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giovedì 19 novembre 2015

Un errore da non fare sullo Stato islamico

Dal giorno in cui Vladimir Putin ha lanciato un'accusa contro alcuni Paesi del mondo, incolpati di essere dei finanziatori dell'Isis, si susseguono letture e analisi a riguardo. Ma la questione è più complessa, perché è vero che, per esempio, in tempi passati l'organizzazione può aver ricevuto facilitazioni e fondi dal lassismo turco o da soggetti poco raccomandabili frequentatori della corte saudita ─ tutte per altro circostanza note, che non scopriamo certo adesso grazie a Putin ─, ma è altrettanto vero che lo Stato islamico è una realtà indipendente de facto.

Dipingere il Califfato come un burattino, un soggetto da pilotare, grazie ai finanziamenti, per gli scopi di qualcuno, è un grosso errore di valutazione. Probabilmente è l'errore ancestrale: l'Isis non è un semplice gruppo terroristico, è una realtà statuale che abbina alle azioni sensazionalistiche (che hanno il doppio fine della propaganda e della deterrenza), una volontà espansionistica vincolata al controllo del territorio, e un tessuto sociale. Una realtà ampia ed eterogenea che si vincola alle radici sunnite dei luoghi che controlla, e che per certi versi, in tempi passati e in alcuni casi anche attualmente, lo sostiene.

Attenzione dunque, perché oltre ad incappare in un errore strategico, probabilmente quello che ha permesso il dilagare del gruppo, davanti all'approccio rigido, schematico, ed impolverato, di chi si è fissato l'obiettivo di andargli contro, si commette anche un altro sbaglio. Si lascia cioè spazio alla propaganda sciita, quella che da tempo sobilla tesi a proposito dell'Isis "creatura occidentale", e finanziata, creata, sostenuta, come una marionetta dagli amici dell'Occidente. Al di là del fatto che non è così, credendo e interpretando la realtà del Califfato in questo modo, si apre il campo ad istanze ugualmente settarie, come quelle portate avanti dai centri di potere sciiti.




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