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lunedì 16 novembre 2015

Ecco tattiche e addestramento dei jihadisti Isis a Parigi

(Pubblicato su Formiche)

Nel primo pomeriggio di sabato sono arrivate due rivendicazioni, un messaggio scritto e un audio, con cui lo Stato islamico si intesta la paternità degli attentati che venerdì sera hanno prodotto decine di morti e oltre duecento feriti nel centro di Parigi. Si tratta per alcuni esperti della stessa strategia comunicativa utilizzata nel caso dell’aereo caduto nel Sinai tre settimane fa: caso dietro al quale ancora non è chiaro se ci sia stata effettivamente un’azione terroristica.

«L’Isis ha una strategia espansionistica verso Est mirata al controllo del territorio (Uzbekistan e repubbliche ex sovietiche, Khorasan), ma per portarla avanti deve acquisire consenso e raccogliere uomini, e l’unico modo che ha per farlo è di far seguire l’intensa opera propagandistica da azioni eclatanti in Europa e Occidente che possano dare spinta mediatica all’organizzazione», spiega il generale Luciano Piacentini, già comandante delle forze speciali del “Col Moschin” e per molti anni in servizio negli organismi di informazione e sicurezza in diverse aree asiatiche, oggi consigliere scientifico della Fondazione Icsa, che in una conversazione con Formiche.net analizza l’attacco alla capitale francese di due giorni fa.

COLPIRE LA FRANCIA

«Colpire la Francia è una conseguenza: Parigi è pesantemente impegnata in diversi fronti contro il terrorismo». Il riferimento è pensa alla partnership con altre forze occidentali, tra cui l’Italia, nell’area siro-irachena, ma anche all’operazione Barkhane, con cui l’esercito francese sta cercando di bloccare i gruppi jihadisti nel Sahel. «Punire Parigi per questo suo impegno, fa da calamita anche per i gruppi africani, che attualmente sono qaedisti, ma sembrano molto inclini alle istanze del Califfo», aggiunge Piacentini. Ricorda il generale che non c’è da stupirsi se il primo Paese europeo ad essere pesantemente colpito dai terroristi dello Stato islamico è la Francia, «perché il Califfo ha una sorta di ossessione per i francesi: questo è dovuto al fatto che ci sono un migliaio di francesi che hanno scelto di partire per andare a combattere il jihad in Siria e in Iraq». Il governo francese aveva autorizzato l’inizio dei bombardamenti in Siria (fine ottobre), come misura preventiva di autodifesa: nel mirino dovevano proprio finire gruppi e personaggi legati alla Francia, che stavano complottando attentati.

“Riempiremo di cadaveri il centro di Parigi”, diceva un jihadista francese in un video del Califfato uscito a luglio. Nello stesso mese un piano per rapire e decapitare davanti alle telecamere un alto funzionario militare francese, è stato sventato. Ad agosto, tre marine americani in viaggio di piacere in Francia, hanno sventato un attentato su un treno che portava a Bruxelles. Prima c’era stata il massacro alla redazione di Charlie Hebdo, poi un tentativo di un attentato più complesso in un impianto di gas industriale a pochi chilometri da Lione, dove fu ucciso il capo dello stabilimento.

PIANIFICAZIONE MILITARE

In che cosa l’azione parigina si distingue da quello che abbiamo visto finora? «Sicuramente nella militare maniera con cui è stata organizzata ─ dice Piacentini ─ Gli obiettivi sono stati accuratamente selezionati e scelti con progettazione, e sono stati sicuramente oggetto di monitoraggi, osservazioni e registrazione delle “abitudini” dei luoghi». Non è certo casuale la scelta dell’ora e del giorno nei punti degli attacchi: «No, c’è stata un’attenta ricognizione che aveva il fine di massimizzare l’effetto», continua il generale. «Quei luoghi dovevano essere colpiti nel momento in cui c’era il più alto affollamento possibile, ma attenzione, dietro alla scelta degli obiettivi, c’è anche una componente ideologica: lo stadio il giorno della partita, il teatro con la musica rock, i ristoranti affollati (il consumismo occidentale). Il fine era certamente sommare il significato simbolico, di quei luoghi impuri, all’effetto pratico del blitz: quando al Qaeda colpì Madrid nel 2004 fece circolare un messaggio con scritto “voi amate la vita, noi amiamo la morte”». Seminare terrore tra gli infedeli occidentali, colpendo “mezzi” giudicati impuri dalla continua propaganda del Califfo, era un altro degli obiettivi strategici dell’attacco. Alcuni studiosi sostengono che dietro a certe volontà c’è anche la paura dei fondamentalisti che l’Islam possa essere contaminato dalle abitudini occidentali, possa cioè subire una sorta di secolarizzazione.

Non possono aver agito da soli quegli otto attentatori, secondo Piacentini. «Dev’esserci stata una componente logistica che ha fornito armi, esplosivo, munizioni, mezzi di spostamento e forse consulenza tattica. E probabilmente si trova in territorio extra francese: ma poi lì, ci sono stati dei fixer, dei facilitatori, che hanno permesso agli uomini di prendere possesso degli armamenti, magari creando dei punti di appoggio in zona».

L’USO DELLE ARMI E L’ADDESTRAMENTO

A proposito delle armi, possiamo vedere una componente tattica anche in quelle scelte. «Certamente chi ha agito lo ha fatto con cognizione: sapevano usare quelle armi, erano addestrati a maneggiare fucili d’assalto e esplosivi. Le scelte rispecchiano la professionalità degli attentatori. Per capirci, se mando in missione operatori delle forze speciali so che genere di addestramento hanno avuto e su questo baso il loro equipaggiamento: così è successo a Parigi, c’è stato un comportamento da commando, chi sparava sapeva dove sparava e come massimizzare l’effetto delle proprie cinture esplosive». Questi elementi («Non chiamiamoli combattenti, per cortesia: i combattenti sono coloro che si muovo in un quadro legittimato dal diritto internazionale, questi sono semplicemente terroristi senza regole che uccidono civili indifesi» ci tiene a precisare il generale, che ha fatto parte per anni dei corpi operativi incursori dell’esercito italiano prima di guidarli) «ricevono un addestramento in formazioni armate come fossero un esercito, hanno un profilo militare, sono in grado di muoversi in modo coordinato. C’è un altro aspetto tattico organizzativo fondamentale che è la contemporaneità degli attacchi: se non sei in grado di muoverti in squadra non puoi agire in quel modo. Non è escluso che si siano esercitati direttamente sul blitz, è certo invece che la loro esperienza di guerra li ha portati a combattere in teatri operativi di guerriglia come quelli delle strade parigine».

TERRORISTI “DI SCAMBIO” E “DI RITORNO”

La BBC ha avuto informazioni dall’intelligence britannica secondo cui gli uomini che hanno compiuto gli attacchi farebbero parte di un cellula indipendente dello Stato islamico mandata appositamente per colpire la Francia: «Sono foreing fighter molto probabilmente, tornati per insanguinare il proprio Paese, si può parlare di “terrorismo di ritorno”. Tra l’altro, questi elementi non sono utili solo dal punto di vista operativo-militare, ma con il loro bagaglio di esperienze dirette, intriso dalle predicazioni radicali, sono delle calamite per il proselitismo». Ma non sono tracciabili coloro che escono, con un passaporto, e rientrano con un visto siriano? «Lo sarebbero, ma usano delle tecniche di confusione: per esempio, spesso vengono fatti rientrare in Paesi diversi, per poi far perdere facilmente le proprie tracce prima di colpire, oppure vengono fatti ritornare nel Paese puntato terroristi con passaporto di altri Stati. In questi casi se non funziona bene la comunicazione tra le intelligence delle due nazioni interessate, i controlli sono inutili. Si chiamano “terroristi di scambio”». E infatti sembra che tre dei componenti del commando che ha colpito Parigi siano belgi (proprio in Belgio ci sono stati diversi arresti di persone legate ai fatti di venerdì).

PREVENIRE CON LA HUMINT

In quest’ottica, sembra che sia impossibile fermarli: rientrano in modo quasi anonimo e fanno perdere le proprie tracce, scelgono luoghi in cui possono confondersi tra la folla, colpiscono senza preavviso, sparando random tra la folla, ma con una precisione e una pianificazione militare. «Il terrorista è difficilmente individuabile ed identificabile, mantiene profilo basso, confuso “tra la media” il più possibile, non hai mai certezze se sia lui o meno: è vero, ma è possibile lavorare in un’ottica preventiva» dice Piacentini. «Serve un potente network HUMINT, la Human Intelligence, che in collaborazione con le forze di polizia deve controllare il territorio. La HUMINT rispetto a tutte le altre branche di intelligence riesce a farti conoscere le persone, a stare sul pezzo, sul territorio, perché è fatta di risorse umane, di conversazioni, di contatti. Chiaro che poi le componenti tecnologiche sono importanti, soprattutto adesso che gli stessi terroristi si scambiano messaggi via mail e chat online, e che il grosso del proselitismo e dell’auto addestramento per ilupi solitari arriva dal web. Ma servono cuore e cervello per far muovere quelle macchine». Un po’ quello che servirebbe alla Coalizione occidentale per aumentare l’efficacia nell’azione anti-IS in Siria e Iraq? «Sì, anche, è chiaro che in quei casiti sporchi gli scarponi, ma i piloti di caccia o dei droni senza uomini sul campo non possono vedere gli obiettivi da colpire».

TECNICA E MENTE

«Questa componente tecnico operativa deve essere sostenuta da una parte politica e razionale» spiega Piacentini: «Dopo l’11 Settembre, quando l’America era in ginocchio, ricevette collaborazione da tutto il mondo, perfino da Paesi con cui non aveva rapporti stretti, come la Russia o l’Iran. Ma in quel caso c’era una reale condivisioni di interessi nazionali, il Daghestan per i russi, la minaccia sunnita per la Repubblica islamica sciita iraniana, per esempio». E adesso? «L’Europa, per esempio, avrebbe bisogno per fronteggiare la minaccia terroristica sempre più imminente, di un’intelligence condivisa, frutto di una politica di Difesa e sicurezza condivisa: ma questa non c’è, gli Stati obbediscono alle proprie regole costituzionali, e certe volte si creano dei buchi di informazioni di intelligence a causa della mancanza di comunicazione».

L’ITALIA

Ieri il ministro dell’Interno Angelino Alfano ha alzato il livello di sicurezza. «L’Italia rispetto a molti altri Paesi è messa bene. Abbiamo acquisito un’esperienza spessa e profonda con il terrorismo delle Brigate Rosse: la nostra intelligence copre ottimamente il territorio e la nostra polizia lavora con consapevolezza della minaccia che ha di fronte. I due organismi sono perfettamente integrati e collaborativi. Il CASA, il comitato di intelligence strategica antiterrorismo, si riunisce giornalmente: è lì che si coordinano tutte le figure che tengono d’occhio il threat “terrorismo”. In più noi siamo un Paese che ha sempre dimostrato empatia, si guardi ai rapporti creati con le popolazioni locali durante le operazioni militari all’estero, e siamo particolarmente aperti all’azione umanitaria: questo ci permette di essere integrati tra la gente, tra le sottocomunità culturali della nostra società. Aisi e Aise (i servizi segreti interni ed esteri italiani, ndr) si muovono bene, hanno ottimi contatti, sanno quel che fanno».

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