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martedì 25 agosto 2015

Turchia, elezioni a "zero problemi"?

(Uscito sul Giornale dell'Umbria del 25/082015)

La Turchia terrà nuove elezioni il primo novembre, perché quelle del 7 giugno non hanno prodotto una maggioranza concreta ed è scaduto il tempo consentito dalla costituzione per la formazione di un governo di coalizione. Ma la Turchia, in questa delicata fase pre-elettorale (senza governo), si trova davanti due guerre in più.

Con ordine. Diversi osservatori internazionali (per ultimo il Wall Street Journal pochi giorni fa), hanno accusato più o meno apertamente il presidente Recep Tayyp Erdogan di aver puntato sulla ripetizione del voto fin dal primo giorno post-elettorale di giugno. Due mesi fa, il suo partito (che si chiama Giustizia e Sviluppo, AKP è l'acronimo) ha subito un'inattesa e storica sconfitta: per la prima volta dopo quindici anni non ha ottenuto la maggioranza assoluta dei voti in Parlamento, e questo non gli ha permesso di portare a termine i piani per la riforma costituzionale ─ modifiche che avrebbero trasformato il paese in una repubblica presidenziale. Erdogan è bloccato nel suo ruolo: ha un totale ascendente sul partito, che gli permette di governare indirettamente e muovere il “suo” esecutivo, ma come presidente ha poteri per lo più simbolici. L'accusa di aver sabotato tutti i tentativi di avvicinamento con gli altri partiti per formare un governo d'intesa con le altre forze politiche, sarà pure pesante, ma non è molto distante dalla realtà per cui passa l'unica attuale possibilità di realizzazione del sogno di Erdie: diventare il presidentissimo. (In molti, tra oppositori politici e analisti, polemizzano che il progetto di riforma trasformerebbe la Turchia in un regime totalitario).

Ora, però, il punto è che la Turchia ha rotto l'incantesimo che l'aveva tenuta immune dalla violenza che dilagava appena oltre i propri confini in Iraq e Siria ─ quella che il premier (incaricato) Ahmet Davutoglu definì «zero problemi con i vicini» ai tempi in cui era ministro degli Esteri ─, e avviato le operazioni militari contro lo Stato islamico (sotto pressioni americane) e già che c'era pure contro i gruppi combattenti curdi. Per capire chi è l'obiettivo preferenziale di questa guerra bifronte, basta leggere i numeri: 110 F-16 hanno colpito circa 400 postazioni del PKK sia al nord iracheno sia all'interno della Turchia (fonti ufficiose turche parlano di oltre 700 combattenti uccisi e altrettanti feriti); contro l'IS invece si sono alzati tre jet che hanno centrato cinque bersagli.

La sproposita divergenza numerica indica una linea politica, e trova risposte nelle elezioni di giugno. Partiamo da lì: l'HDP, il partito curdo moderato, all'ultima tornata elettorale ha ottenuto un grande successo, scavalcando l'enorme soglia di sbarramento del 10 per cento messa proprio per evitare l'ingresso dei curdi in Parlamento, e portando a casa uno storico 13 per cento (per altro è un dato che le proiezioni su novembre finora riconfermano, mentre AKP perde altri due punti). Le istanze curde (che ruotano intorno alla maggiore indipendenza territoriale) all'interno del parlamento turco, fanno paura a molti.

Ufficialmente le operazioni militari del governo turco contro i curdi sono la risposta alla rappresaglia post.Suruc. E qui torniamo di nuovo indietro: il 20 luglio un kamikaze dell'IS s'è fatto esplodere in un centro culturale dei curdi siriani nella cittadina turca di Suruc. È stata una strage orribile contro giovani civili innocenti, per la quale i curdi del PKK hanno accusato il governo turco, reo di essere troppo accondiscendente con gli uomini del Califfo che si spostano all'interno del proprio territorio e di aver permesso all'attentatore di colpire “i fratelli curdi” (curdi turchi e siriani sono alleati, quelli iracheni repubblica a parte): e così quelli del PKK hanno ucciso due poliziotti turchi in un agguato per rappresaglia. Da lì Ankara ha colto l'occasione per avviare una campagna militare contro l'IS e soprattutto contro i curdi. Ma secondo i critici di Erdie (il WSJ, per esempio) Suruc è solo un proxy, e Ankara ha deciso di rompere la tregua che durava dal 2013, per creare un clima di guerra e scoraggiare i curdi più moderati e non farli tornare alle urne: al tempo stesso, sarebbe stato un modo per infiammare l'anima dei nazionalisti che finora hanno votato il partito MHP. In passato Erdogan s'era presentato come la voce moderata che avrebbe riconciliato Turchia e curdi, perdendo così voti a destra a favore del MHP.

La posizione belligerante presa dal governo turco contro i curdi, ha prodotto a strascico una serie di reazioni violente non solo da parte del PKK, ma anche dal Partito-Fronte rivoluzionario di liberazione del popolo (Dhkp-c), una piccola fazione combattente, che compie attacchi minori e senza continuità.

Riaprire la guerra con i curdi ─ cominciata nel 1984, mai arrivata alla pace nonostante la tregua, e costata la vita a oltre tremila persone ─ però non è solo una delicata questione di politica interna. In molti osservano l'incoerenza tra il colpire insieme i curdi e l'IS, perché i primi sono considerati i peggiori nemici dei secondi. Vero solo in parte, perché in realtà il PKK è più isolato e molto meno coinvolto dei curdi siriani (YPG) e iracheni (i Peshmerga) nella lotta al Califfato, anche perché il Califfo finora non ha avuto mire espansionistiche in Turchia. Però, il PKK ha comunque fornito aiuto "ai fratelli" dell'YPG in diverse battaglia come quella di Kobane, in cui si è trovato sulla stessa linea di fronte della Coalizione internazionale (e si sa come vanno queste cose: al fronte, tra alleati anche se solo temporanei, ci si aiuta).

Lo Stato islamico è il problema in più: finora tra il Califfo e la Turchia c'era un muto e mutuo accordo. Ankara lasciava permeabilità ai confini che permetteva il passaggio dei foreign fighters, "da Raqqa" ricambiavano evitando l'espandersi della violenza sul suolo turco. Le cose sono cambiate, però. Sotto la pressione americana la Turchia ha deciso di avviare delle proprie (seppur minime) operazioni militari contro l'IS, anche per mettere paletti a situazioni simili a quella di Suruc, e soprattutto ha aperto l'uso della grossa base aerea di Incirlik ai jet americani che decollano per bombardare in Siria. Il Califfo ha risposto con un video diretto e chiaro fin dal titolo: "Messaggio alla Turchia", simile a quello che si intitolava "Messaggio all'America" in cui fu decapitato per la prima volta in video un ostaggio occidentale, James Foley. Lo speaker del Califfato accusa Erdogan di essere «un Satana traditore» che ha venduto la Turchia metà all'America metà ai curdi. Tutti contro tutti.

Non è un clima da "zero problemi" quello in cui si andrà a votare.


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