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venerdì 27 novembre 2015

I mercenari sudamericani in Yemen

(Pubblicato su Formiche)

Il New York Times ha svelato in un’inchiesta la presenza di alcune centinaia di mercenari colombiani in Yemen, ingaggiati segretamente dagli Emirati Arabi Uniti per combattere contro le milizie dei ribelli Houthi. Lo scoop, che corrobora circostanze già note, è interessante perché racconta altre ramificazioni di uno scenario asimmetrico e irregolare che contraddistingue il conflitto yemenita, così come molti dei conflitti mediorientali.

Guerre proxy. Anche lo Yemen, come la Siria, è infatti una guerra per procura (una guerra “proxy”), dove le fazioni sul campo di battaglia rappresentano molto più di sé stesse, celando interessi geopolitici, strategici e confessionali. Non si può ignorare infatti la questione aperta tra sciiti e sunniti, perché è il grande problema identitario al centro di queste guerre.

Dall’inizio di quest’anno una coalizione guidata dall’Arabia Saudita ha avviato una campagna militare contro i ribelli houthi che hanno spinto il governo yemenita fuori della capitale. Gli Houthi sono una setta sciita, mentre chi è intervenuto per bloccarli sono i Paesi sunniti del Golfo, i quali per la prima volta hanno messo i propri eserciti in missione sul teatro operativo. I risultati sono stati tra il fallimentare e il mediocre, con i ribelli che non sono effettivamente arretrati, migliaia di vittime civili causate da bombardamenti sprovveduti (situazione che crea un po’ di imbarazzo in America, visto che Washington ha ammesso di fornire consulenza di intelligence ai sauditi), e al Qaeda e Isis che hanno approfittato del caos della guerra civile per incunearsi e conquistare territorio.

L’esercito degli emiri. Nonostante la tecnologia avanzata dei propri equipaggiamenti, ottenuti grazie alla munificenza del Golfo, i militari degli Emirati Arabi Uniti ─ un po’ come tutti gli altri della Coalizione araba ─ non hanno dimostrato troppa consistenza in battaglia: spesso poco organizzati a livello tattico, hanno anche scoperto il fianco a pesanti attacchi subiti per errori logistici. Il 4 settembre, per esempio, gli Houthi hanno centrato con un missile balistico di tipo Scud una base improvvisata nell’est dello Yemen, e hanno ucciso circa sessanta soldati arabi – 45 erano degli Emirati, la più grave perdita militare in un giorno solo nella storia del regno.

La scelta di comprare dei mercenari per combattere, è conseguenza di questa scarsezza pratica dimostrata in battaglia, a fronte di un pensiero militaresco che gli Emirati hanno fatto proprio in questo ultimo periodo, aumentando il coinvolgimento nelle questioni regionali come via per accrescere il proprio potere. Ma nonostante Abu Dhabi abbia più volte esternato la volontà di partecipare attivamente anche alle operazioni militari che interessano la regione ─ si ricorderà che l’aviazione emiratina diversi mesi fa colpì le postazioni del governo tripolitano in Libia, insieme all’Egitto ─, i cittadini dimostrano scarsa propensione e scarso interesse per la guerra: da qui, eserciti non forti e poco motivati da dove integrare.

I mercenari. «I mercenari sono un’opzione interessante per i paesi ricchi che vogliono fare la guerra ma i cui cittadini non vogliono combattere», ha spiegato al Ny Times Sean McFate, senior fellow presso l’Atlantic Council e autore di “The Modern Mercenary”.

I colombiani sarebbero attratti dal combattere per gli Emirati, perché avrebbero garantite condizioni di lavoro (e di vita) migliori, a cominciare dagli stipendi: si parla di mille dollari a settimana, per missioni di tre mesi in Yemen. Cioè molti più soldi di quelli guadagnati, e pagati dal governo di Bogotà, per combattere le Farc, le Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia , il gruppo armato di estrema sinistra che ha combattuto il governo per decenni. Allo stesso tempo, gli stati del Golfo vedono i mercenari sudamericani come più accessibili a livello salariale rispetto ai contractors occidentali, pur garantendo un livello di preparazione in battaglia all’altezza delle richieste.

Secondo i dati del Nyt sarebbero 1800 i combattenti ingaggiati dagli EAU, appoggiati alla Zayed Military City, una grande base militare poco fuori al centro di Abu Dhabi. Tra questi ci sarebbero anche alcuni panamensi, salvadoregni e cileni: 450 colombiani sarebbero invece sul campo di battaglia. Ufficialmente gli Emirati non avrebbero mai fatto menzione di impiegare questo genere di soldati.

I precedenti. Della costruzione di un esercito di mercenari stranieri da parte degli Emirati Arabi Uniti, il New York Times aveva scritto già nel 2011: ai tempi i giornalisti Mark Mazzetti e Emily Hanger che si erano occupati dell’articolo, avevano raccolto informazioni sulla presenza di un facilitatore americano, Erik Prince, fondatore ed ex presidente della controversa società di sicurezza Blackwater (la Blackwater, venduta da Prince nel 2010, è stata in mezzo a casi piuttosto discussi in Iraq, dove alcuni dei suoi contractors sono finiti sotto accusa per aver arbitrariamente ucciso dei civili ai tempi dell’invasione americana). Chiamato spesso “Kingfish” per non farlo comparire ufficialmente sui contratti, Prince avrebbe ricevuto dagli emiri 529 milioni di dollari con l’incarico di formare un’unità combattente di risposta rapida all’emergenza che avrebbe preso il nome di Reflex Response.

La presenza dei contractors sudamericani era stata già anticipata dal sito Middle East Eye ad ottobre. Anche la tv pan-sudamericana Telesur aveva parlato del dispiegamento di circa 800 colombiani nel porto di Aden, nevralgica città del sud combattuta da lealisti e ribelli. Il giornale colombiano El Tiempo, sempre a metà ottobre, aveva scritto invece che i mercenari erano soltanto cento.

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