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giovedì 5 novembre 2015

Cosa (non) cambia in Turchia e Medio Oriente dopo la vittoria di Erdogan

(Pubblicato su Formiche)

Martedì il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha chiesto il “rispetto” del mondo per i risultati politici turchi: cioè, ha chiesto a tutti di smetterla con l’evocare scenari di pressioni e brogli dietro alla vittoria del suo partito, l’Akp, alle elezioni di domenica scorsa. Mercoledì è tornato a battere sul suo nodo politico personale: ora serve un impegno di tutti i partiti per modificare la Costituzione, ha detto. Quello che sembra un passaggio quasi obbligato di un presidente che propone delle importanti e necessarie (condivise dai principali schieramenti) riforme costituzionali dopo le elezioni politiche, è in realtà, secondo alcuni osservatori, un avvertimento. Davanti a Erdogan ci sono due strade: la guerra totale ai nemici, interni ed esterni, oppure la ricerca di un compromesso per raggiungere le riforme della Carta, che dovrebbero spostare il sistema di governo del Paese verso il presidenzialismo che lui cerca.

UOMO FORTE

Nonostante la vittoria, a spese soprattutto dei curdi che hanno perso circa tre punti percentuali e dei nazionalisti, l’Akp può sì governare da solo, ma ha bisogno di altri quindici seggi parlamentari per poter raggiungere la soglia di 330 necessari per modificare la Costituzione. Ottenere quella maggioranza, non dovrebbe essere un grosso ostacolo, soprattutto adesso che, a fronte di un’affluenza di oltre l’87 per cento, Erdogan ha dimostrato di essere sempre di più “la figura dominante in Turchia”, come ha scritto David Gardner sul Financial Times. «Strongman», l’uomo forte, l’ha definito il Wall Street Journal in un articolo in cui spiega che i turchi hanno scelto Erdogan, una “sorta” di stabilità sebbene a spese di qualche diritto, anche perché non vedono soluzioni intorno, cioè non vedono al di fuori del Paese una leadership alternativa, proposte forti, soluzioni. Tradotto: l’Occidente è corresponsabile della vittoria del “sultano di Ankara”, quell’Occidente che non ha una strategia cavalcabile in Medio Oriente, incapace di avere una politica unitaria come nella crisi dei migranti.

AMICI E NEMICI

Il rafforzamento elettorale di Erdogan, significa anche un rinvigorimento degli “amici” e problemi in più per i nemici. In una regione senza guida, la vittoria dell’Akp riscuote le congratulazioni dei partiti politici islamisti (da Hamas in Palestina a Ennhada in Tunisia) e dei gruppi ribelli siriani, che considerano Erdogan un prezioso alleato (questo non vale spesso per i jihadisti, che pensano alla Turchia come “impura” perché “amica” degli occidentali). Dodici gruppi combattenti dell’opposizione siriana hanno firmato un comunicato congiunto con cui si congratulavano con l’Akp. Allo stesso tempo, tremano i nemici, i curdi per primi: tutti, dal Pkk all’Ypg a cui gli Stati Uniti hanno affiancato due team di forze speciali per aiutarli nell’avanzata dello Stato Islamico. Preoccupato è anche il presidente siriano Bashar al-Assad, con cui Erdogan aveva rapporti amichevoli un tempo. Secondo gli analisti, Assad teme perché Ankara sta stringendo rapporti Mosca: l’altro ieri c’è stata una telefonata in cui i due capi di Stato, Erdogan e Vladimir Putin, hanno discusso il futuro della Siria (il giorno successivo alla dichiarazione con cui la portavoce del ministero degli Esteri russo ha definito Assad “non cruciale” per il futuro della Siria).

STESSA LINEA MILITARE

Oltre che dalle entità sunnite regionali (partiti, movimenti, gruppi combattenti), la vittoria di Erdogan è stata accolta con favore anche dalla Borsa turca e dalla lira turca: un segnale di fiducia, perché quella “stabilità” significherà che la linea politica di Ankara resterà esattamente la stessa vista finora, anzi, forse sarà rafforzata sia in casa sia fuori. In particolare in Siria, dove è presumibile che la Turchia continuerà a sostenere, forse con ancor più flusso, il passaggio di missili anticarro sauditi ai ribelli: è il programma che condivide con sauditi e Cia, lo stesso che ha notevolmente rallentato l’offensiva delle forze governative, cioè, esercito siriano, aerei ed elicotteri russi, miliziani sciiti filoiraniani, pasdaran mandati da Teheran.

Uno di quei dodici gruppi che hanno redatto il comunicato di congratulazioni all’Akp, è il Sultan bin Murad, che in questi giorni sta diffondendo video da Aleppo, mentre con i missili anticarro sauditi arrivati via Turchia colpiscono i blindati dell’esercito assadista guidati dalle milizie sciite filoiraniane. Daniele Raineri sul Foglio li ha definiti gli “Erdogan Boys”. È anche davanti a queste immagini che il presidente turco, vincitore alle urne, si sente ago della bilancia (non solo diplomatico) in questo scontro sunniti e sciiti, spostando momentaneamente il peso verso i primi.

LA QUESTIONE CURDA

Tra i nemici che non festeggiano la vittoria di Erdogan ci sono invece i curdi. Il rafforzamento politico sarà letto dal presidente e dal governo come un avallo dell’elettorato alla linea dura avviata negli ultimi mesi nel sud del Paese, dove il conflitto curdi-Stato centrale è da settimane sull’orlo di diventare una guerra civile. Dall’altra parte, fronte Pkk, la vittoria dell’Akp e la sconfitta dell’Hdp, riferimento politico moderato per l’etnia del Kurdistan, rende la reazione violenta una carta sempre più attraente. Lunedì, il giorno successivo allo spoglio, alcune postazioni del Pkk in Iraq sono state colpite dai jet turchi. Mercoledì a Daglica, nel sud est turco, la battaglia tra esercito e miliziani del Pkk è diventata una vera e propria guerriglia cittadina: 15 curdi e due soldati sono rimasti uccisi negli scontri.


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