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lunedì 14 settembre 2015

Toh, un giacimento d’uranio! «Inaspettatamente»

(Pubblicato su Formiche)

Il capo dell’Agenzia atomica iraniana Ali Akbar Salehi dice che nel suo paese è stata scoperta «un’inaspettatamente elevata quantità di uranio» e che presto inizieranno le estrazioni. I giacimenti si trovano in due punti della provincia di Yazd, ma non ne è stata definita la consistenza.

E pensare che molti analisti occidentali avevano detto che l’Iran stava esaurendo le proprie riserve di yellowcake (uranio grezzo) e che per portare avanti il progetto civile concesso dal deal firmato poco più di un mese fa, che prevede il congelamento del programma nucleare (in cambio dell’eliminazione delle sanzioni), sarebbe stato costretto ad importare materia prima radiottiva, vista la scarsità dei propri giacimenti.

L’Iran assicura che tutte le nuove riserve di uranio saranno sottoposte ai controlli dell’accordo, ma la possibilità che la Repubblica islamica potesse raggiungere una sorta di indipendenza nell’approvvigionamento dell’elemento principale per la produzione nucleare, non era contemplata dal deal; che anzi, faceva leva sulle necessità iraniana di acquistare le primarie, per tenere ancora più sotto controllo Teheran.

Già nel 2013 in uno studio del think tank Carnegie Endowment e della Federation of American Scientists si leggeva che «nonostante le affermazioni della leadership iraniana, le dotazioni di uranio stimato dell’Iran non sono neanche lontanamente sufficienti per alimentare il suo programma nucleare» e dunque la scarsità e la bassa qualità delle risorse di uranio costringevano il paese a «fare affidamento su fonti esterne di uranio naturale e trasformati». In merito c’erano già state inchieste giornalistiche sui tentativi, finora proibiti, di importazioni da Paesi come Kazakistan e Zimbabwe (non proprio due partner commerciali irreprensibili).

Per questo l’annuncio di Salehi, una delle figure chiave del tavolo negoziale di Vienna, è stato accolto con molti dubbi. Sostanzialmente, o si tratta di una notizia falsa, o serve a giustificare quantità di uranio precedentemente non denunciate dall’Iran, e ora “ritirate fuori” post-deal.

Tutto avviene durante i giorni di gloria del presidente americano Barack Obama, che sulla riqualificazione iraniana attraverso l’accordo sul nucleare ha speso parte delle sua legacy in politica estera. Obama ha da pochi giorni raggiunto il numero necessario di senatori democratici per sostenere il veto. Per una legge votata dal Congresso americano infatti, Camera e Senato dovranno rivedere l’accordo ed esprimersi a favore o contro: è quasi ovvio che essendo i repubblicani in maggioranza in entrambe le camere, ed essendo i repubblicani esistenzialmente contrari ad Obama, l’accordo ottenga un parere negativo. Tuttavia, il presidente può porre il veto, cioè bloccare la volontà parlamentare e andare avanti. Ad Obama serviva di avere la maggioranza di almeno un terzo del Senato, per evitare che i senatori potessero decidere di togliere il veto presidenziale con un’ulteriore votazione: l’ha ottenuta. Se si pensa però che il sostegno democratico alla linea della Casa Bianca sia stato una cosa ovvia, ci si sbaglia. Nelle passate settimane due importanti senatori come Chuck Schumer e Robert Menendez hanno dichiarato di non essere favorevoli al deal con l’Iran, creando uno scosso nel partito e tra l’opinione pubblica: dunque Obama ha dovuto costruire voto a voto anche il consenso dei suoi.

Nonostante l’accordo sul nucleare iraniano abbia ormai spianata la strada congressuale, i repubblicani continuano a non mollare. La scorsa settimana, l’ex vicepresidente di George W. Bush ─ in odore fantapolitico di candidatura alle primarie rep ─, ha tenuto all’American Enterprise Institute un accesso discorso contro la riqualificazione iraniana, definendola un pericolo per la sicurezza nazionale. Tuttavia, a questo punto, sembra difficile che le parole dei big repubblicani, così come le dichiarazioni di Teheran sulle nuove riserve di uranio, possano scombussolare il voto al Congresso americano e dunque l’intero quadro del deal iraniano. Anche se niente è ancora concluso e in America lo scetticismo sull’argomento è forte.


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