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martedì 8 settembre 2015

Una cosa che in Italia non è chiara sulla guerra in Siria: è colpa di Assad

(Pubblicato su Formiche)

Il caso dell’immagine del povero Aylan, il bambino migrante trovato morto sulla spiaggia di Bodrum, ha riacceso i riflettori sulla guerra in Siria. Lo ha fatto per poco tempo, ora l’argomento s’è incentrato nuovamente soltanto sui migranti, non che sia questione di poco conto, ma l’attenzione è tornata sul sintomo e non sulla malattia. Tra poco ci si riabituerà anche al sintomo, e passeremo di nuovo ad occuparci di amenità varie (la patente di Balotelli, perdio!) come al solito.

Per i pochi interessati: sentendo in giro, si capisce che c’è una percezione abbastanza sbagliata su quello che sta succedendo nel conflitto siriano. Gli italiani, che sia colpa dei media o della poca attenzione prestata alla vicenda, sanno sì che laggiù c’è una guerra, ma non hanno consapevolezza su quelle che ne sono state le cause e di come ne procede la cinetica. Per larga parte dei nostri concittadini le ragioni di quella guerra sono tutte legate al sedicente Stato islamico, il gruppo jihadista che ha fondato su quei territori il Califfato. Ma questo è vero solo in parte.

In Siria c’è una guerra civile nata dalla rivoluzione del popolo siriano contro il regime dittatoriale di Bashar el Assad, presidente per discendenza, figlio di un padre, Hafez, altrettanto dispotico e spietato. Se si compara la percentuale di morti, soprattutto tra i civili, causata dalle azioni dello Stato islamico e quella prodotta dalla campagna militare del governo contro i ribelli, si scoprirà con sorpresa che lo spietato IS è responsabile di meno di un decimo delle vittime. Più di nove morti su dieci (parliamo di cifre che in questo momento stanno toccando quota 240 mila in totale) sono state causate dagli attacchi del regime.

Occorre avere questa percezione per comprendere di chi sono le responsabilità della guerra che produce la fuga delle persone dalle proprie case: quelle persone che nella ricerca di un rifugio in un altro paese, poi vengono quasi disumanizzate diventando migranti-problema-quote. Questo non significa che l’IS è immune da responsabilità: nei territori che il Califfo ha conquistato, l’assurda rigidità delle regole sharitiche ha prodotto la fuga di centinaia di migliaia di cristiani, per esempio. E il folle settarismo degli uomini del Califfo, ha portato a massacri e attentati. Ma c’è un male forse peggiore dell’IS laggiù.

È sotto quest’ottica, allora, che quando si parla di andare a risolvere alla fonte il problema, cioè intervenire sulla malattia, bisogna aver chiaro che questo significa innanzitutto intervenire militarmente, e poi farlo con nel mirino un duplice obiettivo: lo Stato islamico di sicuro, ma anche il regime di Damasco. Entrambi responsabili della morte e delle sofferenze di milioni di persone (oltre ai morti, ci sono 7,6 milioni di sfollati interni e 4 milioni di profughi) .

Sul motivo per cui Assad non è inquadrato come un nemico, ci sarebbe da riflettere. Perché al di là dell’incuria di certa informazione e al di là della disattenzione della gente comune, attratta più facilmente dal luccichio terribile delle spade del Califfo ─ attrazione che innesca un loop mediatico ─, potrebbe esserci dell’altro. È un argomento delicato: ci si avvicina a un passo da posizioni complottiste che potrebbero far da linfa alle congetture degli schiantati. Dunque, andiamo con calma.

Iniziamo col dire che il rapporto tra Assad e l’Occidente è stato sempre piuttosto ambiguo e travagliato. Lui, il Dottore, così come il padre, si è sempre configurato come amico e collaboratore occidentale, se non che ha sempre operato sotto una doppia agenda.

La Siria subisce molto l’influenza iraniana, anche perché gli Assad sono sciiti alawiti e, sebbene vengano da una formazione politica come quella laica baathista, sono parte dell’asse sciita che Teheran nel tempo ha creato (Iran-Siria-Iraq-Libano-Yemen). Gli Stati Uniti negli anni della guerra d’Iraq, cercarono di avvicinare la Siria come partner nella lotta all’estremismo islamico. Assad si erse a bastione laico contro il fondamentalismo, ma in contemporanea (probabilmente sotto coordinamento iraniana) faceva da campo base per ogni genere di gruppo combattente jihadista. In Siria, durante la guerra irachena, trovarono appoggio sia le milizie sciite più spietate, che usavano il territorio come retrovia per ricevere rifornimenti diretti dall’Iran, sia le fazioni sunnite come al Qaeda. Militanti che dalla logistica siriana, passavano all’azione sul suolo iracheno contro le truppe occidentali ─ recentemente il generale a quattro stelle dei Marines Joseph Dunford, ha ammesso che sarebbero 500 i militari americani morti per attentati ricollegabili all’Iran durante l’occupazione irachena: molti di loro presero le armi in Siria. La Siria otteneva in cambio di questo genere di ospitalità la stabilità interna: al Qaeda non colpiva in suolo siriano (anche perché i salafiti locali erano liberi di andare a combattere il jihad iracheno), mentre le milizie sciite diventavano man mano gruppi paramilitari interni, di potere, che appoggiavano il regime. Perfino il PKK, che non è un gruppo jihadista ma sono i guerriglieri estremisti curdi che combattono il governo turco, fece base a Damasco.

La linea americana, del “fidarsi degli Assad”, non si modificò molto nemmeno con il cambio alla presidenza. Barack Obama utilizzò l’allora senatore John Kerry (ora segretario di Stato, ai tempi chairman della Commissione affari esteri e definito da quella che era la sua portavoce il «miglior surrogato» del presidente sulle questioni di politica estera) di tessere rapporti diplomatici con Damasco. Nel 2009 e nel 2010 Kerry incontrò molte volte Bashar Assad (questa foto è del 2009, per esempio). L’obiettivo, sulla linea della politica di apertura e mano tesa dell’Amministrazione Obama anche nei confronti di “stati canaglia”, aveva una sua profondità geopolitica: l’accordo con l’Iran era lontano a quei tempi, la Repubblica Islamica non ancora riqualificata era il principale dei nemici, e dunque si doveva cercare di allontanare la Siria dall’influenza iraniana. Era l’inizio del 2011, ancora non erano scoppiate le proteste che poi si sono trasformate in rivoluzione contro il regime, quando Kerry diceva: «Beh, io personalmente, credo che, voglio dire, questa è la mia convinzione va bene, ma il presidente Assad è stata una persona molto generosa con me, nei termini delle discussioni che abbiamo avuto».

Da lì in poi, la situazione è precipitata: ci sono state le prime proteste contro il governo, le repressioni, la presa delle armi, la guerra civile, l’insinuarsi all’interno del caos del gruppo di Baghdadi, l’IS.

Ovviamente da quando la reazione violentissima alla protesta iniziò a diventare evidente, la posizione di Washington cambiò. Assad stava soffocando il suo popolo e lo stesso Kerry a fine 2011 (qualche mese dopo della dichiarazione in cui Assad veniva definito «una persona generosa») disse che «la brutale repressione in Siria rischia di finire fuori controllo e portare a uccisioni di più civili». Le tensioni diplomatiche aumentarono fino al 2013, l’anno dell’attacco chimico siriano a Damasco. Assad gasò col sarin la sua gente, colpendo un quartiere controllato dai ribelli “sani”: centinaia di morti, molti civili. Erano i tempi delle red lines invalicabili-che-non-lo-erano: Obama arrivò a tanto così dal bombardare Assad, ma alla fine cedette al pacifismo ignorante e istintivo che aveva infiammato il mondo nei giorni dell’annuncio dei possibili raid americani contro il regime siriano. In nome del consenso tornò sui suoi passi e accettò la mediazione russa (alleata di Assad da sempre) sullo smantellamento delle armi chimiche della Siria.

Ma la guerra tutt’altro che finì. Anzi, nel frattempo iniziava a farsi largo in Iraq il gruppo combattente guidato da Abu Bakr al Baghdadi, che prestò aprì il fronte anche nella sconquassata Siria. Assad ha sempre messo in cima alla lista dei suoi obiettivi i ribelli moderati: difficilmente ha colpito l’Isis in questi anni di conflitto, anzi spesso ha concesso in ritirata ampie fette di territorio, abbandonando basi militari e consegnando armi e mezzi ai baghdadisti. È una politica premeditata: il regime siriano vuol far capire al mondo che quelli che si ribellano non sono semplici cittadini che chiedono la democrazia (quelli da cui era partito tutto nel 2011), ma pericolosi jihadisti che imbracciano le armi nell’ottica di uno scontro di civiltà. Per questo ha ceduto così tanto spazio al Califfato. E nel frattempo, i ribelli moderati finivano tra due fuochi: da un lato il regime che li schiacciava, dall’altro Baghdadi che li combatteva perché troppo poco “islamico-radicali”. Step back: ad Obama, nel 2012 un nutrito gruppo di consiglieri suggerì di appoggiare alcune delle fazioni anti-Assad, ma lui preferì il disimpegno, lasciandoli soli (o quasi) a combattere. Alcune fazioni di rivoltosi, scelsero di passare tra le linee delle corazzata jihadiste, più motivate e più forti, portando ad una radicalizzazione nelle posizioni di altri gruppi; in diversi furono disintegrati dal regime. Morti, feriti, profughi.

Fino ad oggi, o meglio qualche mese fa. In questo momento (occhio: è questa la parte dove si sta sulla soglia degli schiantati) il regime siriano è oggetto di un maquillage sottotraccia e lontano dai riflettori. Di nuovo le parole di Kerry: a fine marzo, intervistato dalla CBS l’ora segretario di Stato americano ha ammesso che la diplomazia di Washington sta cercando di trovare i metodi adeguati per negoziare con Assad. Rendere digeribile l’apertura di credito al più spietato e sanguinario dei dittatori attualmente sulla scena, è difficile ─ non più tardi del 16 agosto, gli elicotteri governativi hanno colpito un mercato alla periferia di Damasco, all’ora di punta: il bilancio è stato di oltre cento morti, quasi esclusivamente civili, colpiti per rappresaglia contro i ribelli. Ma dietro alla riqualificazione, c’è lo spettro del Califfo a far da Maalox . Assad, almeno ufficialmente (poi s’è detto come vanno realmente le cose), combatte anche contro l’IS, che in questo momento è inquadrato come il pericolo globale per eccellenza. Per questa ragione la ruota della storia si ferma ancora sullo stesso punto: Assad può essere un partner nella lotta al terrorismo fondamentalista islamico. Di nuovo. Quest’ultima affermazione chiede un punto interrogativo, ma a giudicare dalle posizioni assunte ultimamente dalla Casa Bianca la risposta sembra affermativa. Vedere per credere: il regime siriano non è tra gli obiettivi della campagna della Coalizione internazionale che man mano si sta allargando dall’Iraq alla Siria (ora anche Francia e Regno Unito inizieranno le proprie missioni là); il regime non è nemmeno menzionato tra le regole di ingaggio dei ribelli moderati addestrati da parti di quella stessa coalizione, che avranno solo il compito di combattere un pezzo dei problemi che affliggono la propria terra, l’IS (circostanza che ha portato molto malcontento tra i ribelli, che hanno aderito al programma con scarsa enfasi e per questo il programma si sta rivelando un risibile fallimento).

Se si inquadra la questione anche nell’ottica di questa sottile e quasi silenziosa riqualificazione del governo siriano, si comprende perché la percezione del male che sta accadendo in Siria è quella che è ─ cioè strettamente legata alla presenza dello Stato islamico. Ed è innegabile: di quel che combina giornalmente il regime si parla molto meno rispetto ai report continui su quel che succede in Baghdadiland. È veramente difficile sentire un leader politico scagliarsi contro Assad con la stessa veemenza con cui si scagliano contro il Califfato: eppure i numeri sono chiari. Il regime siriano ha fatto circa dieci volte più morti dello Stato islamico. Se ne parla poco perché poi magari, alla fine della fiera, potremmo ritrovarci il governo siriano come un “più o meno alleato” ─ e forse non serve nemmeno aspettare la fine della fiera. Se ne parla poco perché la guerra siriana è uno degli enormi fallimenti dell’America obamiana (e dell’Occidente) in politica estera. Se ne parla poco perché ormai la Siria di Assad è diventata un vespaio pericolosissimo ─ vedere la presenza di alleati importanti al fianco di Damasco, come l’Iran e come la Russia, questione che aggiunge un’ulteriore complicazione geopolitica, soprattutto adesso che gli iraniani sono stati ripuliti con l’accordo sul nucleare, e tutto l’intricato capitolo relativo alla guerra per procura.

Nei giorni passati è stato sport nazionale cercare il responsabile profondo dietro alla morte del piccolo Aylan. Analisti e intellettuali si sono surriscaldati le meningi per trovare una spiegazione: dall’immobilismo compassionevole dei politici (che è di certo una parte del problema), si è arrivati alle classiche deviazioni ideologiche, al solito capitalismo, fino al “male che divora questa nostra attuale umanità” (sì: l’impulso di trasformare il giornalismo in letteratura, di dare aria alla propria fantasia, in certi casi è più forte dell’umana volontà). Sia chiaro però, che se si cerca senza ipocrisie e disattenzioni, quel responsabile un nome ce l’ha: è Bashar el Assad.



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