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venerdì 13 novembre 2015

Brevi note sulla presunta morte di Jihadi John

(Pubblicato su Formiche)

«Stiamo valutando i risultati rispetto al bombardamento avvenuto nella notte e vi forniremo ulteriori informazioni sul caso»: sono queste le parole con cui il portavoce del Pentagono Peter Cook ha comunicato ai giornalisti presenti in conferenza stampa l’attacco con cui un drone americano avrebbe colpito Mohammed Emwazi, noto al mondo come “Jihadi John”.

Per ricordare chi era il jihadista John, kuwaitiano arrivato a combattere in Siria nel 2012 direttamente da Londra, dove è cresciuto (si è laureato all’Università di Westminster), basta riportare l’elenco delle sue esecuzioni: per primo il giornalista statunitense James Foley, poi Steven Sotloff, un altro giornalista americano; e ancora Abdul Rahman Kassig, un operatore umanitario americano; David Haines e Alan Henning, entrambi operatori umanitari britannici e il giornalista giapponese Kenji Goto. Jihadi John era il “boia” del Califfato apparso nei video messaggi in cui si mostrava al mondo la spietatezza dei baghdadisti verso i civili indifesi, vittime delle esecuzioni con la sola colpa di essere “occidentali”. Era di nazionalità inglese, e secondo alcuni dei prigionieri riusciti a raccontare la propria storia, John faceva parte di un gruppi di connazionali che il Califfo utilizzava come carcerieri: “The Beatles” il nome che si erano dati (senza troppa fantasia). All’inizio di quest’anno il Washington Post ha svelato la sua identità, mentre quella degli altri componenti del gruppo resta un mistero.

Nonostante la morte non sia stata ancora accertata, quello che esce dai report dei media internazionali che seguono la vicenda è abbastanza accurato: segno che i funzionari americani che stanno spifferando i dettagli alla stampa, serbano un certo ottimismo.

L’operazione messa in piedi per uccidere il “boia” inglese del Califfato, appare (per quel che si sa) piuttosto complessa e articolata, probabilmente frutto di una caccia all’uomo che si protrae da diverso tempo:. Jihadi John infatti sarebbe stato colpito da un missile Hellfire sganciato da un drone, poco dopo essere salito a bordo del proprio veicolo. L’uomo era appena uscito da un palazzo di Raqqa, la capitale siriana del Califfato: dettaglio necessario per comprendere che il soggetto era “sotto tiro” da un po’, e l’attacco è stato sferrato soltanto dopo che John era lontano da potenziali danni collaterali sui civili. I giornali americani dicono che non era solo nel veicolo, forse con lui c’erano altri componenti del suo gruppo (dettaglio questo che richiede ulteriori e più complicate conferme).

Jihadi John non era una personalità importante all’interno del Califfato. Il suo era un ruolo mediatico, era un bel volto da mostrare, coperto, durante le esecuzioni degli ostaggi occidentali, perché mentre recitava le solite invettive contro l’Occidente nei video montati ad arte dai media califfali, lo faceva con un tipico e riconoscibilissimo accento londinese. Il senso del messaggio che il Califfo Baghdadi voleva diffondere era chiaro: “non solo vi stiamo uccidendo, ma è un figlio cresciuto nella vostra terra a rivoltarsi contro di voi, dopo aver scelto la vita felice sotto Dio, sotto lo Stato islamico”. Con ogni probabilità con la sua morte non cambierà niente nella catena di comando e nei quadri del potere del Califfato, ma la Coalizione internazionale può riportare a casa un successo da prime pagine dei giornali: difficile spiegare che le avanzate sul Sinjar, in Iraq, e su Raqqa, fatte aiutando i curdi, hanno un peso potenzialmente maggiore sull’inerzia della guerra all’IS. Difficile perché se si chiede in giro alla gente comune, quella che segue le notizie “sul Califfato” solo quando diventano fatti di cronaca, quella che forma la tanto inseguita “opinione pubblica”, di identificare l’Isis con un volto, un’alta percentuale citerà quello coperto dal turbante nero del jihadista John: il volto dell’orrore spettacolarizzato.

Dall’altra parte, i più attenti, difficilmente si faranno convincere dalla narrativa dello “stiamo vincendo, abbiamo ucciso anche il loro boia”, quando poche ore prima dell’airstrike c’è stato un duplice attentato a Beirut rivendicato proprio dall’IS: il segno che la guerra spinta dai baghdadisti è destinata a propagarsi in tutta la regione.

Un nota importante, invece, è quella relativa all’operazione. Come detto, la vicenda rivela un’attenta osservazione di intelligence sui movimenti del jihadista, colpito in modo chirurgico appena è stato possibile. In più si può pensare che dietro a questi monitoraggi dall’alto ci sia anche l’uso di qualche fixers sul terreno, qualcuno che “canta” e che ha tradito il Califfo. Segno che il network della segretezza che avvolge gli uomini dello Stato islamico è stato violato, ancora una volta: il 24 di agosto un altro inglese, Junaid Hussain, conosciuto con il nome de guerre di Abu Hussain al-Britani è stato ucciso da un drone-strike in circostanze simili a quelle di Emwazi, anche lui era appena salito a bordo del suo veicolo, nei pressi di Raqqa. Chi spiffera le informazioni, si trova proprio al centro dello Stato islamico.

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