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sabato 31 ottobre 2015

Turchia, ecco partiti e programmi elettorali

(Pubblicato su Formiche)

Domenica primo novembre si voterà per le elezioni parlamentari in Turchia: le precedenti votazioni, avvenute a giugno di quest’anno, sono state invalidate dal fatto che i partiti non hanno trovato nessuna intesa per formare un governo.

Queste elezioni avvengono in un clima di tensione particolarmente alta nel Paese: il governo ha deciso da qualche mese di avviare un’operazione militare di lotta al terrorismo, ufficialmente diretta contro lo Stato islamico, ma che si è rivolta molto più spesso contro i ribelli curdi del Pkk. Questo ha riacceso il conflitto trentennale tra curdi e stato centrale.

I RECENTI ATTENTATI

La Turchia da giugno ha subìto tre importanti attentati, tutti a danno dei curdi che stavano presenziando a manifestazioni pacifiche: il primo è avvenuto a giugno durante un comizio a Diyarbakir; un altro il mese successivo a Suruc, contro un centro sociale dove si erano raccolti giovani attivisti che organizzavano l’invio di aiuti umanitari a Kobane (l’enclave curdo-siriana teatro di un lungo assedio da parte dell’IS); l’ultimo ha colpito un manifestazione ad Ankara e ha ucciso un centinaio di persone. In tutte e tre le circostanze il governo turco è stato ritenuto, se non colpevole, corresponsabile degli attacchi da ampia parte dell’opinione pubblica, che accusa il presidente Recep Tayyp Erdoğan e l’esecutivo di fomentare l’odio settario nel Paese per soffocare i curdi, ed evitare che ripetano il buon risultato elettorale ottenuto a giugno, e contemporaneamente accattivarsi il consenso delle aree più nazionaliste.

IL RUOLO DI GULEN

Tra le attività di repressioni delle opposizioni, è stata inquadrata anche la retata delle forze dell’ordine alla sede centrale dei media del gruppo Koza Ipek (società notoriamente vicina al potente movimento islamico di Fethullah Gulen, avversario di Erdoğan) cui afferiscono due canali televisivi (Bugun e Kanal Turk) e due quotidiani (Bugun e Millet).

LE SPERANZE DI ERDOGAN

Secondo gli ultimi dati pubblicati da Reuters, il partito di Erdoğan, l’AKP, ha aumentato nell’ultimo periodo il suo consenso di sei punti rispetto al voto di giugno: starebbe adesso intorno al 47.2 contro il 40.8 ottenuto quattro mesi fa. Queste percentuali, se confermate, potrebbero permettere ad Erdoğan di raggiungere la maggioranza parlamentare assoluta, ma non quella necessaria per modificare la Costituzione. Le altre rilevazioni fatte finora dicono invece che il voto di domenica consegnerà risultati molto simili a quelli di giugno, e dunque potrebbe comportare un nuovo stallo politico.

I NUMERI IN PARLAMENTO

Il parlamento turco è composto da 550 seggi: per avere la maggioranza ne servono 276, ma per modificare direttamente la costituzione ne occorrono 367, mentre con 330 è possibile chiedere di indire un referendum per la sua modifica. Erdoğan spera ancora di ottenere quella maggioranza netta non raggiunta a giugno: attraverso quei voti potrebbe ultimare le modifiche costituzionali che rafforzerebbero i propri poteri in una sorta di presidenzialismo (molti tra osservatori e oppositori credono che questo passaggio farebbe di Erdoğan una sorta di dittatore, limitando ulteriormente il rispetto dei diritti civili in Turchia).

IL PARTITO DI DEMIRTAS

Il partito che più di tutti è atteso alle elezioni è l’HDP, il Partito democratico del popolo, una sorta di Syriza in edizione turca, l’ha definito il Guardian (o Podemos, in Spagna). L’HDP è la forza politica che ha permesso l’entrata in Parlamento, per la prima volta, a rappresentanti curdi eletti in un proprio partito (in Turchia c’è una soglia di sbarramento al 10% che storicamente ha bloccato le minoranze e favorito i grandi partiti: i curdi sono entrati in parlamento sempre come indipendenti). La promessa elettorale è semplice: portare avanti il processo di pace tra curdi e turchi, nel rispetto della minoranza etnica (e anche delle minoranze sociali e dei diritti): un compito che Erdoğan ha reso arduo riaprendo il fronte della lotta al Pkk, messa in tregua da circa due anni. Il leader è Selahattin Demirtas a cui Cristopher de Bellaigue sempre sul Guardian ha dedicato un lungo ritratto in cui spiega: «Uno dei motivi per cui Demirtaş ha causato Erdoğan molta ansia è che lui è più di un semplice nazionalista curdo. Lui sta spingendo per una più ampia liberalizzazione del paese che avrebbe cambiato le condizioni per tutti i cittadini turchi, che abilita le minoranze e termina la monolitica identità “nazionale” su cui Erdoğan e il suo Partito Giustizia e Sviluppo (AKP), hanno costruito 13 anni di successo elettorale».

IL MOVIMENTO CONSERVATORE

Il Partito per la giustizia e lo sviluppo è stato fondato nel 2001 dopo lo scioglimento di altre entità conservatrici. È essenzialmente un partito conservatore di centro-destra, che però si basa sulla tradizione dell’Islam politico, anche se nel tempo ha preso pubblicamente linee un po’ più laiche: secondo molti dei suoi critici, in realtà mantiene segretamente interessi nel favorire la diffusione di rigidi comportamenti religiosi in politica interna e dell’ideologia neo-ottomana per le visioni di politica estera. Il suo leader è Ahmet Davutõglu, attuale premier ad interim, alla guida del partito dopo che Erdoğan è diventato presidente (agosto 2014). Durante un comizio pochi giorni fa si è reso protagonista di una buffa uscita che però può essere esplicativa sulle visioni conservatrici dell’AKP: «Avete un lavoro, uno stipendio e del cibo. Cosa vi manca? Un coniuge. Noi [dell’AKP] vogliamo che la gente di questo paese abbia dei figli. Quando si vuole trovare qualcuno, ci si rivolge ai propri genitori, e con un po’ di fortuna ci pensano loro. Se loro non ci riescono, potete rivolgervi a noi. Ci assicureremo che avrete un lavoro, una casa e un coniuge».

IL PARTITO DI OPPOSIZIONE

Il principale partito di opposizione è il CHP, creato nel 1923 da Mustafa Kemal Atatürk, fondatore della repubblica turca. È un partito repubblicano di centrosinistra guidato dal candidato Kemal Kiliçdaroğlu. Il Partito popolare repubblicano sostiene la necessità di riformare la Costituzione (introdotta dalla giunta militare dopo il golpe del 1980), ma è contrario al presidenzialismo. Le istanze elettorali principali si concentrano su tematiche economico-sociali: abbattere la disoccupazione (ora all’11.2%), guardare ai giovani, aumentare il salario minimo. Il Guardian ha scritto: «Anche se il partito è indubbiamente cambiato con il suo attuale leader, molti elettori, specialmente tra i curdi e i conservatori religiosi, continuano a guardare con sospetto al Chp, considerandolo un partito dogmatico ed elitista».

I LUPI GRIGI

Il quarto partito, che si contenderà con l’HDP il terzo posto alle urne, è il movimento dei Lupi Grigi, ufficialmente chiamato Partito del movimento nazionalista, MHP. È un partito di estrema destra contrario al processo di pace con i curdi del Pkk, e che sostiene che i curdi debbano accettare l’autorità di Ankara e non volere l’indipendenza. Nel corso degli anni è entrato in contrasto con l’AKP perché contrario alle posizioni di apertura dimostrate in passato da parte di Erdoğan verso il popolo curdo, culminate con una pace che fino a pochi mesi fa reggeva dal 2013. Molti osservatori sostengono che Erdoğan abbia riaperto il fronte col Pkk anche per accaparrarsi i consensi degli elettori del MHP: in effetti i sondaggi che mostrano AKP in ripresa, fanno segnare i nazionalisti in calo di qualche punto percentuale.

ALTRI CONTORNI DELLE ELEZIONI

Come se non bastasse il clima di semi-guerra civile, il Paese è oggetto di una grave crisi migratoria. Oltre due milioni di profughi sono arrivati in Turchia dalla Siria dilaniata da anni di conflitto. Ankara sta negoziando con l’UE un piano per ottenere sostegno economico e per salvaguardare i propri confini. Tra le argomentazioni di critica a Erdoğan, c’è anche quella che riguarda la volontà del presidente di sfruttare i profughi come arma di ricatto, per ottenere maggiore peso e considerazioni sulle questioni regionali (tematiche dei critici del neo-ottomanesimo).

Anche il rallentamento della crescita economica (ferma sul 3 per cento contro il 10 degli anni precedenti, con il pil pro capite che non sale dal 2007), è una delle questioni centrali che hanno accompagnato la campagna elettorale e che interessano da vicino l’opinione pubblica.

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