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lunedì 5 ottobre 2015

Siamo al prologo della Terza Intifada?

(Pubblicato su Formiche)

Centinaia di persone sono rimaste ferite negli scontri tra manifestanti palestinesi e forze di sicurezza israeliane (IDF) avvenuti nella notte tra domenica 4 e lunedì 5 ottobre in Cisgiordania e a Gerusalemme; un ragazzo palestinese di 18 anni è rimasto ucciso ─ aveva lanciato una bomba incendiaria.

La circostanza di cronaca che ha prodotto gli scontri, è la decisione israeliana di bloccare ai palestinesi l’accesso alla città vecchia di Gerusalemme: decisione presa dopo che persone di origine ebrea erano finite vittime di attentati nei giorni precedenti. Giovedì scorso una coppia di coniugi israeliani è stata uccisa nel West Bank, non lontano da Nablus, mentre viaggiava in auto insieme a quattro dei sei figli: i colpi di arma da fuoco sono stati sparati da un’auto in corsa. In un commento ufficiale sulla vicenda il portavoce di Hamas Husam Badran ha detto: «Benediciamo l’uccisione di coloni in Cisgiordania» e ha invitato a compiere altre azioni del genere. Sabato due ebrei ortodossi sono stati accoltellati e uccisi a Gerusalemme mentre andavano a pregare al Muro del Pianto, con loro altre due persone sono state ferite in modo grave: l’attentatore era un diciannovenne appartenente alla Jihad islamica palestinese. Hamas in un comunicato l’ha definito «un eroe» ─ il giovane è poi stato ucciso dalla polizia. Domenica un ragazzo di quindici anni ebreo è stato accoltellato e ferito al volto da un palestinese, sempre a Gerusalemme; nel frattempo, per concludere, dalla Striscia di Gaza ─ territorio dove Hamas governa a seguito di un mandato popolare ─ sono stati lanciati dei razzi sul suolo israeliano a cui l’aviazione di Tel Aviv ha risposto con alcuni raid su obiettivi militari palestinesi nella Striscia. Gruppi di coloni estremisti hanno iniziato gesti di rappresaglia, appiccando incendi a case palestinesi.

Quello che è successo in questi ultimi giorni, secondo alcuni analisti può rappresentare il prologo per la terza Intifada. Il quotidiano israeliano Yedioth Ahronot (che ultimamente ha un grande credito di autorevolezza visto che è stato il primo a segnalare l’assembramento di truppe russe in Siria il mese scorso) ha scritto in un editoriale che si tratta di «un’Intifada di giovani infiammati dall’Islam radicale» più che a proteste contro l’oppressione amministrativa israeliana. Le frustrazioni sfogate dai palestinesi sono conseguenza dell’incessante predicazione dei gruppi fondamentalisti palestinesi, a cui ultimamente si sta abbinando anche quella dello Stato islamico.

Gli osservatori concordano comunque che ancora questi attacchi non hanno la pretesa di essere introduttivi a un’azione più organizzata. Si tratta digesti più o meno personali, ma che sono forse un problema anche più grosso, perché rappresentano quello che il portavoce del Califfo Abu Mohammed al Adnani aveva più volte chiesto ai “bravi musulmani”: colpite gli infedeli con ogni genere di arma, coltelli, macchine, pugni. E Hamas benedice gli attacchi, anche se non condivide la linea del Califfato, per attestare la propria predicazione sopra a quella che arriva in concorrenza dal sedicente stato siro-iracheno.

A complicare la situazione ci si mette anche un altro fatto: l’attacco di giovedì contro i due coniugi alla guida è stato rivendicato dalle brigate palestinesi Abder Qader al Husseini, cioè un gruppo affiliato alle brigate martiri di al Aqsa del partito al Fatah. Fatah è il partito del presidente dell’Autorità nazionale palestinese Abu Mazen, ed amministra sotto la quasi completa protezione e solidarietà internazionale la Cisgiordania. Nella rivendicazione si legge che l’attentato è stato «un atto necessario compiuto in nome della lotta del popolo per riprendere la terra usurpata e in nome del sacro jihad». Questo attacco e la successiva rivendicazione, sono arrivati dopo che il rais palestinese davanti all’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha dichiarato di non riconoscere più gli accordi di Oslo, sulla cui Dichiarazioni di principi si basa il processo di pace fin dalla firma nel cortile della Casa Bianca alle 11 e 43 del 13 settembre del 1993.

Fatah è un partito milizia, dove la parte politica riceve finanziamenti onerosi dall’Unione Europea e dagli Stati Uniti, alleati israeliani, mentre quella militare armamenti dall’Iran e addestramento da Hezbollah, nemici esistenziali di Israele. Sembra che in questo momento la parte militare stia prendendo il sopravvento: la rivendicazione di un attentato è un atto forte, perché arriva dopo anni che l’organizzazione aveva deciso di abbandonare l’attività combattente.

L’escaltion di ostilità tra palestinesi e israeliani si inquadra in un momento particolarmente caldo per la regione mediorientale. In Siria la Russia è entrata in azione a fianco del regime, e rischia di sconvolgere le sorti della guerra civile e dell’intervento della Coalizione internazionale US-led per combattere il Califfato. Israele ha mostrato la sua preoccupazione quando il premier Benjamin Netanyahu è volato a Mosca per incontrare il presidente russo Vladimir Putin con lo scopo di ricevere rassicurazioni sulla possibilità di continuare le proprie attività, che sono centrate nell’impedire all’Iran di approfittare del caos della guerra civile per fornire armamenti avanzati ad Hezbollah (che le intelligence prevedono pronto per un nuovo conflitto con Israele) ed evitare rappresaglie puntuali filo-iraniane. La creazione di una trazione russo-iraniana all’asse che comprende Damasco e i libanesi (e adesso, in parte anche Baghdad) ha dato nuovo spirito ai combattenti “anti-israeliani”. Il susseguirsi degli attentati in casa di questi ultimi giorni, è stato anticipato dal lancio di razzi dal territorio siriano un paio di mesi fa: anche in quel caso gli artefici furono i membri della Jihad islamica palestinese inseriti in una fazione delle Quds Force israeliane.

Sempre davanti alla stessa platea all’Onu, mentre si celebrava l’alzarsi della bandiera palestinese in mezzo alle altre, Netanyahu aveva tenuto un discorso in cui ripeteva di essere contrario all’apertura di credito all’Iran (quella susseguente all’accordo sullo stop momentaneo al programma nucleare). «Vi controlleremo da molto vicino» diceva il premier israeliano mentre denunciava l’atteggiamento tenuto dalle Nazioni Unite nei confronti di Israele: in Siria ci sono stati 250 mila morti in quattro anni, «dieci volte i morti palestinesi e israeliani in cent’anni di conflitto» eppure «soltanto l’anno scorso questa Assemblea ha adottato 20 risoluzioni contro Israele e soltanto una contro lo sterminio in Siria».

La stessa riqualificazione offerta all’Iran è pronta per Damasco in nome di una sgangherata realpolitik. Israele trema, perché i noti nemici interni stanno ricevendo nuovi stimoli dal trattamento benevolo internazionale verso i loro rinvigoriti sponsor esterni.

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