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mercoledì 21 ottobre 2015

Israele-Palestina, c’è la mano dell’Isis dietro all’Intifada dei Coltelli?

(Pubblicato su Formiche)

La Palestina, per il leader dell’Isis al-Baghdadi, non è altro che una landa amministrativa: non c’è nessun interesse a Raqqa, credono diversi osservatori, di creare uno Stato palestinese, di alzare la bandiera a quattro colori, di avere un’indipendenza nazionale. Sotto il sedicente Califfato, non solo non esistono elezioni, non esistono nemmeno nazioni: lo Stato è unico, i territori sono province amministrate dai vari waliy. La rivolta palestinese serve a schiacciare il nemico esistenziale ebreo, Israele.

I FILMATI

È sotto quest’ottica che vanno letti i vari filmati di incitamento prodotti da diversi dipartimenti dell’Isis in questi giorni: non come un interessamento nei fatti che accompagnano “l’identità palestinese”. Da notare che questi video sono una rarità, perché di solito lo Stato islamico non si espone sulla questione israelo-palestinese, se non condannando Israele, incitando all’odio contro gli ebrei e dichiarando tra gli obiettivi ultimi la conquista di Gerusalemme (la stessa cosa fatta più volte per Roma).

LA SCELTA DELL’ISIS

Quello che succede in questi giorni è diverso: in quei filmati di incitamento a quella definita l’Intifada dei coltelli, l’Isis s’attribuisce la paternità degli attacchi e invita il popolo palestinese a lasciar perdere i leader dei partiti locali (Hamas e Fatah, ma anche gruppi come il Jihad palestinese) e a combattere solo in nome dell’Islam. Ci sono immagini in cui manifestazioni di protesta con le bandiere palestinesi alzate vengono coperte da una croce rossa, come a dire “non va bene”. È questo il segnale che il sedicente Califfato vuole trasmettere: la vostra battaglia va avanti da anni nel modo sbagliato, è troppo politica, troppo nazionalistica, troppo legata a quei partiti, a quella bandiera che per la prima volta meno di un mese fa ha sventolato tra le altre al Palazzo di Vetro. Abu Mazen e Benjamin Netanyahu sono inquinati dall’Occidente, i gruppi di Gaza e del West Bank dall’Iran, sciita e dunque nemico contaminante tanto quanto l’America o l’Europa. Voi, dicono i media del Califfo rivolgendosi ai palestinesi, dovete mirare ad altro: una volta mollati i partitini palestinesi e presa la via della lotta in nome di Maometto e Allah, distruggerete Israele e poi creerete una provincia dello Stato islamico.

LA DIFFUSIONE MEDIATICA

È una campagna organizzata dai “baghdadisti”, che sta portando buoni risultati. Ora siamo nella fase di diffusione mediatica, ma da diversi mesi Hamas e i gruppi palestinesi si trovano in posizione di difesa, costretti ad arginare l’attecchimento interno delle istanze del Califfato. Ci sono gruppi interni particolarmente radicali e filo Isis che non hanno ancora lo spessore di ufficialità raggiunto in altre parti del mondo, solo perché sono sottoposti ad una dura campagna di repressione e arresti da parte proprio della polizia di Hamas. Lo Stato islamico (come prima faceva al Qaeda) considera l’organizzazione di Gaza composta da “mollaccioni poco radicali”, perché accettano le elezioni, cioè un potere sugli uomini diverso da quello di Allah (tra l’altro, come più volte ribadito, l’Isis non si capacita di come i palestinesi possano vivere così vicini agli ebrei e avere fasi di pace e tregua nella lotta armata).

LA COMPETIZIONE

C’è un tentativo di mettere un cappello sull’attuale situazione da parte dei partiti locali. Però è difficile mettersi in concorrenza con il Califfo. L’hashtag che circola di più su internet è #sgozzagliebrei ed è “made in Raqqa”. Lo Stato islamico “punta a una rieducazione” del jihad palestinese secondo i propri precetti, ha scritto Daniele Raineri sul Foglio, utilizzando una forte campagna mediatica iniziata sommessamente tra i cittadini mesi fa e ora esternata con i video. Sostituire il pugno alzato trionfante dei guerriglieri di Fatah con il dito verso il cielo della tashahud (unico gesto consentito dal radicalismo califfale, perché indica l’unicità di Dio) sarà una missione complicata, perché quei partiti hanno una radicazione storica nei Territori, ma in questo momento niente sembra impossibile al jihad globale dell’Isis.

FASE DIPLOMATICA

Oggi è giornata di incontri diplomatici. Il segretario di Stato americano John Kerry incontrerà a Berlino il premier israeliano Netanyahu, mentre a Tel Aviv il segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-Moon si vedrà con il capo dell’Autorità palestinese Abu Mazen. Il tema di entrambi i vertici (al netto delle ultime uscite di Bibi) sarà di cercare un modo per bloccare le violenze. E chissà se l’argomento verrà affrontato tenendo conto della nuova realtà fomentata dall’Isis.


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