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giovedì 8 ottobre 2015

Mentre Obama pensa, Putin invia un’unità super speciale: la Zaslon

(Pubblicato su Formiche)

Il primo a parlarne in Italia è stato il più bravo di tutti, Daniele Raineri sul Foglio. In Siria la Russia avrebbe schierato l’unità super-speciale “Zaslon” (significa “schermo”): le informazioni sono riportate in un articolo uscito l’ultima settimana di settembre sulla rivista di intelligence migliore del mondo Jane’s Intell Review (un breve estratto è qui, il resto è paywall). Il pezzo, che si intitola “Russia to defend core Syrian government areas” e parla della strategia con cui Vladimir Putin ha sposato la linea di lungo corso del regime (attaccare i ribelli “non-IS” perché da lì potrebbe arrivare il futuro del Paese), è stato scritto da Mark Galeotti, professore della New York University, e dal ricercatore del Rubin Center Jonathan Spyer.

«La Zaslon è un’unità creata per agire in segretezza e le informazioni che la riguardano sono da trattare con un minimo di scetticismo» scrive Raineri, e anche se Jane’s è una rivista abbastanza affidabile, la segnalazione è frutto di una speculazione di Galeotti che ha messo insieme alcuni fatti. Questi: ci sarebbe una squadra del GRU (l’intelligence militare russa) operativa a Damasco insieme agli omologhi dei mukhabarat siriani, la base è l’edificio che ospita il ministero della Difesa in piazza degli Omayyadi, nel centro della capitale. Contemporaneamente sarebbe però presente anche una piccola unità che non sta lavorando sotto il GRU, ma fa base nell’ambasciata russa, situata a pochi chilometri dai colleghi in Omar Ben Al-Khattab Street. Secondo il ragionamento di Galeotti, questi ultimi sarebbero della Zaslon.

L’unità è una sorta di polizza assicurativa russa in Siria: se qualcosa va storto, in qualunque modo, i suoi uomini devono essere in grado di risolverlo. Lontana dal glamour delle altre forze speciali come la mitica Spetznaz, la Zaslon, che si pensa sia stata fondata nel 1998, è composta da non più di trecento elementi, ma non esiste ufficialmente, non partecipa alle parate militari, non veste uniformi specifiche (molto spesso indossa quelle di altri reparti), non comunica agli altri Servizi le proprie missioni, e per questo può compiere ogni genere di operazioni, anche le più spinose. Opera in dipendenza soltanto del Foreign Intelligence Service (SVR) del Cremlino, settore che si occupa delle operazioni all’estero ─ e quando è fuori ha casa nelle ambasciate.

Quali sono i compiti del dispiegamento siriano dell’unità è difficile dirlo, ma secondo gli osservatori il ruolo potrebbe essere duplice e potrebbe riguardare sia la consulenza militare al regime di Damasco, sia una più profonda (e “sul campo”) attività di intell per Mosca. Non è escludibile un impiego diretto, magari per azioni puntuali (assassini mirati?). Racconta Galeotti che l’ultima volta in cui lui ha avuto certezza della presenza della Zaslon in un teatro operativo, è stato nel 2003 in Iraq, poco prima dell’invasione americana. Gli uomini russi erano infiltrati a Baghdad con il compito di distruggere e recuperare documenti “particolari” (tecnologie militari e dettagli compromettenti) che Mosca non voleva finissero in mani americane dopo la caduta di Saddam Hussein. In quest’ottica, la presenza della Zaslon a Damasco, può anche essere letta come un segnale che Mosca sta pensando che la fine di Bashar el Assad è vicina e l’unità viene schierata come misura precauzionale. Poi, nel 2006, ne parlarono alcuni media internazionali perché uomini “Schermo” furono mandati dal presidente Putin a prendere i sequestratori di quattro diplomatici russi rapiti a Baghdad davanti all’ambasciata: andò male in quell’occasione, perché i soldati del potentissimo Abu Musaab al Zarqawi ─ mitologico qaedista tra i padri ispiratori dell’attuale Stato islamico ─ scovarono il commando russo e ne uccisero i componenti. Un altro report che segnala la presenza della Zaslon in Siria è datato 2013: anche in questo caso non è confermabile, ma il compito sarebbe stato quello di intervenire nel caso di caduta del regime ─ mentre magari in questo momento il compito potrebbe essere, all’opposto, di sorreggerlo: chissà.

Voci sulla possibilità che le forze di terra russe entrino in azione si susseguono da diversi giorni ─ l’ippodromo di Hama, la città da cui l’esercito del regime sta lanciando l’offensiva contro i ribelli, è stato trasformato in una base militare che ospiterebbe postazioni mobili e pezzi d’artiglieria russi. Lunedì il colonnello che si occupa del collegamento tra la presidenza e il parlamento di Mosca, Vladimir Komoyedov, aveva annunciato che “volontari” russi avrebbero potuto unirsi nelle file dell’esercito assadista. La notizia è stata poi repentinamente smentita dallo stesso ufficiale. In molti hanno pensato che si sarebbe trattato della tecnica già vista in Ucraina per favorire l’invio informale di soldati sul suolo siriano ─ la storia della presenza di mercenari russi in Siria è per altro lunga e ha accompagnato l’intero conflitto: quello dello Slava Corps è un esempio, andato male per altro, con i combattenti rapiti e uccisi nei pressi di Homs dall’Isis, che ancora era un gruppo qaedista.

Nel frattempo Barack Obama ha in mente un nuovo piano. Alcuni (3/5 mila) ribelli certificati amici dei Paesi arabi alleati dell’Occidente (leggi Arabia Saudita, Giordania, Turchia, UAE) saranno riforniti di munizioni e forse di armi e appoggeranno l’YPG, i curdi siriani, in un’operazione protetta dal cielo dai caccia della Coalizione che avrà come obiettivo accerchiare Raqqa. Non si può pensare di attaccarla, perché là per il momento l’IS è troppo forte e perché la città è piena di abitanti (diverso dalla “svuotata” Kobane), ma l’azione dovrebbe permettere di isolarla dal resto del Paese, e dunque sfiancarla in un lungo assedio. Nel pensiero di Obama, il nuovo aiuto ai ribelli anti-IS dovrebbe velocizzare la lenta offensiva con cui i curdi stanno scendendo da nord verso la capitale siriana dello Stato islamico ─ ora il fronte è arrivato, non senza difficoltà, a 50 chilometri dall’hinterland cittadino.

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