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martedì 1 settembre 2015

Si vota sull'Iran, Israele dice la sua

(Uscito sul Giornale dell'Umbria del 01/09/2015)

Con Bob Menendez sono due: due big tra i senatori democratici hanno detto che quando il deal sul nucleare con l'Iran approderà al Congresso, voteranno contro ─ il primo è stato la futura leadership alla Camera Alta, Chuck Schumer. Il voto contrario sconfesserà Barack Obama, che comunque potrebbe anche riuscire a superare l'ostacolo che per il momento è composto dai due senatori e da una decina di deputati, oltre al fossato repubblicano. Obama non teme il “primo giro”, visto che sa che poi potrà porre il veto e a quel punto raggiungere i due terzi dei rappresentati per sbloccarlo sarà quasi impossibile. Ma, conteggi a parte, le defezioni hanno un valore politico e ideologico.

Menendez con la sua dichiarazione di contrarietà, ha nuovamente stigmatizzato le differenze tra la sinistra della mano tesa e quella dei falchi liberal. Parole segno di un solco dottrinale: «Questo accordo è basato sulla speranza ─ dice il senatore ─ la speranza che quando la clausola sullo stop nucleare scadrà, l’Iran avrà ceduto ai benefici del commercio e dell’integrazione globale. La speranza che i più conservatori avranno allora perso il loro potere e la rivoluzione avrà abbandonato i suoi obiettivi di egemonia. E la speranza che il regime lascerà che gli iraniani decidano del loro futuro. La speranza è parte della natura umana, ma sfortunatamente non è una strategia per la sicurezza nazionale». Tempo fa sull'Atlantic, uno degli intellettuali più vivaci della sinistra liberal mondiale, Leon Wieseltier scrisse a proposito di questo accordo: «Il rapporto da antagonisti tra l’America e il regime di Teheran era dettato dal fatto che eravamo davvero avversari ─ e prima spiegava che l'antiamericanismo iraniano ha radici ideologiche e teologiche esistenziali ─ Quale democratico, quale pluralista, quale liberal, quale conservatore, quale credente, quale non credente vorrebbe questo Iran come amico?». (Segnarsi questi due passaggi, per il futuro che verrà).

Intanto l'Agenzia internazionale dell'energia atomica ─ che ha il compito più delicato di tutto l'accordo: verificarne il rispetto e eventualmente innescare gli snap back di rappresaglia globale ─ ha comunicato mercoledì scorso di aver ricevuto un buon volume di informazioni dall'Iran. Ma il suo capo Yukiya Amano ha avvisato che c'è bisogno di più soldi per continuare nell'attività prevista dal dossier ─ comunque si pensa anche che il set di dati fornito da Teheran possa essere stato volutamente sovradimensionato per fuorviare e complicare le inchieste. Gli Stati Uniti, il più grosso finanziatore dell'agenzia, hanno già risposto che copriranno le spese, anche se in America in questo momento l'AIEA sta subendo molte critiche. La scorsa settimana è uscito uno scoop un po' disordinato dell'Assacioted Press, che prima ha pubblicato un pezzo su una documento visto in esclusiva, poi lo ha corretto eliminandone le parti con le rivelazioni, e poi ha riconfermato tutto. Nel frattempo i repubblicani s'erano ancora più infuriati e diversi dem erano rientrati in difesa ─ l'annuncio di Menendez, sarà un caso, ma è arrivato in quelle ore. AP ha raccontato di aver preso visione di un documento «molto simile» a quello di stesura finale in cui si prevede un accordo tra AIEA e Iran sui controlli del sito di Parchin. Parchin è il più discusso dei complessi nucleari iraniani, perché si pensa che gli ayatollah vi stiano sviluppando gli studi per la bomba atomica. L'accordo prevederebbe che a Parchin le ispezioni, i monitoraggi, i campionamenti, la raccolta di testimonianze foto e video, vengano delegate dall'AIEA a ispettori iraniani. Cioè l'Iran dovrebbe autotestimoniare sull'autenticità di qualcosa che sta negando da anni. L'autoispezione, oltre ad aver generato buoni pezzi di sarcasmo americano, non è per ora confermata: ma è chiaro che sarebbe una contraddizioni in termini che travalica quel concetto di "speranza" di cui parlava Menendez e lo trasforma in un "famo a fidasse" ed è una questione che la metà basta per infiammare chi all'accordo s'oppone con corpo e mente.

Qualche giorno fa, Israele è passato dalle parole ai fatti ─ l'uso del "corpo" è spesso abbinato ai ragionamenti da quelle parti. È una storia complessa, ma che può essere un segnale indicativo per il futuro: proviamo a spiegarla. Venerdì 22 agosto dalla Siria sono partiti quattro razzi caduti in territorio israeliano, nella zona di Quneitra, sulle alture del Golan. Dal 1973 non succedeva niente del genere; dalla Siria erano caduti anche ultimamente dei colpi di mortaio sul suolo israeliano, ma non s'erano mai visti razzi deliberatamente lanciati (nota: il tipo di armamento è importante per il proseguo della storia). Israele ha risposto con «il bombardamento sulla Siria più intenso degli ultimi quattro decenni» (D. Raineri, Foglio), questo tenuto conto che altre volte a quei colpi di mortaio c'erano state timide risposte e c'era stato qualche raid aereo per bloccare l'afflusso di armi al gruppo libanese Hezbollah. Quattordici postazioni dell'esercito siriano nel raggio di quindici chilometri dal confine sono state colpite dall'artiglieria dell'IDF (Israel Defence Force).

I portavoce dell'esercito hanno spiegato che dietro alle motivazioni dell'intervento pesante, c'è il fatto che a sparare non sono stati i siriani (e allora “perché li hanno colpiti?”, penserete voi. “La Siria è responsabile di tutto quel che succede in zona” ha spiegato un comandante ai media). A lanciare i razzi è stata la sezione palestinese della Quds Force, l'unità d'élite dell'esercito iraniano comandata dal generale Qassem Suleimani che si occupa delle operazioni speciali all'estero ─ e che è responsabile di tutta la politica militare internazionale di Teheran. Il successo dei Quds è nella strategia di Suleimani: muoversi creando alleanze con le milizie locali, come in Siria in Iraq, come in Yemen in Palestina o Libano. Il capo della sezione che ha lanciato i razzi a Quneitra, è Saeed Izadi, vecchia conoscenza israeliana, terrorista del gruppo Jihad islamico palestinese, gruppo islamista di Gaza che ha sede a Damasco ─ la capitale siriana è, ed è stata, il centro di appoggio per molti gruppi jihadisti che gli Assad hanno protetto in cambio di pace e tranquillità e per creare problemi ai propri nemici (vedi Stati Uniti e Israele, ma pure la Turchia). Il fatto che siano stati lanciati dei razzi, è la prova che a colpire Israele è stata una squadra palestinese: è una firma, oltre che un dichiarazione. Per questo il ministro della Difesa israeliano, Moshe Yaalon, ha detto che quello che è successo a Quneitra non è che l'aperitivo di quello che potrebbe succedere in futuro, dopo che l’Iran, riqualificato dal deal nucleare, sarà liberato dalle sanzioni internazionali e dunque avrà più fondi disponibili per finanziare i propri interessi e i propri gruppi in Medio Oriente.

Damasco non vuole fare la guerra ad Israele, ma l'Iran ha sempre chiaro l'odio esistenziale verso lo stato ebraico, e dunque utilizza il proxy siriano per colpire. Teheran tiene vivo il regime siriano, e per questo Assad non può fare altro che prestarsi alle volontà iraniane.


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