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domenica 11 ottobre 2015

Israele, Hamas e l’Intifada dei coltelli

(Pubblicato su Formiche)

Caccia israeliani hanno colpito questa mattina all’alba due obiettivi militari di Hamas nella Striscia di Gaza: si trattava di due impianti che il partito/milizia palestinese avrebbe utilizzato per la produzione di armi. Gli airstrike sono arrivati in risposta al lancio di un razzo partito da Gaza e intercettato dal sistema di difesa missilistico Iron Dome mentre sorvolava, poco prima della mezzanotte si sabato, una fascia meridionale del territorio israeliano; il sistema era stato schierato nelle zone tra Be’er Sheva e Ofakim dopo che altri tre razzi erano stati lanciati nella notte precedente. Nel raid, secondo i media palestinesi, sarebbe rimasta uccisa una donna incinta e la sua giovane figlia.

Un’ondata di violenze infiamma nuovamente il Paese, a meno di un anno dall’ultimo conflitto, quello definito da Tel Aviv “Margine di protezione” e rievocato per un secondo round da alcuni politici dell’ala conservatrice israeliana. Sabato il primo ministro Benjamin Netanyahu ha firmato il decreto per richiamare in servizio centinaia di agenti di polizia riservisti. Il sito internet del quotidiano Yedioth Ahronoth ha pubblicato due giorni fa un’infografica in cui riportava tutti gli attacchi palestinesi contro cittadini dello Stato ebraico avvenuti venerdì, soltanto venerdì. La lista è lunghissima, soprattutto se si pensa che riassume quello che è avvenuto in un singolo giorno di questa settimana di scontri. Si tratta prevalentemente di azioni puntuali, non attentati organizzati, ma iniziative personali di uomini appartenenti ai vari gruppi combattenti, soprattutto Jihad islamica e Hamas, ma anche Fatah del presidente Abu Mazen, che da una settimana ha ricominciato a rivendicare attentati. Qualcuno l’ha già definita “l’Intifada dei coltelli”, perché la gran parte di questi attacchi sono arrivati per accoltellamento.

Gesti inusuali gli accoltellamenti, ma che seguono una dinamica inedita: il portavoce del sedicente Califfato, Abu Mohammed al Adnani, aveva chiesto più volte ai “credenti” di colpire con qualsiasi tipo di arma, compresi i coltelli di casa, per uccidere gli “infedeli”. Hamas da tempo ha aperto una guerra ideologica (fatta anche di repressioni materiali) con alcune fazioni interne che occhieggiano all’IS, mentre invece l’organizzazione centrale si trova in opposizione al Califfato. Ancora queste componenti filo-baghdadiste sono nettamente minoritarie, ma è evidente come il richiamo delle parole del Califfo è comunque attrattivo anche per chi si dichiara fedele ai gruppi storici palestinesi.

Nella mattinata odierna, però, si è tornati ai vecchi metodi: un’autobomba è stata fatta esplodere. Un’auto sospetta è stata fermata dalla polizia della Giudea e Samaria lungo la strada 437 che collega Ma’ale Adumim al checkpoint di e-Zaim. Appena un agente di pattuglia ha aperto la porta del veicolo, la conducente ha gridato “Allahu Akbar” e ha fatto saltare la carica esplosiva, che però non era di grande entità (o non ha funzionato) e ha soltanto ferito il poliziotto, mentre la terrorista sarebbe in gravi condizioni.

Sabato Hamas, che amministra politicamente la Striscia si Gaza, aveva chiamato ad una nuova Intifada (da tempo alcuni analisti evocano lo spettro della Terza Intifada). La “rivolta” palestinese però non sta ancora raggiungendo i livelli di violenza delle due “edizioni” precedenti, e forse Hamas è ancora fiaccata dalla guerra dello scorso anno . Il premier israeliano e il capo dell’Autorità palestinese Abu Mazen sono stati raggiunti, separatamente, da due telefonate del segretario di Stato americano John Kerry che ha chiesto una de-escalation. La posizione ufficiale della Casa Bianca è «preoccupazione», niente di più solido.

Netanyahu, successivamente, ha però accusato sul suo account Twitter Mazen di essere responsabile profondo della situazione: «Incitamento mendace» l’ha definito Bibi. Mazen a fine settembre durante l’Assemblea generale delle Nazioni Unite aveva annunciato che AP non avrebbe più rispettato gli accordi di Oslo, sulla cui Dichiarazione di principi si basano gli ultimi dodici anni di colloqui di pace tra Israele e Palestina. Pochi giorni dopo quelle parole, Fatah ha rivendicato l’uccisione in strada di due coniugi israeliani davanti a quattro dei loro sei figli.

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