo tra tutte le fazioni più rappresentative e permettere anche alle realtà tribali più piccole di riunirsi in un'assemblea generale per poter giocare un ruolo in questo passaggio. In ciò la Loya Girga (Assemblea Generale) afghana è un esempio di come le riunioni negoziali tra clan tribali territoriali possano funzionare per raggiungere più facilmente un'unità d'intenti. Inoltre sarebbe bene anche coinvolgere rappresentati della Senussiya: i Sufi libici, prima del golpe di Gheddafi avevano governato la Libia facendo da stabilizzatori comuni di tutte le varie realtà regionali; ora sono in esilio forzato a Londra, ma potrebbero avere un ruolo addirittura di leadership in questa fase di riunificazione nazionale, perché sono a tutti gli effetti un elemento di aggregazione, un collante tra le varie anime costruito con una presenza storica».

Il ruolo dell'intelligence. La mediazione, favorita dai sufi, dovrebbe essere affiancata da una intensa attività di intelligence humint (la branca umana dell'intelligence, che si occupa dei contatti diretti tra persone), volta ad acquisire il consenso della popolazione con l'obiettivo di evitare aiuto logistico, informativo e occultamento, alle varie formazioni combattenti. In questo si dovrebbe creare una collaborazione di intelligence tra vari Paesi nell'ottica di un'auspicabile alleanza, con scambio di informazioni non solo tra servizi occidentali ma anche in sinergia con quelli dei paesi arabi.

LO STATO ISLAMICO: IL TERZO INCOMODO

Ora in Libia la situazione s'è complicata a causa della presenza di un terzo incomodo, lo Stato islamico, che sfrutta puntualmente il caos prodotto dalle guerre civili per poter attecchire e creare degli hotspot (una situazione analoga, si sta vedendo in Yemen, e prima ancora in Siria). «La presenza dell'Isis in Libia complica lo scenario. Secondo il report Onu, si tratta di poche migliaia di combattenti, ma ciò che preoccupa sono tre aspetti: il primo sono le ripetute segnalazioni di spostamenti verso la Libia di leader dalla Siria e dall'Iraq, dove il peso degli interventi delle coalizioni internazionali si sta facendo forte, e dunque il possibile spostamento in Libia dei vertici organizzativi, che sarebbero qui protetti dalla confusione generata dal conflitto; il secondo, è il rischio che i baghdadisti mettano le mani e sul petrolio e sul traffico di migranti, i quali potrebbero fare da carburante economico ma anche da grancassa di potere e dunque creare altri proseliti; terzo la possibilità che arrivino molti combattenti dalle aree limitrofe, per unirsi alla provincia libica del Califfato». Dagli ultimi studi prodotti da autorevoli centri di analisi americani, risulta in effetti che il grosso dei foreing fighters in territorio siro-iracheno arrivi dalla Tunisia: paese confinante con la Libia, appunto. «Non solo, perché è da tenere d'occhio anche il flusso da sud attraverso il Fezzan, regione in cui i traffici di ogni genere sono all'ordine del giorno e che potrebbe favorire il passaggio di combattenti stranieri in Libia dal Ciad, dal Niger, dal Mali e dalla Nigeria, dove Boko Haram è già una provincia dell'Isis».

I punti di vulnerabilità. Ci sono elementi di debolezza in questa strategia espansionistica libica di Abu Bakr al Baghdadi, oppure attecchirà con la stessa facilità di Siria e Iraq? «Difficile dirlo adesso, ma ci sono degli elementi di vulnerabilità nel progetto libico del Califfo Baghdadi: innanzitutto la polarizzazione dell'odio attraverso la propaganda settaria sunniti contro sciiti, che ha caratterizzato le espansioni siro-irachene, non è possibile in Libia, perché è un paese quasi esclusivamente sunnita. Poi c'è un'ulteriore aspetto culturale libico che potrebbe far da freno per l'Isis: le varie tribù sono fortemente nazionaliste, molto legate al controllo di territorio e soprattutto agli interessi che ne conseguono, per questo non sarà facile che le istanze del Califfato si diffondano tra la popolazione (il consenso tra la cittadinanza è invece stato determinante sia in Iraq che in Siria, ndr).

IL BACKGROUND

Possiamo dire che quegli interessi geostrategici e geopolitici di cui parlavamo in apertura, e che ora sono tra gli appetiti dello Stato islamico, sono la forza che ha spinto l'intervento militare del 2011 contro Muammar Gheddafi? «Certamente quell'operazione ha avuto un peso geopolitico, con americani e inglesi che hanno seguito i francesi (i primi ad intervenire, ndr) anche per evitare che l'influenza già detenuta da Parigi in varie aree del nord Africa e del Sahel potesse allargarsi alla Libia». Anche l'Italia partecipò a quel genere missione attualmente irripetibile. «Noi siamo intervenuti come conseguenza, sia per ragioni di alleanza, sia perché Tripoli è legata con un doppio cordone, storico, a Roma: d'altronde, si poteva anche allora cercare una via negoziale, ma l'allora presidente francese Nicolas Sarkozy avvisò il governo italiano dell'azione militare mentre gli aerei erano già in volo».

Le divisioni prima e dopo la caduta del rais. A distanza di quattro anni, comunque, la situazione non sembra essere migliorata. «La caduta del rais Gheddafi, come in altri casi analoghi, ha fatto emergere i dissidi latenti tra le regioni libiche, la Cirenaica, la Tripolitania e il Fezzan, divise in una galassia di tribù locali. La funzione del regime era la stabilizzazione di questo precario equilibrio, caduto il sistema sono cadute le istituzioni che potevano arginare le lotte interne e questi clan hanno iniziato a combattersi apertamente: un sistema molecolare di fazioni (circa 200. ndr) che hanno come principale interesse accaparrarsi l'aliquota più alta possibile dei proventi del petrolio e controllare il territorio». Tra queste formazioni, oltre all'Isis ce ne sono anche alcune di carattere islamista. «Non va dimenticato che Gheddafi nel suo ultimo periodo aveva stretto la cinghia nei confronti di entità come la Fratellanza musulmana, che dopo la caduta del rais si sono comportate come una molla compressa. Ma adesso nessuna delle parti in guerra, nonostante si siano raccolte in quei due grossi conglomerati che conosciamo (gli pseudo esecutivi di Tripoli e Tobruk), ha la forza per vincere l'altra, e per questo tutto stalla».


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