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martedì 11 agosto 2015

La Libia, il disastro di Obama, e il Califfo

(Uscito sul Giornale dell'Umbria del 11/08/2015)

«La Libia doveva essere un caso modello: prima intervento militare leggero, soltanto con aerei e logistica (il cosiddetto “leading from behind”), poi stabilizzazione del paese, a partire dall’economia e dalla politica», spiega Daniele Raineri sul Foglio. La soluzione della crisi libica ─ quella del 2011, cioè quella con cui è stato cacciato il rais Gheddafi ─ era considerata da Barack Obama una «priorità personale» scrive Missy Ryan sul Washington Post. Doveva essere il teatro su cui il neo presidente americano dimostrava la sua superiorità rispetto ai predecessori, che avevano provato ad occuparsi in modo analogo di Iraq e di Afghanistan senza però ottenere risultati e scontentandosi contro buona parte dell'opinione pubblica mondiale.

E dunque, se adesso ci ritroviamo con una (nuova) guerra civile sostenuta da due pseudo governi nati dalle ceneri di uno stato fallito, le infiltrazioni dello Stato islamico che si sta facendo largo tra il caos, e il quasi menefreghismo della Casa Bianca che considera il dossier una affare di priorità europea (per lo più italiana), qualcosa deve essere successo, no?

Quello che è accaduto nello spazio di tempo degli ultimi quattro anni, è un copione purtroppo noto. «Su Obama incombe una maledizione» (Raineri). Quando prova a costruire qualcosa nel mondo arabo, finisce sempre male, e i tentativi di farsi alleati locali sono spesso sghembi e si chiudono in un mix di nulla di fatto e delusione reciproca. In Libia è andata così, e forse c'è tutto questo alla base della sempre più importante presenza locale dello Stato islamico (ma ci si tornerà). I funzionari americani inviati a traghettare il Paese nel post-Gheddafi, si erano inizialmente concentrati su questioni di governance civile, tralasciando molto la sicurezza militare; poi nel 2012 arrivò la morte dell'ambasciatore statunitense Chris Stevens (una ferita ancora aperta, una peso psicologico e emotivo che continua a guidare molte delle decisioni dell'Amministrazione in fasi critiche) e tutto cambiò. Dopo una prima evacuazione per contingenti ragioni di sicurezza, i diplomatici americani tornarono nel Paese, ma dovettero sottostare a regole rigidissime che gli imponevano un controllo dall'alto senza creare adeguati rapporti e perdendo mano a mano il contatto con i libici. Il tentativo di creare un esercito, la Forza multifunzione si chiamava, fu poi un altro fiasco. I giovani libici si vedevano bene dall'arruolarsi in una realtà meno remunerativa e più rigida delle milizie locali, e così finivano per rinfoltire i ranghi di queste ─ come se la storia non esistesse, situazioni analoghe stanno avvenendo in Siria, dove il piano di Obama di addestrare ribelli trova ben poca partecipazione.

Se i gruppi armati locali sono folti, e se realtà tribali o politiche o economiche muovono quei gruppi, e se chi dovrebbe controllare super partes non ha adeguata rappresentatività e rispetto, è facile capire come mai “quei gruppi” sono diventati centri di potere, che si alleano secondo interessi e agende personali e che prima o poi finiscono per “prendere il controllo” del territorio. Così è andata, tagliando con l'accetta fino a oggi.

Ora, si diceva, in mezzo a quei gruppi, ce n'è uno che fa più paura degli altri: in Libia s'è infiltrato lo Stato islamico. Strisciando tra il caos delle macerie di un Paese, ha creato roccaforti di potere, proposto un'alternativa credibile per fanatici islamisti (che in alcuni casi erano i componenti di quei “gruppi”), impostato una fitta propaganda per spingere il reclutamento, diffondere le proprie visioni, aumentare potere e potenza. Differentemente da quello che è successo in altre zone del mondo, dove organizzazioni locali hanno aderito spontaneamente alla linea jihadista proposta dal Califfo, in Libia è stato Baghdadi in persona a spedire suoi fidati messi per prendere il controllo del paese. Alla fine di luglio, girava la notizia (non completamente confermabile) di un nuovo invio di uomini: sei ufficiali dello Stato islamico partiti dall'Iraq e arrivati a Sirte, l'attuale centro di potere libico del Califfato, dopo la sconfitta di metà giugno a Derna, che era il punto di attecchimento iniziale ─ la riorganizzazione rapida è un aspetto che accomuna direttamente l'ala libica alla casa madre siro-irachena. Probabilmente i sei leader avranno il compito di stringere i legami con i clan locali e con gli ex notabili del regime, un po' come è successo in Iraq con gli ex baathisti e i sunniti ─ e nel frattempo si sarebbero portati anche rinforzi militari finiti dall'altra sponda della Libia, a Sabratha e Melita, città occidentali famose per i reservoir gasiferi e note in Italia perché patrie libiche dell'Eni. Contemporaneamente il sito di notizie libico Al Wasat raccontava dell'arrivo, sempre a Sirte, di altre diciassette persone dell'IS, dodici dall'Arabia Saudita e cinque dal Bahrein: una rafforzamento della leadership, oppure la costruzione di una nuova catena di comando.

Da circa tre mesi l'IS controlla la città di Sirte, dopo aver sconfitto la Brigata 166, storica milizia sotto il controllo della città/stato di Misurata.

(Nota: il governo di Tobruk, che dice di essere lì per combattere i terroristi, inquadrando nella definizione sia la controparte con sede a Tripoli sia l'IS, in realtà continua a non muoversi di un millimetro per contrastare l'avanzata del Califfato. Da Tripoli, e Misurata, idem: in fondo credono tutti che la priorità sia la guerra civile piuttosto che scacciare il Califfo).

Diversi osservatori riportano che nelle ultime settimane c'è stato un flusso crescente di combattenti dalle aree meridionali dell'Africa verso Sirte, verso il Califfo. Sembra che questi nuovi combattenti si trovino raccolti alla Ghardabiya air base, base dell'aviazione libica a sud di Sirte che gestiva il 1124 Bomber Squadron e il 1st Fighter-Bomber Squadron. Ai tempi della guerra a Gheddafi fu presa di mira dai Tomahawk della Marina americana e dai superbombardieri B-2 Spirit che partivano direttamente dall'America per colpire oltreoceano. Invece ora è una caserma del Califfato a pochi passi dalla sua «fiorente» (A. Zelin, Washington Institute) capitale libica.

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