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mercoledì 7 ottobre 2015

C’era chi cercava di vendere materiale radioattivo all’IS

(Pubblicato su Formiche)

Onde evitare che questo articolo finisca in pasto agli allarmisti e sia base per speculazioni e sgangherate considerazioni, arriviamo subito alla fine della storia: non ci sono riusciti, sono stati fermati, e diversi osservatori concordano che, anche ammesso che il traffico fosse andato a buon fine, con ogni probabilità lo Stato islamico non sarebbe in grado di utilizzare materiale radioattivo per costruire un bomba atomica.

I fatti, adesso. Associated Press è entrata in possesso della documentazione investigativa con cui la polizia moldava ha portato a termine l’arresto di un contrabbandiere che cercava di vendere del Cesio radioattivo a quello che credeva fosse un messo del Califfato, mentre invece era un informatore sotto copertura. L’indagine è durata diverso tempo ed è stata condotta in collaborazione con l’Fbi americano.

L’uomo arrestato è un trafficante di nome Valentin Grossu, noto all’autorità moldave, che aveva preso contatti direttamente con l’intermediario per fornire cesio che sarebbe stato utile a costruire una “bomba sporca” «perfetta per lo Stato islamico», parole di Grossu dalle intercettazioni.

Le bombe sporche sono degli ordigni “non nucleari”, perché non c’è fissione nella detonazione: il materiale radioattivo viene diffuso attraverso esplosioni convenzionali. Al di là dei fini propagandistici ─ “abbiamo un’arma nucleare” potrebbero proclamare i media del Califfo, approfittando dell’allarmismo e del sensazionalismo concesso dagli spesso disattenti media internazionale ─, le bombe sporche non sono un’arma strategica: le vittime prodotte da una loro esplosione, non sarebbero diverse rispetto a quelle della stessa arma convenzionale. La radiazione ─ escluso per le persone direttamente vicine al luogo di detonazione, che sarebbero comunque colpite dall’esplosione ─ sarebbe trasmessa in modo molto superficiale e per un areale molto limitato. Della possibilità della creazione di ordigni del genere se ne era parlato già quando lo Stato islamico prese Mosul, in Iraq, lo scorso anno, quando i combattenti razziarono di tutto, compresi 88 chilogrammi di uranio radioattivo dai laboratori dell’Università (poi non se n’è detto più nulla, perché il pericolo per il momento ha un peso molto molto relativo, anche in relazione al fatto che quel materiale pare sia inutilizzabile allo stato attuale).

Tuttavia è interessante raccontare questa vicenda, perché, secondo quanto riportato dai detective ad AP, l’arresto di Grossu sarebbe il quinto del genere negli ultimi anni. Segno evidente che c’è un tentativo di creare un mercato di contrabbando. È uno dei segni evidenti di come le organizzazioni criminali stiano cercando di sfruttare il mondo del jihad per coltivare i propri interessi, un aspetto interessante.

Secondo quanto riportato dagli investigatori moldavi (gli Stati Uniti finora hanno commentato la notizia, probabilmente anche per evitare allarmismo), però in questo caso, dietro alla volontà dei trafficanti, oltre che il fondamentale aspetto economico ─ il prezzo del “pacchetto” di cesio era stato fissato a 2.5 milioni di dollari ─, ci sarebbero anche ragioni ideologiche. I contrabbandieri moldavi coverebbero ancora rancore verso l’Occidente (la Moldavia era una repubblica sovietica): nelle intercettazioni esprimevano la propria felicità nel trattare con i terroristi islamici perché poi avrebbero colpito l’America. IS e al Qaeda hanno varie volte lanciato proclama in cui annunciavano di volersi munire di armi di distruzione di massa.

Contemporaneamente, c’è un altro traffico che gli Stati Uniti voglio tenere sotto controllo, anche con maggiore attenzione: quello dei veicoli che vengono utilizzati dai jihadisti ─ che in termini pratici sono molto più “strategici” della “eventualità di una bomba sporca”. Chiunque abbia familiarità con i video prodotti dallo Stato islamico (ma anche da altre fazioni combattenti siro-irachene, come Nusra, e internazionali), non avrà potuto fare a meno di notare la presenza di veicoli fuoristrada sempre di una stessa marca: la Toyota. Il dipartimento del Tesoro vuole capire come fanno ad arrivare così tante macchine della casa giapponese in mano ai terroristi ─ e l’antiterrorismo, che non ha una risposta, sta aiutando nell’inchiesta. I modelli preferiti sono Hilux, Land Cruiser e Tacoma. È una questione che è stata già affrontata dagli osservatori, secondo cui le conclusioni più logiche sono due: primo, la Toyota è la marca più venduta nel mondo e dunque è molto facile trovarne mezzi in commercio sia nuovi che usati; secondo, le auto sarebbero particolarmente valide sia dal punto di vista dell’affidabilità che da quello delle prestazioni (agilità e robustezza sui percorsi sterrati). Secondo quanto uscito finora sulla ABC, è possibile comunque, che ci sia un giro “preferenziale” di questi veicoli che arriva dai paesi confinanti: vengono importati da commercianti senza scrupoli e trafficanti, i quali poi sfruttano contatti siro-ircheni (ma lo stesso vale per il Sahel o la Libia) per recapitare le auto ai combattenti. L’indagine avrà sviluppi. La casa giapponese i mesi scorso ha dovuto subire anche un piccolo danno di immagine, dovuto alle solite teorie complottiste che hanno accompagnato la questione ─ ovviamente, tutte false.

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