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mercoledì 16 settembre 2015

Russi in Siria, conversazione con Marco Perduca

(Pubblicato su Formiche)

«Non molti lo ricordano coi necessari approfondimenti e calendario di atrocità, ma la guerra di Assad è principalmente contro i suoi oppositori cioè cittadini siriani, oggi organizzati militarmente, che volevano un’apertura riformatrice di Damasco. In Siria si muore, e dalla Siria si scappa, perché non passa giorno che una città, senza risparmiare ospedali, venga presa di mira dall’esercito di Damasco. E’ un dato di fatto sul quale la stragrande maggioranza dei commentatori sorvola dolosamente in ossequio a una realpolitik retaggio di altri tempi e approcci» dice in una conversazione con Formiche Marco Perduca, politico italiano già senatore, rappresentante all’Onu del Partito Radicale Nonviolento Transnazionale e Transpartito.

È ormai pacifico che il regime siriano di Bashar el Assad è il vero responsabile profondo di tutto quello che sta succedendo (e sembra quasi limitante dire solo in Siria, visto che le conseguenze del conflitto siriano hanno ripercussioni globali: lo Stato islamico, la questione dei migranti, per esempio). Ma c’è una possibilità di soluzione per questa crisi? E la domanda assume anche un peso geopolitico globale, soprattutto in questi giorni in cui la Russia ha aumentato il proprio coinvolgimento nel conflitto al fianco del regime. «Forse sì, ma solo se il ruolo di Mosca sarà quello di salvare l’alleato Assad e “portarselo via”. Una speranza, per il momento, più che una previsione».

In effetti ci si chiede con Perduca: «Perché una paese che s’è annesso una regione d’un altro stato, che sostiene movimenti secessionisti in Asia centrale e che per questo è sotto (pesanti) sanzioni da parte dei suoi principali partner economici e finanziari, che ha un’economia vicina al collasso per via del calo vertiginoso del prezzo di gas e petrolio e con una moneta svalutatissima decide di impegnarsi militarmente, e in mondo-visione, nell’area più calda del mondo dopo aver contribuito all’accordo contro il nucleare militare iraniano?».

La Russia, che dai primi di settembre ha inviato rinforzi sotto forma di armamenti, uomini e apparati logistici alla propria base di Tartus ─ sfogo navale mediterraneo a leasing dal 1971 ─ e a Latakia, dove c’è una base aerea “aperta ai russi” (in cui sembra siano arrivati 200 fanti di marina, una mezza dozzina di tank T90, 15 cannoni e 30 blindati), potrebbe non avere solo l’obiettivo di tenere in piedi il governo siriano. Mosca vuole garantire stabilità in Siria, perché la Siria è storicamente un alleato proxy, che permette presenza in Medio Oriente e sul Mediterraneo. «Il soccorso russo ad Assad potrebbe rappresentare una mossa volta a portare, dopo un iniziale sostegno al regime, all’elaborazione di una exit strategy per Bashar ─ spiega Perduca ─, un’uscita nel senso fisico del termine è l’unica soluzione ad oggi possibile per ridurre i fronti di conflitto in Siria e concentrarsi sullo Stato islamico, sempre che sia quello il problema in quella parte del mondo». Salvare Assad significherebbe, molto più che “non tradire l’alleato”, avere un peso sul processo di transizione di potere in Siria, un investimento per «mantenere un piede in Siria a lungo termine». La linea russa, è ampiamente condivisa dall’Iran ─ che è stufo del lungo sostegno al rais senza ritorno di risultati ─ ed è probabilmente uscita durante una visita moscovita del generale Qassem Suleimani, l’architetto della politica estera di Teheran, che poche settimane fa ha violato il divieto di volo imposto dalle sanzioni internazionali per presenziare ad un vertice sulla crisi siriana. E dunque, riflette Perduca, «più che a tenersi buono un alleato ormai in rovina, la mossa russa rafforzerebbe l’asse con Teheran, l’altro elefante che inizia ad aver i piedi in troppe cristalliere (Iraq, Siria, Libano, Yemen) e senza ulteriori risorse da dedicare a imprese militari».

Ufficialmente gli Stati Uniti dicono di non aver chiaro quale sarà l’obiettivo dietro all’aumento di coinvolgimento russo in Siria: finora esce «preoccupazione» dai circoli diplomatici occidentali, ma la preoccupazione è un sentimento umano, non una linea per la politica estera. Ufficialmente, però: perché già al netto di potabilità politiche e ipocrisie delle posizioni ufficiali, russi e americani hanno in comune un paio di punti. Primo, vedere l’Iran come elemento necessario per risolvere la crisi siriana ─ per Mosca non è una novità, gli ayatollah sono da diversi anni partner economici e militari; per Washington è stato più complicato, data l’avversità esistenziale iraniana, ma la mano tesa di Barack Obama fatta dottrina col discorso del Cairo del 2009 ha costruito il deal atomico ed è passata su vari “chiudiamo un occhio, ma pure due”. Secondo, in fin dei conti per la Casa Bianca, che in Siria s’è distinta più per «pragmatismo miope e a volte emergenziale» (Peduzzi, Foglio) che per decisione, l’interventismo russo è una sollievo ─ tutti sanno che bombardare dall’alto non è una via di soluzione per la crisi, ma metterci i soldati è troppo rischioso, e allora che ce li mettano gli altri.

Quelli del Carnegie Endowemnt for International Peace, think tank americano che ha creato la più famosa rivista di Esteri nel mondo, Foreign Policy, hanno aperto la strada: si sono chiesti se la decisione di Mosca di aumentare il proprio coinvolgimento, pur con metodi non condivisibili, in fondo non sia la cosa giusta. Insomma, i russi stanno facendo il lavoro sporco per l’Occidente, e noi dobbiamo esserne sollevati.

Certo, il salvacondotto russo ─ il secondo, il primo si ricorderà fu speso quando Assad gasò i cittadini di Damasco per rappresaglia nell’agosto 2013, situazione da cui si uscì con la mediazione russa sullo smantellamento dell’arsenale chimico siriano ─ non garantirà sempiterna impunità. Soprattutto dovrebbe avviare un processo di transizione accompagnata verso un nuovo scenario politico e istituzionale in Siria. «Senza preclusioni a ridefinizioni di confini che, come abbiamo visto, oltre che esser labili per conto loro, di per sé non hanno garantito né pace, né giustizia, né libertà» aggiunge Perduca. In Siria, adesso, il governo controlla meno del 30 per cento di territorio, il resto è in mano allo Stato islamico (per larga parte) e agli altri gruppi di ribelli. L’intervento russo-iraniano dovrebbe permettere di creare un piccolo stato satellite di Mosca sulla costa mediterranea tra Latakia (la città ancestrale alawita, la setta elitaria degli Assad) e Tartus (la base russa). «Uno scenario-Taiwan» l’ha definito Carlo Panella sul Foglio, un arrocco da cui Mosca difenderebbe i suoi interessi, e contemporaneamente potrebbe partire il lento e complicato processo di stabilizzazione siriano. Detto ciò, “che ne faremo dello Stato islamico?” sarà il problema successivo, perché a quanto pare, al di là delle dichiarazioni di rito, per il momento non rientra tra quelli in cima all’agenda russa.


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