Nuova policy

Policy del blog, da qui a un tempo x

mercoledì 16 settembre 2015

La Germania capisce le cose in anticipo: si chiama lungimiranza, non entusiasmo

Il Giappone non accoglierà profughi siriani: è una questione soci-culturale storica che sta dietro alla decisione di non aprirsi agli immigrati. Per capirci, nel 2014 hanno fatto domanda di asilo cinquemila persone, ne sono state accolte a titolo definitivo undici ─ e la stampa ha commentato positivamente, visto che l'anno precedente a fronte di un numero di richieste analogo furono in sei. È una nazione che si fonda sull'identità, e la ragion di stato viene sopra ogni cosa (spesso anche alle regole ONU del 1951 sui rifugiati): politica e opinione pubblica sono sulla stessa linea. In un discorso di una decina di anni fa, l’allora ministro dell’Interno di Tokyo – nonché attuale ministro delle Finanze – Taro Aso, disse che il Giappone è «una cultura, una civiltà, una lingua, una razza». Razza è una parola che evoca scenari bui della nostra storia; l'eterogeneità del multiculturalismo altrove e in altri pensieri è visto come un enorme valore aggiunto, ma tant'è.

All'opposto la Germania, secondo alcuni calcoli diffusi dal governo, potrebbe accogliere addirittura un milione di rifugiati. La decisione della Cancelliera Merkel di aprirsi al problema dell'immigrazione è stata presa con calore, emozione, giubilo, soprattutto in Italia (e Francia), dove sia i medi che l'opinione pubblica viaggiano a un livello epidermico delle questioni, molto legato all'istinto e al consenso. Molti commenti sull'austerity che in fondo ha un cuore e sull'elevazione al rango di statista della Merkel. I più sgamati, quelli che pensano sempre di saperla più lunga, hanno fatto un rapido shift e così la Merkel è passata da "Culona inchiavabile" a "quella che ci sta rubando i profughi migliori". Era cominciata infatti a girare la tesi che la Germania stesse aprendo le porte ai rifugiati "perché adesso partono laureati e chattering class varie, ché è sempre un bene averne in casa".

Tesi che finiva per essere rinforzata da un bell'editoriale dello Spiegel, sempre molto ponderato, ma che rischiava di far facile sponda alle letture frettolose dei più dotti saperlalunghisti. Scrive infatti il settimanale: «L’immigrazione è un problema, ma anche una chance. Ci obbliga ad essere più aperti, generosi e anche un po’ caotici, ma rinunciare alle conoscenze alle competenze e al bagaglio formativo degli immigrati sarebbe uno spreco di risorse». Invece, mentre da altre parti prendeva spazio l'entusiasmo ─ addirittura ci scivolava anche il conservatore Bild titolando "Wir Helfen", li aiutiamo ─ la stampa tedesca si contraddistingueva per la misurazione con cui affrontava e approfondiva l'argomento. Un'altra lezione nella lezione.

Perché è plausibile che dietro alla scelta del governo tedesco possa esserci una considerazione di opportunità che supera il solidarismo vuoto; ma è altrettanto innegabile che quell'eventuale considerazione non sminuisce il senso di apertura della scelta fatta dalla Merkel; allo stesso tempo, questo ci dice dimostra di nuovo che la Germania (come nel caso delle tanto citate riforme strutturali) ha un occhio lungimirante sui fenomeni contemporanei e sul come inquadrare i propri interessi all'interno di questi; ed è altrettanto ovvio che si troverà davanti a una scommessa, una dura prova, perché l'apertura nei confronti dell'immigrazione è un problema storico nel Paese.




Nessun commento:

Posta un commento

Commenta quel che vuoi o come vuoi. Ma cerca di mantenere quella che i più fighi chiamano "netiquette" e che qui chiamiamo "buon senso". Se poi riesci a dire anche qualcosa di intelligente, meglio.
Grazie