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lunedì 16 novembre 2015

Homeland profetico

Durante le prima puntata della quinta stagione della serie Tv sulla Cia "Homeland", l'agente Quinn (un operativo dell'agenzia) viene richiamato dalla Siria, dove si trovava per coordinare una squadra di forze speciali in anonimo, che aveva il compito di illuminare gli obiettivi ai raid aerei ─ quando si dice "l'intell a terra fornisce gli obiettivi ai caccia": questo nella fiction faceva Quinn, questo nella realtà fanno quelli come lui.

Al quartier generale della Cia a Langley, l'agente infiltrato proprio a Raqqa si trova davanti al direttore dell'agenzia e ad alti quadri dirigenti, che lo incalzano con domande sulla sua attività in Siria: la scena è abbastanza lunga, chi segue la serie se la ricorderà perché è praticamente l'apertura della stagione ─ a me viene bene in mente perché l'ho vista, registrata, pochi giorni fa, ma ne aveva parlato anche Paola Peduzzi sul Foglio. A un certo punto il direttore Crocker chiede a Quinn «cosa cavolo sta succedendo laggiù?» e continua in modo aggressivo «sto chiedendo se la nostra strategia funziona».

Quinn è un personaggio molto poco diplomatico nella serie, e si indispettisce davanti alle sollecitazioni violente che arrivano da quella stanza di bottoni piena di colletti bianchi che non si sporcano le mani sul campo, e risponde: «quale strategia? Mi dica qual è la strategia, e le dirò se funziona. Questo è il problema. Perché loro ce l’hanno una strategia: si stanno riunendo a Raqqa a decine di migliaia, si nascondono tra i civili, puliscono le armi, e sanno benissimo perché sono lì. La chiamano la fine dei tempi. A cosa pensate che servano le decapitazioni? Le crocifissioni? La schiavitù? Pensate che si siano inventati questa merda? [...] Sono là per un’unica ragione: morire per il Califfato e creare un mondo senza infedeli. Questa è la loro strategia, è così dal VII secolo. Pensate che poche forze speciali possano scalfirli?».

Croker si innervosisce e chiede a Quinn che cosa vorrebbe fare lui: «Duecentomila soldati americani sul terreno ‘indefinitely’ per garantire sicurezza e sostegno a un eguale numero di dottori e maestri di scuola». «Non succederà mai», gli dice Crocker. «Allora è meglio che torni là» risponde Quinn. «Che cos’altro può fare la differenza?», chiede ancora Crocker. «“Hit reset”» risponde Quinn: «Ridurre Raqqa a un parcheggio».

È saggio breve sulla Siria, migliore di molte spiegazioni che ho sentito esprimere in giro da impolverati analisti. Da un lato gli operativi, quelli frustrati perché dopo anni di impegno diretto non vedono il degradarsi (per dirla alla Obama) del Califfato, e pure Assad regge; dall'altro ci sono i quadri, i dirigenti, i politici, che vogliono evitare il coinvolgimento; il terzo cantone è l'opinione pubblica, quella che chiede quel parcheggio a gran voce, senza pensare nemmeno un secondo alle conseguenze, pratiche, sui civili di Raqqa.

Ieri infatti la citazione è stata usata più volte per descrivere i raid francesi, lanciati con potenza mai vista contro la capitale de facto del Califfato, in Siria. Oggi il New York Times racconta che contemporaneamente è partita un'operazione denominata "Tidal Wave II", che ha come obiettivo quello di colpire le autocisterna con cui l'Isis trasporta il petrolio. Ne sono state distrutte 116: un danno importante per l'IS, visto che ciò che caratterizza l'organizzazione di Baghdadi rispetto agli altri gruppi terroristici è anche l'aver creato un'economia propria, indipendente, basata sulla vendita di petrolio.

Sulla Night Review dell'ultima settimana (se non siete ancora registrati alla newsletter non capisco cosa aspettiate a farlo), c'è un bellissimo articolo che ho letto soltanto pochi minuti fa ─ quelli passati sono stati giorni un po' incasinati. Il pezzo è di Vox e spiega come Carrie Mathison, la bionda superspia bipolare protagonista di Homeland sia il personaggio televisivo più influente del decennio (e non solo perché la serie è la preferita di Obama). Parlando del terzo episodio della stagione in corso (in Italia), dove Carrie smette di prendere le pillole che tengono a bada la sua malattia mentale perché senza si sente più lucida ed attiva, Vox scrive: «It considers Carrie through the lens of both her existence as a TV character (who will always have to face down her mental illness as long as the show lasts) and the country she represents (which, like her, keeps doing the same things and expecting different results)». Un altro mini-saggio.



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