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lunedì 23 novembre 2015

Ecco chi e come fa la guerra a Isis

Dal 15 giugno del 2014 è attiva una Coalizione internazionale composta da 41 Paesi (tra questi anche l’Italia) che sta combattendo il Califfato: non tutti gli Stati che compongono l’alleanza svolgono ruolo operativi, alcuni danno soltanto sostegno umanitario, altri unicamente contributo di intelligence, è il caso di Israele. La Coalizione è guidata da Washington ed è nata ufficialmente a sostegno del governo iracheno, sebbene pochi mesi dopo l’inizio della missione è stato scelto di ampliare, soltanto i raid aerei, anche alla territorio siriano (si parla della possibilità di un allargamento delle azioni anche alla Libia, considerato un asset prioritario del Califfato). I mezzi militari operano esclusivamente per via area per ciò che riguarda la fase offensiva, mentre alcuni gruppi di advisor militari sono presenti sul terreno per fornire consulenza sia all’esercito iracheno sia ai Peshmerga curdi; attraverso due diversi programmi studiati entrambi dagli Stati Uniti, è stato anche fornito addestramento a membri dell’opposizioni siriana moderata, principalmente a fazioni del Free Syrian Army. Nonostante gli sforzi siano iniziati da più di un anno, lo Stato islamico non si è piegato, almeno in modo sensibile. Intervenendo ad una radio israeliana, Shabtai Shavit, ex capo del servizio segreto estero israeliano (il Mossad), ha sintetizzato la situazione dicendo che gli alleati “devono smetterla di parlare e cominciare a fare qualcosa sul serio”.

L’INDECISIONE DI OBAMA

La dottrina. Il Paese che più di tutti gli altri si sta impegnando contro lo Stato islamico sono gli Stati Uniti, nonostante Barack Obama abbia più volte dimostrato posizioni piuttosto riluttanti al coinvolgimento militare completo; una sorta di dottrina, la sua (si ricorderà la lettura “don’t do stupid shit” spiegata nel 2014 durante un viaggio in Asia rispondendo alla sua stessa domanda: “Allora, che cos’è la mia politica estera?”).

Vuoti di leadership e di potere.
Dall’ottobre di quest’anno, è mancata la presenza di una portaerei nelle acque intorno al Califfato. La società d’analisi d’intelligence americana Stratfor, così come altre, ha sottolineato questa situazione come un vuoto di potere, simbolo di una strategia carente e poco interessata. Una linea di comando che spesso sovrappone allo scarso coinvolgimento anche l’indecisione: diversi piloti di caccia di ritorno dalla missione anti-Isis lamentano su siti specialistici i continui “Alt” ricevuti dal comando per bloccare potenziali attacchi ritenuti rischiosi. È noto infatti che Obama abbia scelto una linea più che sicura, per evitare danni collaterali (e vittime civili): circostanze che lo metterebbero spalle al muro con l’opinione pubblica. Secondo esperti militari però, questo è un atteggiamento di eccessiva prudenza, altra testimonianza che mescola indecisione a disinteresse, in quanto l’attuale campagna aerea contro il Califfato è ritenuta la più “precisa” della storia delle guerre ed è già condotta limitando al massimo il coinvolgimento di civili, abbinamento di tecnologia e attenzione; all’opposto invece, in molti casi, quegli stop imposti dagli ordini “dall’alto”, hanno fatto sfuggire bersagli importanti dal mirino dei caccia. I critici contestano in questo la scarsa leadership dimostrata dall’abilissimo comunicatore Obama come Commander in Chief, e si riaffaccia l’eco clintoniano del “Chi vorreste che rispondesse ad una chiamata di emergenza alle tre del mattino alla Casa Bianca?”, frase che Hillary Clinton utilizzò (senza grande successo) nella campagna elettore per indicare in Obama una persona non capace a gestire le crisi internazionali.

I numeri, comunque. Tuttavia oltre il 60 per cento del totale degli attacchi aerei che hanno colpito lo Stato islamico sono stati condotti dagli Stati Uniti: il dato diventa il 95 per cento se si considera le missioni condotte in Siria (dati forniti da Cent Com a settembre). In percentuali minori hanno agito inglesi, australiani, belgi, danesi, olandesi. Dopo Stati Uniti e Regno Unito, la Francia che come noto hanno incrementato le proprie operazione nell’ultimo mese (piano operativo già da prima degli attentati di Parigi). Alcuni Paesi del Golfo (Bahrein, Qatar, Arabia Saudita e UAE) e la Giordania hanno ricoperto nei primissimi mesi un ruolo molto attivo negli attacchi aerei, e sono stati gli unici a seguire gli Usa sulla decisione di colpire il suolo siriano (c’entrano diatribe storica con Damasco di carattere confessionale sciiti contro sunniti), poi hanno abbassato il loro impegno concentrando i propri sforzi sulla crisi in Yemen. Proprio un attacco aereo giordano, si lega al più atroce episodio di KIA dell’intero intervento: a febbraio il pilota Muath Kasasbeh precipitò durante una missione con il suo F16 in un area di territorio sotto il controllo dello Stato islamico: i soldati del Califfo lo catturarono e poi lo giustiziarono barbaramente, bruciandolo vivo mentre era intrappolato in una gabbia, sotto gli occhi delle telecamere. Gli Stati Uniti sono anche il Paese della Coalizione “occidentale” (l’altra è quella a guida russa, che racchiude Iran, Siria e Hezbollah) che ha più uomini schierati sul campo, quasi cinquemila in totale (più i contractors), contro i circa trecento inglesi, novecento australiani (tra truppe regolari, Sof, e personale della RAAF), settecento canadesi (gli unici che sembra siano entrati in modalità “combat” in almeno un’occasione, a gennaio 2015), 500 italiani, 40 tedeschi e 30 portoghesi.

INHERENT RESOLVE

L’operazione americana iniziata l’ 8 agosto 2014, per lungo tempo, non ha avuto un nome: Inherent Resolve arriva soltanto ad ottobre dello stesso anno, circostanza che si è trascinata dietro critiche. In molti tra gli addetti ai lavori sostenevano che senza un nome specifico la missione sarebbe stata senza personalità e avrebbe impedito ai partecipanti riconoscimenti onorari. Gli osservatori sottolineavano come l’iniziale volontà della Casa Bianca, fosse quella di far passare tutto come una semplice operazione di counterterrorism “no name“, per non crearsi problemi con l’opinione pubblica anti interventista americana: segno anche di una sottovalutazione del problema da parte dell’Amministrazione (in un’intervista sul New Yorker, Obama sminuì l’Isis con un’immagine: “Non è che se uno si mette la maglia dei Los Angeles Lakers poi riesce a giocare come Kobe Bryant”), che ponderava l’Isis come una pratica facilmente archiviabile sottostimandolo militarmente e dal punto di vista della struttura sociale e statuale. Successivamente, davanti alla resistenza dell’Isis, la Casa Bianca ha dovuto accettare la scelta del nome, e descrivere Inherent Resolve come un intervento militare.

La catena di comando. Inherent Resolve è guidata dalla Combined Joint Task Force – Operation Inherent Resolve (CJTF-OIR), di cui il comandante è il generale Sean MacFarland. Obama ha richiamato dalla pensione per gestire l’intero sforzo militare americano anche il generale John Allen, esperto di Iraq e protagonista del piano di counter-insurgency americano che aveva portato, durante l’occupazione nel 2007, i sunniti iracheni a ribellarsi all’al Qaeda locale guidata da Abu Musab al Zarqawi, entità che ha fatto da prodromo ideologico ed operativo all’attuale Stato islamico. Allen doveva passare l’incarico entro pochi mesi (tempo di organizzare e mettere a sistema il piano) a Brett McGurk, rappresentate americano per la Coalizione: il passaggio è avvenuto soltanto il 23 ottobre di quest’anno. Tutta l’operazione è gestita da Cent Com, il Comando Centrale americano, che si occupa delle operazioni che coprono l’area che va dall’Egitto all’Afghanistan, guidato dal generale Lloyd Austin.

Obiettivi. Secondo un’infografica diffusa in questi giorni da Cent Com, il principale degli obiettivi dietro all’intervento americano è offrire sostegno al governo iracheno, fornendo anche assistenza e training alle forze di sicurezza di Baghdad, proteggendo la popolazione e fornendo sostegno umanitario. Seguono il negare il controllo territoriale all’Isis e la costruzione di partnership locale (cioè far sì che i sunniti tornino a fidarsi delle istituzioni governative e isolino, insorgendo, il Califfato) mostrando la reale natura, spietata e dittatoriale, dei baghdadisti. Poi c’è la necessità di incrementare l’intelligence sul posto; distruggere l’economia del Califfato (legata al commercio di petrolio, che dal 16 novembre è entrato tra gli obiettivi degli attacchi aerei americani anche per quel che riguarda le autocisterne, con un nome specifico, Tidal Wave II, strada seguita poi anche dei russi); troncare il flusso dei foreign fighter che sono i rinforzi dell’Isis. Occasionalmente anche alcuni posti militari della Jabhat al Nusra, la filiale qaedista in Siria, sono stati centrati dagli attacchi americani.

Zone di pressione. Non tutto il territorio iracheno, tanto meno quello siriano, sono oggetto dell’intervento. L’azione si concentra nella fascia di territorio che sta intorno Baghdad (per necessità di protezione della capitale) e si estende verso ovest, cioè verso la Siria, attraverso la regione dell’Anbar, fino a sconfinare nelle zone dove si concentrano le risorse energetiche siriane, Deir Ezzor e la sua regione, che sono controllate dal Califfo. Poi c’è la fetta a nord, tra Bayji (aree petrolifera martellata dall’Isis) e Tikrit salendo su verso Kirkuk e Mosul (capitale irachena dell’Isis) fino al Kurdistan, estendendo l’interesse fino al Rojava, il territorio dei curdi siriani lungo tutto il confine turco. Da lì si scende verso Raqqa (la “capitale” dello Stato islamico) senza arrivare troppo oltre ad occidente: le aree mediterranee della Siria, culla ancestrale della minoranza di potere alawita, sono quelle difese dai russi. Attualmente i fronti più caldi sono due: il nord siriano, dove la Coalizione sta aiutando un raggruppamento di ribelli guidato dalle YPG curde e composta da unità combattenti arabe islamiche e cristiane, nella loro avanzata verso sud per isolare Raqqa; e il massiccio del Sinjar, teatro della pulizia etnica attuata dall’Isis contro la minoranza yazida, e riconquistato proprio in questi giorni grazie ai raid aerei americani e alle azioni a terra dei Peshmerga.

LA PRESENZA AMERICANA

Stando agli ultimi dati pubblicati, sono stati colpiti oltre 16mila obiettivi, sganciando circa 22 mila tra missili e bombe, a fronte di quasi ottomila raid aerei (due terzi di questi hanno interessato target sul territorio iracheno). Il costo delle operazioni si aggira intorno agli 11 milioni di dollari al giorno. Per il momento le perdite in termine umano sono molto contenute, soltanto 7 militari americani sono morti, di cui soltanto uno in combattimento; le vittime civili sono state un numero molto limitato. L’intervento militare Inherent Resolve è costituito da unità terrestri, marine e aeree.

Unità terrestri. Gli Stati Uniti hanno disposto da subito delle unità terrestri, ma nessuna di queste ha effettivamente un ruolo “combat” nelle proprie regole di ingaggio: in totale, oltre ai 4850 effettivi in Iraq e Kurdistan iracheno (più piccole unità in Siria) e ai 2500 di stanza in Kuwait, sarebbero operativi anche circa 7000 contractors. Il compito iniziale era incrementare la protezione dell’ambasciata/fortezza di Baghdad. Inizialmente sono state disposte 500 unità della 1st Infantry Division a cui successivamente sono state aggiunte altre 300 unità dell’82nd Airborne Division disposti a protezione del consolato di Erbil, capitale del Kurdistan iracheno (qui è presente anche un gruppo di circa 200 militari italiani della “Task Force Erbil” il cui programma nel Kurdistan Training Coordination Center, condiviso con americani e altri, ha permesso la formazione militare avanzata di oltre mille peshmerga) . Via via le unità sono state aumentante, fino ad arrivare ai 4.400 soldati che Washington ha schierata sul territorio iracheno. I compiti operativi al momento sono la consulenza (li chiamano “advisor”) militare all’esercito di Baghdad, la formazione e il training delle forze di sicurezza irachene, l’addestramento di piccole unità di ribelli, sia nel programma del Pentagono ─ ormai chiuso ─ che prevedeva di creare una forza di terra composta da ribelli siriani che avrebbero dovuto combattere l’Isis, sia insegnare ad altre unità ribelli ad usare i Manpads, i lancia missili anticarro portatili (questo programma è stato pensato dalla Cia, in partnership con alcuni stati regionali, e sta producendo adesso i primi risultati, ma non ha l’Isis come unico obiettivo, visto che quei ribelli possono “girare” le proprie armi anche contro le forze di Bashar al-Assad). Le attività di consulenza ai ribelli, sono state fatte sia in Turchia che in altri Paesi dell’area, come la Giordania. Unità di forze speciali americane Delta Force, sono schierate ad Erbil: la Delta stata protagonista di alcuni, rari, blitz effettuati per catturare o eliminare notabili del gruppo come l’Emiro del petrolio Abu Sayyaf o liberare ostaggi. L’unico militare americano morto in battaglia in Iraq, è stato colpito in uno scontro a fuoco durante una di queste operazioni. Altri due team di forze speciali Delta, sono state messe in appoggio dei curdi dell’YPG per dirigere la loro discesa offensiva verso Raqqa: Obama ha comunque sottolineato che sebbene lo schieramento di alcune forze speciali in Siria può rappresentare uno “shift” strategico, non è un cambiamento completo, cioè non ci saranno boots on the ground con compito di combattimento. In quest’ottica era stata creata una base a Taqqadum, tra Falluja e Ramadi, e aveva proprio lo scopo di far da avamposto operativo che avrebbe dovuto ospitare forze speciali e unità aeree di supporto truppe, per dirigere l’offensiva finalizzata a riprendere il capoluogo dell’Anbar, ma da diversi mesi non se ne sente parola.

Unità aeree. Il centro dell’operazione è la guerra aerea, che si compone delle missioni di sorveglianza e monitoraggio di droni e aerei da osservazione: sono attività di intelligence tecnologica, le stesse a cui nel quadro della Coalizione partecipano i Tornado italiani. A questi si uniscono le missioni di bombardamento. I Rockwell B1B Lancer del 9th Bomb Squadron hanno colpito molte volte, soprattutto nell’area del nord siriano (sono stati protagonisti della vittoriosa campagna su Kobane) partendo dal Qatar. Protagonisti delle operazioni aeree sono gli F15 che hanno condotto circa il 40 per cento degli airstrike, decollando da vari Paesi arabi. Decisivo dal punto di vista della guerra aerea è stata la decisione turca di agosto 2015 di aprire all’uso americano la grande base di Incirlik: decollando dalla Turchia, i velivoli americani hanno aumentato in efficienza e capacità funzionale. Gli airstrike, infatti, si basano su osservazioni e su rilievi di intelligence, e molto spesso questo presuppone che arrivino nel più breve tempo possibile dopo di queste: un esempio è la situazione che pochi giorni fa ha portato alla morte del boia del Califfato, Jihadi John, ucciso appena salito sul suo fuoristrada in pieno centro a Raqqa; sbagliare di pochi secondi il tempo del bombardamento, avrebbe significato non solo non centrare l’obiettivo ma pure fare vittime civili. Altri velivoli centrali nel conflitto sono stati gli F16: l’8 ottobre 2015 è stato anche il giorno in cui gli F16 iracheni, forniti dagli Usa, hanno compiuto il loro primo attacco aereo contro l’Isis. Il teatro operativo siriano, ha visto anche impegnati per la prima volta in missione gli F22 Raptor del 27th Fighter Squadron, gli aerei da guerra più tecnologici del mondo, decollati da una base negli Emirati Arabi Uniti. Ultimamente sono stati schierati anche gli A10 Warthog, che nelle ultime settimane hanno sostituito alla rotazione gli F16 di Incirlik: gli A10 sono aerei da supporto ravvicinato alle truppe di terra, e attualmente sono utilizzati per oltre il 10% dei raid, questo è un segno che l’interesse americano si sta spostando anche verso il supporto diretto dei “propri stivali”, vedi area a nord di Raqqa. Contemporaneamente in Iraq sono stati schierati otto elicotteri Apache. La componente elicotteristica è integrata dagli UH-60 Black Hawk, tra cui quelli del 160th SOAR (Special Operations Aviation Regiment), i Night Stalker che si occupano di trasportare le forze speciali nei luoghi dei blitz o nei punto di più caldi del campo di battaglia.

Unità navali. Nell’arco del tempo, dopo l’inizio della missione Inherent Resolve, nei mari del Golfo e del Mediterraneo orientale sono stati schierati diverse portaerei e gruppi da battaglia. La prima a prendere parte all’operazione la “George W. Bush” che è stata nel Golfo Persico fino ad ottobre 2014, rimpiazzata dalla “Carl Vinson”: la presenza delle portaerei ha permesso l’utilizzo per gli airstrike dei Fa/18 Super Hornet, inoltre alcuni cacciatorpediniere dei gruppi da battaglia hanno lanciato missili Tomahawk nelle fasi iniziali dei bombardamenti contro la Siria: in quelle circostanza furono colpite delle postazioni di un gruppo denominato Khorasan, considerato la branca di al Nusra dedicata ad effettuare attacchi all’estero (in Occidente). La Vinson è stata sostituita dalla “Thedore Roosevelt”, rimasta nelle acque al largo dello Yemen. Questi appoggi navali sono presenza e deterrenza, e base operativa avanzata. In questi giorni però è partita per una missione di sette mesi nel Mediterraneo orientale e nel Golfo la portaerei nucleare “Harry Truman” con il suo gruppo da battaglia, per coprire il vuoto lasciato dalla partenza della Roosevelt, che ha abbandonato l’area in direzione delle acque del Mar Cinese Meridionale.

L’ISIS STA VARIANDO LA SUA STRATEGIA

Il terrorismo in questo momento ha un nome proprio: Isis, anche se, come dimostra per esempio l’attentato in Mali di venerdì, l’organizzazione guidata dal Abu Bakr al Baghdadi non è l’unica fonte di pericolo e preoccupazione. Ma differentemente da tutti gli altri gruppi combattenti per ragioni ideologiche legate al fondamentalismo islamico, mischiate a questioni nazionalistiche o agende di interesse territoriale (è il caso dei gruppi del Sahel, come quelli che hanno assaltato il Radisson di Bamako, o dei Talebani afghani, da settimane tornati all’offensiva), il “califfo” Baghdadi è riuscito a costruire intorno a sé una realtà statuale: lo Stato islamico. Questo ha fatto sì che finora l’Isis puntasse su una strategia espansionistica mirata ad allargare le proprie aree di controllo, dirigendosi per esempio verso est, nel Khorasan, o in Libia, approfittando del caos della guerra civile per piantare una roccaforte in mezzo all’influenzabile Maghreb. Quello che è successo a Parigi, oltre al potere simbolico, che infuoca i proseliti e terrorizza gli animi europei ed occidentali, dimostra però che la strategia generale del Califfato sta variando in una sorta di qaedizzazione delle attività. Al Qaeda, l’ex principale “terrore globale” prima dell’avvento dell’Isis, ha sempre concentrato i suoi sforzi nel colpire l’Occidente, poi si sarebbe creata la Umma di tutti i fedeli: ora anche il califfo dà ordini ai suoi luogotenenti di organizzare piani di attacco contro luoghi di interesse per “gli infedeli”, colpirli, sfiancarli, sfibrare il tessuto sociale, come spiegato dal Wall Street Journal.

COSA FARE CONTRO L’ISIS?

Davanti a questo doppio asset di interesse dimostrato in questo momento dal Califfato, la volontà di conquista territoriale abbinata alle azioni terroristiche, la stragrande maggioranza degli analisti concorda che siano necessari due piani di intervento, uno interno ed uno esterno. L’attività interna dovrebbe distinguersi in un aspetto tecnico-operativo (la human intelligence coordinata alle attività di polizia per prevenire le minacce) e uno politico-sociale, dove gli Stati dovrebbero lavorare per favorire l’isolamento delle istanze integraliste all’interno della popolazione. Per quanto riguarda le azioni “esterne”, invece, la linea che esce dagli osservatori, condivisa almeno nel pensiero, dai governi, è un’azione militare sul territorio siro-iracheno califfale. Azione che dovrebbe avere come obiettivo la distruzione (il presidente americano Barack Obama lo chiama “degradare”) militare del Califfato: i governi dimostrano la volontà di attuare queste operazioni mirate nell’ottica del massimo effetto con il minimo impegno, bombardamenti, assistenza alle forze locali che si oppongono all’Isis, niente o quasi azioni terrestri. In molti concordano che questo sforzo militare non è sufficiente, perché va abbinato necessariamente a un impegno “di terra”, il solo che può abbinare le attività militari al coinvolgimento della popolazione locale: il controllo del territorio ha permesso allo Stato islamico di sviluppare un tessuto sociale più o meno favorevole, fatto di sunniti sfiancati da anni di soprusi, che vedono (o hanno visto) nel Califfo una sorta di “speranza”. Senza lavorare su questi, è quasi inutile combattere l’attuale organizzazione dell’Isis, perché c’è da aspettarsi che in pochi anni qualcuno si sostituisca e ricrei una catena di comando analoga all’attuale, sempre vincolata alle istanze dei locali infuocate dalla propaganda islamista.

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