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martedì 17 novembre 2015

Combattere il Califfato, per me

Questa è una cosa personale, che dopo averla letta (essendo personale mia, potete anche non leggerla) non vi arricchirà di niente; ma penso che sia giusto metterla qui, salvarla per le prossime volte e una per tutte, con effetto retroattivo e futuribile. Si parla di quel che penso io sul cosa fare contro il Califfato, figuriamoci, va beh.

Dunque, dicevamo, io penso che il Califfato vada combattuto militarmente, sì, ne sono convinto: credo che sia necessario non degradarlo, ma distruggerlo.

Non mi eccito per le bombe, non mi piacciono i morti, non mi piace chi soffre, non mi piace vedere saltare in aria cose, case e persone. Dirò di più, penso sempre che quando cade un Jdam sulla testa di un leader jihadista, spietato che sia, quello è sempre una persona: difficile dirlo, lo so, per uno che butta dalla cima di un palazzo un uomo legato ad una sedia, solo perché "accusato" di omosessualità. Ma io ho in mente il video di quel ragazzo uzbeko della Jabhat al Nusra che piangeva terrorizzato prima di farsi saltare in aria. E credo che anche i cattivi quando muoiono soffrono, piangono, sono spaventati. Però a questo mio idealismo ne devo abbinare un altro, quello di combattere chi va combattuto.

Credo inoltre, da molto tempo prima che molti di voi iniziassero a sentir voce che esisteva un qualcosa chiamato Isis (è una cosa personale, vi avevo avvisato di non leggere oltre: a questo punto posso essere pure antipatico e spocchioso, no?); dicevamo, penso anche però, da molto tempo, che il Califfato sia qualcosa di diverso dal terrorismo abituale, quello da reprimere a livello poliziesco, da prevenire e da sparargli contro e basta. O meglio, il Califfato è anche questo ("va combattuto militarmente", dicevo) ma è anche, purtroppo, molto di più. E per questo servono soluzioni più plastiche, abbandonando la rigidezza dei vecchi schemi.

Il Califfato ha creato delle statehood in grado di sostenerlo amministrativamente: immaginate (mi rivolgo a voi che vi approcciate a certe questioni solo quando si legano a fatti di cronaca, e pure a voi che ancora avete voglia di sentire ciò che dico), che le province, le Wilayah, funzionano come le nostre regioni. Forniscono assistenza sanitaria, "scolastica", amministrativa, insomma. Hanno un'economia, molto legata alla vendita del petrolio, che non è di contrabbando (o almeno non solo), chiaro? Vendono il petrolio al governo siriano, capite? Come una qualsiasi delle compagnie che conoscete, riforniscono le autocisterne che poi smerciano sul mercato: controllano i pozzi, e puzzonate di Assad a parte, lo fanno in un modo che senza quelle risorse un intero paese, la Siria, sarebbe in ginocchio (certo, in questo ci sono anche le responsabilità di Assad, le puzzonate appunto, ma se voi continuate a leggere i comunicati del Cremlino come fossero notizia vera, colpa anche del Tg1 e di alcuni media generalisti che ancora non l'hanno capito, la questione si complica: scegliete fonti migliori, per risolvere il problema, ok?). Per sintetizzare tutta 'sta nenia, vi basta pensare che il Califfato amministra politicamente un territorio, fisico, fatto di case, campi, monti e tramonti, di gente che ci vive. Molti soffrono, altri ne sono pure contenti, perché vedono nel Califfato l'unica possibilità di rivalsa.

Tutto questo discorso, non deve farvi perdere le bussola, perché il Califfo resta sempre il cattivo, e quelli che "sono al limite felici" di di vivere sotto la sua autorità, sono degli schiavi mentali (alcuni anche fisici) indottrinati da una propaganda folle, spietata, continua.

In questo il punto: alla campagna militare, è necessario ovviamente abbinarne una sociale, sociologica, culturale, che in una parola possiamo definire politica. Ma col Califfo non si può trattare, questo è chiaro no? Ed è questo l'aspetto triste, pericoloso, complicato della faccenda. Come creare qualcosa di forte al punto di contrastare una propaganda talmente potente da riuscire ad indottrinare un ragazzo dei quartieri poveri di una città X (con tutte le problematiche sociali che quel ragazzo può soffrire) fino al punto di concedere la vita in nome del Califfo, e dunque di Dio? A me, l'unico modo che viene in mente, è contrapporre a questo il nostro pensiero forte, quello che ci consolida come il luogo di arrivo di un viaggio, quello che fa dei nostri diritti, della nostra democrazia, della nostra Libertà, il nostro vanto. Senza avere paura, senza temere rappresaglie, senza pensare di correre il rischio di essere poco corretti politicamente.

Noi siamo la parte giusta della storia, cerchiamo di non aver paura e di ricordarcelo. Il Califfato ha dichiarato guerra all'Islam che guarda all'Occidente, quello che vorrebbe avviare una fase di secolarizzazione, e chi scappa da tutto questo, non corre nella ricca Cina, non si rifugia nella potente Russia, viene da noi, con tutti i nostri problemi, perché siamo noi la patria della Libertà. Perché è qua da noi il posto dove gli invasati radicali possono essere ancora stigmatizzati, marginalizzati e isolati (e con loro le loro reazioni). Ma se rinunciamo a questo, se cediamo il passo alle nostre debolezze, ai nostri comfort, alle nostre paranoie, arriverà anche il momento in cui non riusciremo più a discernere.

Per concludere, al link un pezzo di oltre un anno fa, in cui si parlava di combattere lo Stato islamico sia sul piano militare sia su quello socio-economico-culturale. (Nota: è stato scritto sul Giornale dell'Umbria, quando ancora era un giornale che non voleva cedere al pensiero debole, diretto da una persona che aveva chiaro ciò che doveva essere fatto)



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