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martedì 1 settembre 2015

L'Iran negozia direttamente le tregue in Siria (e Assad fa il guastafeste)

(Pubblicato su Formiche)

Negli ultimi giorni è stato rotto il cessate il fuoco in due aree a maggioranza sciita in due parti distanti della Siria: una al nord, nella zona di Idlib, tra la città di Kafarya e al Fuaa (le uniche ancora in mano al governo), l’altro nella città di Zabadani, zona di Damasco. Dalle notizie che escono dalla Siria, la violazione della tregua sarebbe stata responsabilità del regime, che avrebbe ripreso i bombardamenti e fatto saltare il dialogo.

La pausa dei combattimenti era stata raggiunta attraverso negoziati tessuti direttamente da una delegazione iraniana che ha incontrato i membri del gruppo combattente ribelle Ahrar al Sham ─ gruppo con posizioni islamiste, che però non ha ufficialmente legami con al Qaeda (e nemmeno con l’IS). Secondo quanto riportato da Syria:direct (organizzazione di giornalismo no-profit abbastanza attendibile) gli incontri tra iraniani e ribelli sarebbero avvenuti in territorio turco.

I messi di Teheran avrebbero accettato le richieste di Ahrar al Sham (tra i punti rivelati dell’accordo, la liberazione dalle carceri siriane di un migliaio di detenute), mentre invece Damasco no. Da qui sono nati problemi tra i negoziatori e il regime, e alla fine Assad ha fatto di testa propria ordinando di violare la tregua raggiunta.

La notizia è indicativa di un paio di cose. Innanzitutto sta venendo fuori il ruolo chiaro dell’Iran in territorio siriano: sostituirsi al governo, creare una sorta di protettorato dove le decisioni finali vengono ricondotte a Teheran. Allo stesso tempo, il regime siriano sembra rifiutarsi di essere marginalizzato e cerca di attestarsi una linea indipendente. Almeno laddove possibile: Damasco dipende molto sia militarmente sia economicamente dall’Iran e per questo si presta alle volontà degli ayatollah. Qualche giorno fa, diverse postazioni dell’esercito siriano sono finite sotto i colpi dell’artiglieria israeliana sul Golan: una rappresaglia per il lancio di quattro razzi in territorio siriano. Solo che i razzi non erano stati lanciati dai siriani, ma dalla fazione palestinese dell’unità d’élite militare iraniana al Quds (che opera in Siria al fianco del governo). Era una provocazione della Repubblica islamica, che mantiene Israele come obiettivo esistenziale prima che geopolitico.

Damasco deve stare al gioco, anche se tutto vuole fuorché aprire un nuovo fronte sulle alture conteste con Israele. Quando invece può divincolarsi ci prova: d’altronde Assad deve mantenere la sua constituency, dove molti sono infastiditi dalla forte presenza iraniana sul proprio territorio ─ è una questione lunga e profonda fatta di vari aspetti, uno per esempio è connesso all’interpretazione molto più laica della religione che i baathisti alawiti hanno rispetto alla terra degli ayatollah. All’interno di quel consenso e dell’establishment che lo rappresenta però, ci sono anche quelli che non si fidano più delle capacità di Assad nel difenderli e dunque spalancano le porte ad un futuro ancora più filo-iraniano della Siria (nella speranza che la casa degli sciiti protegga al setta alawiti, che ha nemici da ogni lato del conflitto siriano). A questi il rais si rivolge con gesti come quelli di Zabadani e Fuaa, che servono anche per spiegare ai suoi che lui è ancora forte e il suo potere non dipende da niente e da nessuno. (Anche se ormai sembra già iniziata la storia della “Siria post-Assad”).


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