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giovedì 3 settembre 2015

L'immagine di quel povero bambino

Da ieri gira su internet la foto di un povero bambino di due o tre anni che giace morto, trascinato sulla battigia della spiaggia di Bodrum (famosa località turistica turca) probabilmente dalle stesse onde che hanno rovesciato l'imbarcazione zeppa di migranti con la quale lui e la sua famiglia stavano fuggendo dalla Siria. L'immagine è tremenda, perché la posizione di quel bambino (s'è diffusa la voce che si tratti di un curdo di Kobane, ma poco importa) è la stessa che assumono tutti i nostri figli mentre dormono. Ieri sera, quando sono entrato in camera di Tea per vedere come stava con il mal di pancia (probabilmente dovuto a tutte le fortunate schifezze mangiate al compleanno del cugino), lei dormiva placida e sembrava il bambino sulla spiaggia.

Ora, quella che è una delle migliaia di immagini che arrivano giornalmente da quel dramma che si moltiplica altrettanto giornalmente, è diventata maistream perché molti giornali hanno deciso di pubblicarla per sensibilizzare su quello che c'è dietro alla chiacchierata (spesso a vanvera) questione dell'immigrazione. Può essere giusto. Ci sono quelli come me che per certe ragioni con quelle (o altre) immagini delle atrocità del mondo fanno i conti tutti i giorni, perché quelle atrocità a volte cercano di raccontarle; ci sono i più sensibili che quelle immagini (di quel bambino, di suo padre ─ rimasto tragicamente vivo mentre i suoi due figli sono morti con la mamma ─ e delle persone come loro) se le immagino perfettamente, le comprendono anche senza vederle; poi ci sono quelli che invece semplificano, non capiscono, o se ne fregano. A tutti serve vedere quel bambino, ma soprattutto per l'ultima categoria può essere utile avere chiaro in faccia il dramma che si sta consumando poco a largo delle acque in cui noi abbiamo fatto il bagno.

(Da qui parte un discorso lite version su una questione finora solo accennata, ma che nei prossimi giorni, o forse ore, guiderà le penne dei più arguti editorialisti italici ─ ne vedremo delle belle).

Un filone polemico intrapreso da qualcuno, argomenta sul "se sia giusto o meno pubblicare certe immagini" ─ e aggiunge che in molti tra quelli che le hanno pubblicate, sono gli stessi che censuravano i video delle esecuzioni dello Stato islamico o amenità simili. Non c'è, per me (e come si dice in questi casi: imho), un giusto o uno sbagliato: tutto ciò che è notizia deve-o-può essere pubblicato. Dunque è notizia il bambino, è notizia la testa di James Foley, è notizia la giornalista ammazzata durante un'intervista. Sono notizie atroci, certo, ma sono notizie: raccontano una realtà, che per immagini è spesso molto più forte, immediata, comprensibile, completa, che per iscritto, i corpi trucidati dei curdi di Suruc (le immagini può forti uscite in queste ultime settimane, a mio parere). Poi è una scelta: si può scegliere di pubblicarle o meno quelle immagini, certo. Si chiama linea editoriale. E non deve nemmeno esserci una necessaria coerenza e omologia di trattazione in quella linea editoriale: cioè, si può decidere (sempre imho) caso per caso se pubblicare o meno.

Mario Calabresi, il direttore della Stampa, ha spiegato in un editoriale perché inizialmente voleva non mettere l'immagine di quel bambino a Bodrum sul giornale che dirige, e poi invece ha cambiato idea. Scrive Calbresi:
Così ho cambiato idea: il rispetto per questo bambino, che scappava con i suoi fratelli e i suoi genitori da una guerra che si svolge alle porte di casa nostra, pretende che tutti sappiano. Pretende che ognuno di noi si fermi un momento e sia cosciente di cosa sta accadendo sulle spiagge del mare in cui siamo andati in vacanza. Poi potrete riprendere la vostra vita, magari indignati da questa scelta, ma consapevoli.
Per concludere, dunque, è inutile discutere sul giusto o sbagliato della pubblicazione: ognuno è libero, così come siamo liberi noi di riprendere quella foto sui nostri spazi (che siano i social network o la lavagna della cucina). L'importante è evitare becere strumentalizzazioni, propagande, uscite a effetto (come se l'effetto di quel corpo non bastasse già). C'è un giornale italiano (forse ce ne saranno altri) che si chiama il Manifesto, che è famoso per fare titoli a effetto (spesso anche buoni) che ha ripreso la foto in prima con sopra scritto "Niente asilo". Ecco, quello che ha fatto il Manifesto per me vale quel che un altro giornale italiano, Libero, ha fatto l'altro ieri, spingendo la storia del migrante che ha aggredito e ucciso una coppia di coniugi a Catania, per sostenere le proprie posizioni contrarie all'immigrazione. D'altronde pure Libero è famoso per i titoli a effetto: almeno però ha avuto il buonsenso di non pubblicare le immagini dei coniugi uccisi. Il punto è qui: non sul giusto o sbagliato di pubblicare certe cose, il punto è il come farlo.


Nota: in una precedente versione di questo post, era stato scritto, secondo le prime informazioni diffuse, che la madre del bambino siriano trovato morto, era rimasta viva. In realtà era annegata anche lei: il padre è l'unico in vita della famiglia.






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