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mercoledì 9 settembre 2015

Partono pure gli iracheni: un paio di cose alle radici profonde di un viaggio

(Pubblicato su Formiche)

Il New York Times ha scritto che per il governo iracheno la questione delle partenze di migranti diretti verso l’Europa sta diventando «un caso nazionale». Dalle testimonianze raccolte dai giornali americani (anche il Washington Post si è occupato di questi nuovi flussi migratori) gli iracheni fuggono dal proprio paese per due ordini di problemi: la sicurezza, dovuta essenzialmente al fatto che un’ampia fetta di territorio è in mano al sedicente Califfato (che ha origini ancestrali proprio in Iraq), e la pessima situazione economica che si è innescata con la crisi legata all’IS (e pure con il crollo del prezzo del petrolio).

I numeri per il momento non sono paragonabili a quelli dei siriani, anche perché, Califfo a parte, in Iraq non c’è una guerra civile e resta in piedi un seppur debole governo. Detto più chiaramente, i 3,1 milioni di sfollati interni in Iraq riescono a trovare sistemazione da qualche altra parte nel Paese lontana (per il momento) dalla distruzione dell’IS: in Siria chi fugge dall’IS trova le bombe del regime, e viceversa.

Il nuovo flusso migratorio iracheno (che poi nuovo non è, ma ha aumentato notevolmente la sua portata) si sposta via mare in direzione di Grecia e Turchia, ma molti iracheni ancora viaggiano con gli aerei ─ di recente Iraqi Airways ha aggiunto due nuovi voli giornalieri Baghdad-Istanbul.

Perché i migranti non prendono gli aerei

Lo spostamento di migranti iracheni via aereo, è utile come proxy per affrontare una domanda logica su cui non ci si sofferma spesso: “perché i migranti non prendono l’aereo?”. I profughi che fuggono da paesi in guerra o dove sono perseguitati, hanno in molti caso tutte le carte in regola per l’ottenimento dello status di rifugiati (il 98% di quelli che arrivano in Germania ottengono asilo), e allora, perché non decidono di affrontare viaggi più sicuri e per altro meno economici ─ le traversate sui barconi della speranza sono molto più costose di un volo aereo. In gran parte queste persone non hanno un visto, anche se tale situazione ─ ha spiegato Hans Rosling, direttore della Gapminder Foundation in un video ripreso da Vice ─ non sarebbe una condizione assoluta per non farli imbarcare. Però le normative UE (orientate comunque ad impedire ingressi illegali) lasciano alle singole compagnie aeree la decisione di far salire a bordo o meno un migrante senza visto. Sono, in pratica, le compagnie stesse “ad aver l’onere di determinare chi è un rifugiato e chi no”. Se la decisione è sbagliata, le compagnie devono accollarsi le spese per il rimpatrio. Non sorprende quindi che i vettori aerei seguano una linea di salvaguardia personale nei confronti di un fenomeno che coinvolge migliaia di persone, rendendo di fatto a queste impossibile muoversi con un aereo. In pratica, ancora, l’UE preferisce che i rifugiati si spostino a piedi. Da qui, anche, la creazione del business dei barconi da parte di organizzazioni criminali. Una radice profonda del fenomeno migratorio.

Ancora una cosa sulla Siria

Sono usciti altri dettagli sul padre di Aylan, il bambino migrante annegato davanti alla Turchia la cui immagine è finita sulle prime pagine di molti giornali. Le ha raccontate il dottore che ha soccorso l’uomo, l’unico della famiglia rimasto in vita e ora tornato a Kobane per combattere lo Stato islamico.

Spiega il giornalista esperto di Medio Oriente Daniele Raineri in un pezzo uscito qualche giorno fa sul Foglio, che l’uomo che si chiama Abdullah «fu arrestato a Damasco per cinque mesi dall’intelligence dell’aviazione militare (la più fedele ad Assad sin dai tempi del padre Hafez), gli furono cavati i denti per tortura, fu liberato grazie a una bustarella da venticinquemila dollari passata al regime e ottenuta vendendo il negozio [i curdi sono considerati "nemici" del regime]. Dalla capitale Abdullah portò la famiglia ad Aleppo, che però divenne troppo pericolosa a causa dei bombardamenti aerei [del regime]. Da lì la decisione di spostarsi nella città di nascita, Kobane».

Dunque, anche in questo caso se si cerca il colpevole profondo per l’inizio della sua Odissea, il nome è sempre Bashar el Assad. Tra l’altro, a proposito di cause in fondo ai profughi, ci sarebbe da raccontare in un reportage il viaggio di quelli che, sfiduciati dal regime e spaventati dall’avanzata dei ribelli, disertano la leva obbligatoria e per non incappare nelle punizioni scappano all’estero. Sono tanti, come sono tanti gli alawiti che ormai non credono più in Assad.

Nell’immediato dei fatti, però la fuga di Abdullah, è la risposta alla paura dello Stato islamico. Perché quando poco dopo che portò la famiglia a Kobane, enclave curda resa sicura dalla posizione isolata al confine turco (off limits ai caccia governativi per paura di sforare lo spazio aereo ed essere buttati giù dai turchi), la città finì sotto attacco dell’IS. Era l’ultimo pezzo di territorio che il Califfo doveva conquistare per controllare tutto la striscia di confine tra Turchia e Siria, vitale per i traffici di contrabbando che alimentano le casse del Califfato.

Sappiamo come è andata la storia: Kobane è diventata il simbolo della resistenza alle barbarie di Baghdadi, i suoi abitanti hanno scacciato gli invasori e la città ha lentamente ripreso a vivere: prima le persone sono rientrate, spostando l’enorme quantità di macerie prodotte dall’assedio, poi hanno iniziato a riaprire scuole e negozi. Il padre di Aylan pensava di essere al sicuro, nella Kobane rinata. Ma per il Califfo nulla può rinascere indipendente dal suo volere, e così ha lanciato una rappresaglia. Una notte di giugno, uomini di Baghdadi travestiti da soldati dell’YPG curda sono entrati in città e hanno ucciso a sangue freddo 145 civili: non starete mai tranquilli, il messaggio di Baghdadi.

E così il padre di Aylan ha deciso di portare la sua famiglia a rischiare la vita in mare. Scappare da tutto quello che avevano vissuto ─ nessuno mette i propri figli su una barca instabile sopra alle onde, se non pensa che la terra che sta lasciando è meno sicura di quel mare scuro davanti. È finita come sappiamo. È iniziata come sappiamo. Una storia come altre, che mette insieme i responsabili più o meno profondi del dramma siriano.


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