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mercoledì 19 agosto 2015

Non è un agosto per Obama

(Uscito sul Giornale dell'Umbria del 18/08/2015)

A inizio mese, il senatore democratico dello stato di New York, Chuck Schumer, ha fatto sapere che si opporrà al voto congressuale sul deal iraniano ─ step back: qualche mese fa era passata una legge che vincolava il via libera all'accordo sul nucleare iraniano al voto del Congresso, sul quale, come da prassi, il presidente potrà poi apporre il veto. Schumer non è uno dei tanti, ma è una star del Senato: il suo nome è dato (e chissà se ancora “sarà”, dopo l'uscita sull'Iran) tra i favoriti per ricoprire la leadership nel 2016, quando scadrà il mandato di Harry Reid. Schumer, inoltre, è uno dei riferimenti per il mondo ebraico tra i dem. Il senatore è convintissimo: dice che non si fida di quanto e come Teheran rispetterà gli accordi, e teme che l'apertura di credito internazionale (e soprattutto l'eliminazione delle sanzioni) permetterà all'Iran di perpetrare alla luce del sole i propri interessi geopolitici (l'appoggio a stati canaglia come la Siria o il Sudan, per esempio, o il sostegno economico a partiti/milizia come Hezbollah o Hamas).

Schumer non ha i numeri per impensierire Barack Obama (impensierire perché: se il Congresso dovesse votare “no” al deal, il Prez può porre il veto, come detto; a quel punto il Congresso ha possibilità di opporsi al veto, ma deve raggiungere il consenso dei due terzi dei rappresentati, quasi impossibile ─ per informazione, Schumer ha fatto sapere che voterà entrambe le volte contro la Casa Bianca). Però la posizione presa dal senatore da New York ha creato trambusto all'interno del partito e di conseguenza all'interno dell'Amministrazione, luoghi dove la linea obamiana è spesso accettata obtorto collo.

Il deal iraniano, s'è detto più volte, è parte della legacy, dell'eredità, che Obama vuol lasciare sulla politica estera. Un biglietto da visita importante, come la riapertura dei rapporti diplomatici con Cuba, che racconta perfettamente la politica della mano tesa: dialogo, apertura, fine della guerra al terrore. Almeno a parole ─ poi in pratica è diverso, o meglio è necessariamente diverso.

I detrattori obamiani criticano questa lettura di politica internazionale partendo da due fronti importanti: il ritiro dall'Iraq e la l'eccessiva apertura nei confronti della Russia di Vladimir Putin. Il primo, dicono, ha fatto da bacino colturale allo Stato islamico; la seconda ha prodotto la crisi ucraina e le prepotenze di Mosca. Ora, in Iraq manca una strategia chiara su come sconfiggere il Califfo, che si trova anche in Siria, paese protetto dai russi e su cui non si può mettere le mani sebbene sia governato da anni da uno dei più sanguinari regimi del mondo. Alla crisi ucraina, invece, Washington ha apparentemente reagito con forza, parole di condanna e sanzioni che hanno effettivamente destabilizzato l'economia russa: se non fosse che adesso, a distanza di una dozzina di mesi, ci si trova di nuovo a cercare la spalla di Putin per risolvere questioni scabrose come il panel Onu per indagare sull'uso di armi chimiche in Siria (nota: ufficialmente l'arsenale chimico siriano è stato smantellato come “punizione” per l'attacco chimico sui civili di Damasco nell'agosto del 2013, ma continua a registrarsi l'uso di composti chimici come il cloro).

Sarà imbarazzante per tutti arrivare in fondo all'indagine, perché visto che il cloro viene solitamente messo in bombole attaccate a barili esplosivi sganciati dagli elicotteri, e visto che l'unico a disporre di una forza aerea è il regime, la soluzione sui colpevoli è quasi scontata. Solo che la Russia ha voluto un'istituzione ufficiale imposta dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Che succederà poi non è chiaro, fatto sta che ancora una volta la Russia si è inserita a spallate in mezzo alla vicenda siriana e gli Stati Uniti hanno dovuto starci.

Tra le questioni calde di questi giorni, c'è pure la Libia: ormai secondo molti analisti è chiaro come lo Stato islamico si stia espandendo sul suolo libico con una rapidità superiore anche a quella vista nel territorio siro-iracheno. È un threat internazionale, su cui però Obama ha sempre voluto andarci cauto affidando il dossier all'Europa ─ con risultati pessimi, la missione Eunavfor Med per combattere gli scafisti naufraga tra i meccanismi burocratici di Bruxelles, e figurarsi se c'è idea o modo di andare a fermare l'IS. La Libia diventerà come l'Iraq, argomento di discussione nei dibattiti repubblicani pre-primarie, con i candidati scagliati contro Hillary Clinton, che ai tempi dell'intervento internazionale contro Gheddafi era segretario di Stato, accusandola di aver assecondato troppo Obama e di aver perso il controllo della situazione e aver rinunciato, con la fretta del ritiro e con la voglia di vuoto pacifismo, a gestire il passaggio di potere.

Altra tegola per Obama, arriva dal suo segretario alla Difesa, Ash Carter: nell'ottica della politica di “fine guerra al terrore” un altro biglietto da visita doveva essere lo smantellamento del supercarcere di Guantanamo (campo di detenzione speciale, a Cuba, creato dopo l'11 settembre per isolare i terroristi più pericolosi). Chiuderlo sembra impossibile o quasi, anche perché una serie di passaggi giurisprudenziali conferisce l'ultima parola nella firma del segretario alla Difesa. Obama ha minacciato il veto sul budget del Pentagono per curvare le resistenze dei vertici della Difesa che si oppongono alla chiusura, e i consulenti politici hanno iniziato a lavorare al Congresso per trovare una via legislativa che favorisca il trasferimento dei poteri finali nelle mani del Prez. Per il momento però Carter non molla, forte della chiarezza con cui alla testimonianza al Congresso con cui ha accettato la carica, aveva affermato di respingere ogni genere di pressione sulla chiusura del carcere ─ in effetti ci sono problemi seri, uno di questi, per esempio, è legato al fatto che dei 52 detenuti rimasti a Gtmo 43 sono yemeniti: farli uscire nei piani di Obama significherebbe affidarli alle carceri dei paesi di origine (passaggio in cui è richiesta l'approvazione di Carter), ma in situazioni come lo Yemen questo significherebbe metterli in un incontrollabile contesto senza legge, dove al Qaeda potrebbe facilmente riaverli indietro.


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