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martedì 15 settembre 2015

Combattere in Yemen per combattere l’Iran

(Pubblicato su Formiche)

I Paesi arabi non mettono mano direttamente in Siria. “Direttamente”, significa che, salvo qualche raid aereo su copertura e protezione diplomatica americana nell’ottica dell’operazione Inherent Resolve volta in chiave anti-Califfato, non intervengono nel conflitto locale. Vorrebbero, ma non lo fanno perché ormai la situazione è talmente frammentata che sul campo non c’è un partner credibile da sostenere.

E dire che sulla costruzione di entità siriane da appoggiare in partnership anti-Assad, sauditi e regni del Golfo vari hanno speso e investito tempo e risorse. Il sostegno a diversi gruppi di ribelli (anche i più discutibili, come al Nusra, per dire) non è una novità o un segreto, ma anzi è una delle chiavi di lettura sul come mai il conflitto siriano si sia trasformato in un enorme buco nero regionale. Abbiamo imparato a chiamarla “proxy war“, italianamente reso, tutti d’accordo, in guerra per procura. Ossia, le parti regionali stanno combattendo sul campo di battaglia siriano indirettamente, cioè senza i propri eserciti sul campo.

Il sostegno che le monarchie sunnite del Golfo stanno dando ai ribelli, va visto in duplice chiave. C’è l’aspetto settario secolare, sunniti contro sciiti, e poi quello geopolitico che ne consegue: rovesciare il regime di Bashar el Assad significherebbe togliere potere in Medio Oriente ad un nemico esistenziale sia sul piano ideologico che politico-economico, l’Iran, che si allunga a ovest e sfrutta il suo peso in Siria per portare influenza nell’area e chiudere accordi economici-commerciali, anche in tema petro-energetico ─ soprattutto adesso che è stato internazionalmente riqualificato dal deal sul nucleare fortemente voluto dagli Stati Uniti.

È uno scontro che in Siria non si può giocare a viso aperto. Sia perché dichiarare apertamente guerra all’Iran non rientra nella categoria “buone idee”, sia perché la Siria è ancora ufficialmente governata da un presidente, che è presente seppur odiatissimo, e dunque un intervento diretto significherebbe dichiarare contemporaneamente guerra alla Siria e all’Iran (ora, dopo l’aumento di coinvolgimento, pure alla Russia, e quindi “pessima idea”).

Dunque la penisola araba a trazione saudita sceglie un altro campo di battaglia per impegnare direttamente i suoi uomini: lo Yemen, dove la rivolta dei ribelli indipendentisti Houthi, filo-iraniani, è stata “presa nel tempo” giusto per intervenire. Dopo i bombardamenti, che hanno finora prodotto più vittime civili (circa quattro mila) che militari, Arabia Saudita ─ che guida le operazioni ─, Qatar, Emirati Arabi, Bahrein, il solito Egitto (e sembra anche il Sudan), preparano un’escalation militare che significherebbe “la prima volta” in cui i paesi arabi entrano in guerra anche con forze di terra (gli equipaggiamenti di questi eserciti, pagati con i petrodollari arabi, non fanno di certo il paio con la loro esperienza di guerra).

Quella in Yemen è una guerra di cui si parla poco. Da sempre: la rivolta houthi dura da anni, ma l’attenzione sul Paese cala solo quando un drone americano centra qualche pezzo importante di al Qaeda ─ la fascia sudorientale del territorio yemenita è la culla storica di Aqap, al Qaeda nella Penisola Araba, la filiale saudita-yemenita dell’organizzazione a cui il leader Ayman al Zawahiri ha affidato il compito di colpire all’estero e per questo finisce spesso nell’obiettivo dei droni americani. Mentre ora, se l’operazione prenderà il via, le sorti di Sanaa torneranno in cronaca di nuovo, dopo l’attenzione di questa primavera che aveva accompagnato l’avanzata definitiva dei ribelli e la cacciata del governo (il fatto che lo stato sia senza governo da così tanto tempo, è dietro alle possibilità pratico-diplomatiche dell’intervento arabo).

Ci sarebbero già novemila soldati sauditi e emiratini posizionati in un’area desertica all’estremo est del paese in attesa del via all’attacco, che sarebbero stati raggiunti da altri mille qatarioti, entrati la scorsa settimana in Yemen con carri armati e 30 Apache. Queste operazioni militari, sono silenziosamente appoggiate dai paesi occidentali: Washington e Londra operano un blocco navale sulle coste yemenite per impedire l’attracco dei rifornimenti iraniani agli Houthi; Parigi ha fornito ai sauditi tecnologie di intelligence ad alto dettaglio.

Gli analisti danno per assodato che l’impegno arabo in Yemen, più che ripristinare l’ordine nel Paese, sia una strategia di deterrenza e di guerra proxy contro l’Iran. I giornali arabi più ortodossi parlano della necessità di tenere lontano dal Golfo Teheran utilizzando il campo di battaglia yemenita, andando “oltre lo Yemen” (chiaro, no?). D’altronde è noto il sostegno della Repubblica Islamica agli Houthi (che sono una setta sciita). Sostegno che rientra nelle strategie del generale Qassem Suleimani, il capo della Quds Force (il braccio dei Pasdaran che si occupa delle operazione speciali all’estero). Il generale ha costruito la politica estera “non ufficiale” di Teheran attraverso la presenza territoriale: milizie sciite finanziate, armate, indottrinate, che mano a mano si sono fatte largo al potere. È quello che tempo fa un funzionario iraniano definì così: «Controlliamo già quattro capitali arabe». Intendeva Baghdad, Damasco, Beirut e appunto Sanaa: un problema per i Paesi del Golfo, che ora hanno deciso di iniziare a risolvere.


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