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sabato 5 settembre 2015

Proviamo, proviamo, ad essere meno compassionevoli e più incisivi

(Pubblicato su Formiche)

«Al di là dello choc, la domanda che ci si pone è la seguente: in che senso siamo responsabili della morte di questo bambino? L’emozione, a questo punto, lascia il posto alla ragione». L’ha scritto il filosofo francese Pascal Bruckner sul Figaro, e parla, ovviamente, di Aylan, il bambino siriano raccolto esanime sulla spiaggia turca di Bodrum, che ha risvegliato l’opinione pubblica sulla guerra in Siria e sul conseguente flusso di migranti che ne scappa. E più avanti Bruckner ha dato pure la risposta, perché a parte i combattenti dell’IS (che sono i responsabili diretti della morte del povero bambino, perché sono loro che hanno attaccatoKobane e costretto le famiglie che ci vivevano a scappare da un massacro imminente, disperatamente difeso soltanto dall’orgoglio curdo, quello di un popolo di ultimi abituato a soffrire), i responsabili sono altri. In particolare quella flotta degli immobili indignati compulsivi, che oggi si schiera a difesa dei poveri profughi (e chi non lo farebbe) e che parla di risolvere i problemi alla base, quelli che Bruckner definisce del «ho un cuore anch’io, un cuore grande», umanitarismo da due spicci che «maschera l’assenza di una visione politica chiara sulla situazione in Siria e in Iraq»; quelli che quando gli spieghi che per risolvere il problema di quella guerra (già è tanto chiamarla così, ma guai a dire che è una “guerra di civiltà”, però, ché è poco poll corr) serve un serio e massiccio intervento militare, fingono di non capire, ti ignorano, o ti dicono che la guerra è sempre pessima (e certo che lo è!). Ma la guerra si combatte con la guerra, non con il mosciume di certi tavoli diplomatici: per questo, Bruckner individua tra i responsabili i leader politici di mezzo mondo (quel mezzo nostro). Perché non si può semplicemente “degradare” lo Stato islamico (termine di genesi obamiana), lo si deve sconfiggere. (Nota: in quest’ottica, lo Stato islamico vale quanto il regime siriano di Bashar el Assad, ancora in piedi perché quello stesso umanitarismo spicciolo, quel pacifismo ignorante, ha pressato e guidato le decisioni della Casa Bianca due anni fa esatti, quando Damasco gasò i civili e Obama voleva bombardare il rais: ancora s’era in tempo, forse, ma poi il regime change che doveva fare l’Occidente lo hanno fatto gli islamisti, a Mosul, Raqqah, Aleppo. E guai pure a dire “regime change”, perché “chi siamo noi” e bla bla bla.)

L’ultimo dei paper che è uscito sull’argomento, non parla soltanto delle questioni tecniche di un possibile, quanto auspicabile, intervento militare ─ numeri di soldati da inviare, tipi di missioni, durata ─ ma apre un tremendo scenario geopolitico. L’autore è Frederic Hof dell’Atlantic Council, e secondo la sua analisi «l’abominio che è la Siria aumenterà il tasso di rassicurazione di altri paesi e da lì ci sarà un’emorragia di esseri umani in tutte le direzioni che continuerà per decenni. Questo potrebbe essere l’ultimo, proibitivo, prezzo da pagare per aver seguito una strategia univoca rivolta a tutto tranne che al cuore del problema».

Il tredicenne siriano Kinan Masalmeh ai microfoni di Al Jazeera a Budapest, ha detto la più seria e equilibrata delle cose: fermate la guerra in Siria e noi non veniamo più in Europa, non scappiamo più, vogliamo stare a casa nostra mica rischiare la vita in mezzo al mare. Per fermare la guerra servono meno valori e più fatti, però. Perché quando intellò e politici di mezzo mondo toglieranno le ipocrisie ideologiche al problema, sarà comunque troppo tardi e si troveranno davanti i numeri agghiaccianti della guerra in Siria: 240 mila morti, 7.6 milioni di profughi interni, 4 quelli fuggiti fuori dal Paese. La crisi migratoria ha portato stati confinanti come il Libano al collasso: dagli ultimi dati, circa il 26 per cento della popolazione libanese è composta da profughi siriani. Mentre le grandi nazioni arabe stanno a guardare ─ provate a contare il numero di profughi accolti nei ricchi Qatar, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Kuwait, Oman e Bahrain: ve lo dico io, zero (situazione per altro denunciata già da Amnesty International).

«Tutte le possibilità di salvare la Siria come stato ora sono passate. Lo stato siriano è finito, e questa è la ragione principale dell’alto flusso migratorio» ha spiegato al Foglio Andrew Tabler, analista ed esperto di Siria del Washington Institute for Near East Policy. Per capire quanto questo sia vero, basta guardare una delle cartine che fotografano l’immagine del Paese (al link): oltre la metà del territorio da est fino al centro è in mano allo Stato islamico. Al nord ci sono i curdi del Rojava che hanno difeso le proprie terre (come Kobane) e adesso ne rivendicano i diritti. Sulla fascia costiera c’è quel che resta dello Stato: Latakia, la città ancestrale della setta alawita degli Assad e tutta la striscia di confine con il Libano (dove l’Iran e gli alleati locali Hezbollah conducono la guerra) e poi Damasco, sono ancora in mano al regime ─ tenute con il sangue: il 16 agosto gli elicotteri assadisti hanno colpito un mercato di quartiere a Douma, periferia della capitale, procurando oltre cento vittime civili (in mezzo ce n’erano diversi di Aylan, anche se non sono finiti in prima pagina). Mentre le forze dei ribelli (a varia concentrazione di islamismo) hanno preso Aleppo e Idlib, a nord-ovest, e ora stanno arrivando verso la costa.

E la fotografia attuale, passa a quella futura descritta da Rolla Scolari sul Foglio. «La Turchia è d’accordo con gli Stati Uniti per la creazione di una zona cuscinetto liberata dallo Stato islamico, un’area di cento chilometri quadrati in cui vivono 300 mila turcomanni, etnia vicina ad Ankara. I curdi puntano alla creazione di una provincia al sud-est della Turchia, nel nord dell’Iraq. Al sud la Giordania, come ha scritto il Financial Times, starebbe lavorando sui legami tra tribù siriane e giordane per ritagliarsi una zona cuscinetto e umanitaria. Israele, secondo indiscrezioni della stampa locale, vorrebbe lavorare con i drusi siriani del Golan, dall’altra parte del confine, per tenere tranquilla la parte siriana delle alture. L’Iran e l’alleato Hezbollah tendono al mantenimento della loro sfera di influenza territoriale nell’area della frontiera libanese».

E allora, quando passerà l’interesse su quella foto, utile per lenire il senso di colpa occidentale (condito dal moralismo da due soldi che sostituisce l’emozione al ragionamento), resterà tutto come prima? Oppure l’Europa smetterà di trattare l’argomento migrazione come “compassionevole stato di emergenza” e deciderà di affrontarlo per intero come fenomeno geopolitico? E gli Stati Uniti, che non considerano la soluzione della crisi siriana tra le priorità di interesse nazionale, aumenteranno il loro coinvolgimento? (Sul Washington Post, Adam Taylor ha scritto che la foto di Aylan nasconde una «uncomfortable truth»: i rifugiati non sono esclusivamente un affare europeo, ma anche americano). I Paesi arabi prenderanno una linea meno ambigua? E le nazioni occidentali, con i loro politici e pensatori, abbandoneranno l’istinto all’indignazione e la negazione ideologica contro ogni intervento armato per costruire una strategia coerente di lungo termine che porti alla distruzione dello Stato islamico e alla fine della guerra civile siriana? (Occhio, sono due cose diverse). Certo, tutto questo richiede coinvolgimento, chiede di uscire dalle comfort zone del pensiero buonista, chiede di smettere di autoflagellarsi ─ l’Europa «infermiera» la chiama Bruckner ─ per intervenire direttamente, sul serio, contro l’orrore.

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