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mercoledì 28 ottobre 2015

Ecco la nuova strategia del Pentagono contro Isis

(Pubblicato su Formiche)

La Turchia ha confermato martedì, per la prima volta, di aver colpito delle postazioni delle milizie curde in Siria: si tratta dell’YPG, che nel corso dell’ultimo anno è diventato il principale alleato americano all’interno del campo di battaglia siriano nel combattere lo Stato islamico.

Le operazioni militari di Ankara contro i curdi siriani (di cui già in passato si era parlato senza conferme ufficiali del governo) sono avvenute lo scorso fine settimane, ed è inutile dire che aggiungono complessità al già difficile compito di Washington di mettere insieme una forza coerente per combattere il Califfato. Turchia e Stati Uniti sono nominalmente alleati, sia nella lotta all’IS sia nel più vasto panorama Nato, ma Ankara colpisce quelli che la Casa Bianca vorrebbe utilizzare come suo “soldati a terra” contro il Califfo: i turchi continuano seguire una doppia agenda, basata su interessi personali e non di alleanza (fra una settimana si torna alle urne, e Recep Tayyp Erdogan vuole scongiurare il forte voto curdo visto già a giugno, per poter arrivare alle modifiche costituzionali tanto ambite).

Gli attacchi aerei sembra che non abbiano provocato troppi danni (sarebbero state colpite delle mitragliatrici semoventi), ma sono preoccupanti perché potrebbero essere l’inizio dell’apertura di un nuovo fronte da parte della Turchia. Ankara da quando ha ufficialmente avviato le attività militari di anti-terrorismo, ha colpito indistintamente le postazioni dell’IS e quelle del PKK, mettendo questi ultimi al centro del bersaglio molto più spesso. Il Partito dei lavoratori curdi (PKK), è considerato un’organizzazione terroristica dalla Turchia (e anche da Usa e UE) ed è alleato fraterno del PYD, il partito curdo siriano che è la base politica della milizie dell’YPD: per questo Ankara considera anche i curdi siriani dei nemici.

Le postazioni curde colpite dai turchi (la conferma dei raid, due, è arrivata direttamente dal premier Ahmet Davutoglu in televisione) si trovano a Tal Abyad, che è una città araba vicino al confine turco-siriano riconquistata i mesi scorsi dai curdi dal controllo del Califfo. I curdi la considerano territorio dell’autoproclamato stato del Rojava. La Turchia vede proprio il Rojava come un pericolo per la sicurezza nazionale, temendo che “i propri curdi” possano rivendicare con ancora più forza certe istanze.

LE TRE “R”

La conferma dell’attacco turco contro l’YPG è arrivato lo stesso giorni in cui il capo del Pentagono Ash Carter ha descritto in un’audizione al Comitato Servizi Armati del Senato la nuova strategia americana contro l’IS: “La strategia delle tre R”, l’ha definita. Non si tratta di cambiamenti sostanziali, ma di una focalizzazione delle attività: le prime due “R” indicano infatti due città su cui concentrare gli sforzi, “Raqqa” e “Ramadi”, la terza invece il modo con cui attaccare, i “Raid”.

Raqqa è la capitale dello Stato islamico in Siria ed è interessata da un’offensiva per renderla isolata dal resto dell’IS: negli ultimi tempi una coalizione eterogenea che prende il nome di Syrian Democratic Force sostenuta dai Paesi arabi e dagli Stati Uniti, ha avanzato con successo altalenante fino ad una quarantina di chilometri dalla cerchia abitativa cittadina. La coalizione è sostanzialmente guidata proprio dai curdi dell’YPG, a cui gli USA hanno fornito sostegno militare (armi leggere) e sembra anche coordinamento logistico. Da notare: sono gli stessi bombardati dalla Turchia, che si mettono a disposizione della Coalizione US led (di cui ufficialmente fanno parte anche i turchi, perché l’altra è quella guidata dalla Russia che appoggia il regime di Bashar el Assad, nemico di Ankara) per colpire il Califfato fuori dalle proprie aree di interesse (Raqqa infatti non è “territorio curdo”). Questo è ovviamente motivo di discussione tra turchi e americani.

RAMADI

Durante gli ultimi mesi gli Stati Uniti sono entrati in disaccordo sulla tattica con cui attaccare lo Stato islamico, non solo con la Turchia, ma anche con l’Iraq: Washington voleva concentrarsi su Mosul, capitale irachena dell’IS e città dall’alto valore ideologico per il Califfato, mentre invece Baghdad chiedeva come obiettivo Ramadi, il capoluogo di provincia dell’Anbar, la regione che divide l’Iraq dalla Siria (l’Anbar è il territorio a maggioranza sunnita che vede una storica radicazione del jihadismo). Gli scontri tra americani e iracheni si sono fatti più accesi dopo l’intervento russo in Siria: Mosca ha costruito una centrale operativa proprio a Baghdad, da cui coordina le proprie attività insieme a iraniani e siriani. Washington ha chiesto al primo ministro iracheno Haydar al Abadi di scegliere la parte con cui stare. Gli americani, che hanno scelto la partnership con i curdi per compiere uno dei rari blitz di terra in Iraq (la scorsa settimana), hanno lanciato segnali chiari: “o noi o i russi”, Baghdad deve scegliere a chi chiedere aiuto contro l’IS.

Le parole di Carter, però, sembrano aprire ad un riavvio dei rapporti, magari anche nell’ottica di rassicurare gli iracheni ed allontanarli dall’orbita russa. Gli USA decidono di spostarsi verso Ramadi, accontentando la volontà irachena (in realtà l’operazione in Anbar, che secondo al Abadi sarebbe stata possibile in «due giorni» e invece è in stallo da mesi, sembra meno complessa di quella verso Mosul, altro grande scoglio tattico in stallo). Contemporaneamente, il Wall Street Journal ha scritto che la Casa Bianca sta seriamente prendendo in considerazione di schierare otto elicotteri Apache contro l’IS. Questi mezzi dovrebbero avvicinare la componente aerea del conflitto (i raid, l’altra “R”) alle forze a terra, dunque agli iracheni, rendendole più efficaci: a tal proposito, sono uscite anche indiscrezioni in merito alla volontà americana di rafforzare l’intelligence irachena e sulla possibilità di schierare altri advisor militari. Il capo delle forze armate americane, Joseph Dunford, ha anticipato che arriva una fase «più aggressiva». Saranno bombardati i pozzi e le raffinerie controllati da Isis. Primo obiettivo: tagliare una delle fonti di finanziamento del gruppo terroristico, ha scritto il Financial Times (che si era occupato in una lunga inchiesta del “petrolio del Califfato”).

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