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giovedì 13 agosto 2015

La droga, i teenager, voialtri e la vostra Cultura

Scrive Leonardo Bianchi su Vice, in un articolo che raccoglie un po' tutte le idiozie che i giornali italiani (quelli grossi, quelli importanti) hanno scritto a proposito dei tre fatti di cronaca che hanno legato la morte di tre minorenni a questioni di droga (anche se per uno, poveretto comunque, non lo era, ma si è trattato di una maledetta malformazione cardiaca congenita):
Il cronista Carlo Rivolta, scomparso prematuramente nel 1982 a causa dell'eroina, diceva che lo "spessore umano" di un giornale lo si misura da "come dà la cronaca, se fa a brandelli la vita della gente o se cerca di aiutarla". Credo che in questi giorni chiunque abbia avuto modo di farsi un'idea di questo spessore.
Il riferimento è alla serie di articoli, che in alcune redazioni si sono trasformate in vere e proprie miopi crociate (ammesso che ce ne siano anche di non miopi, di crociate) contro la droga e contro l'universo "droga/teenager". Il dato, innanzitutto: nel 2015 ci sono stati 4 giovani minorenni uccisi da overdose, mentre 49 sono stati i morti per stessa ragione tra i 35 e i 39 anni. Eppure non avete letto sui giornali di un'emergenza droga tra i trenta/quarantenni (tra l'altro, proprio a fare il pelo, secondo la Relazione annuale 2014 dell'antidroga della Polizia di Stato, non è l'ecstasy la droga che uccide di più, ma resta in testa alle classifiche quella bastarda dell'eroina ─ dico bastarda perché mi ha fatto vivere diversi pessime situazioni, che ho provato a raccontare anni fa anche in un altro post, che però è un po' triste perché mi veniva pensato a persone con cui ho passato parecchio tempo: certo meno di quanto loro ne hanno passato con l'eroina).

Ma i dati, spesso sono freddi e crudi: perché quei ragazzi non ci sono più, e questo è quel che conta. E conta ancora di più se capisci di essere stato soltanto un po' più fortunato a non esserci finito invischiato (come cantava il rocker di Correggio «...e c'è mancato proprio solo un pelo»). Perché è questione di fortuna, un po' più che di forza d'animo e quanto di paura; soprattutto di paura, è stato per me: io non ho mai preso droghe strane, perché avevo paura. Non perché ero meno disagiato di altri miei amici che le prendevano, non perché avevo genitori migliori, non perché leggevo, studiavo, pensavo: anzi, spesso mi sentivo un disagiato perché tra i miei amici ero uno dei pochi che non si drogava pesantemente. E gli altri venivano e vivevano il mio stesso contesto sociale. Dunque niente cazzate sull'isolamento, sulla società che emargina, sullo sballo per uscire dai problemi: noi il massimo dei problemi che avevamo, era perché una non voleva darcela. E sapevo benissimo, cosa da non sottovalutare, che chi si drogava si divertiva. Perché è così, fatevene una ragione, chi si droga lo fa per divertirsi, scordatevi i casi umani, le situazioni difficili, le famiglie critiche e tutte quelle amenità dipinte dalle pubblicità progresso. In un altro bel pezzo uscito in questi giorni ingiusti sull'argomento, Manuel Perruzzo sul Foglio ha scritto una delle cose più azzeccate, riprendendo uno di quei fondi con cui i pomposi editorialisti italici hanno dimostrato di non capire una benemerita ─ nel caso, si tratta di Beppe Severgnini a proposito della chiusura del Cocoricò, la discoteca dove uno di quei sfortunati ragazzi ha lasciato la vita: «I nuovi, giovanissimi trasgressori si vogliono sballare col permesso del questore: francamente, è troppo» ha scritto Sev. Perruzzo replicava:
Avvisiamo Beppe Severgnini che nessuno considera più trasgressivo ingerire una pasticca di ecstasy e che il vantaggio di questa generazione rispetto a quella degli anni Sessanta (che si drogava più seriamente) è che non ci si sente più rivoluzionari o anticonformisti "calandosi una pasta", al massimo meno annoiati. Siamo abituati a prendere pillole per dormire, dimagrire, fare sesso, non avere figli e – so che ne sarete sconvolti – anche per divertirci.
E ancora, in un altro passaggio che centra perfettamente il nucleo della questione:
L’altra cosa che fatichiamo ad accettare è che piace. Drogarsi, quando non uccide e lascia cadere in tunnel dove si spengono spine o sconnettono menti, e tutti i migliori claim da pubblicità progresso, fa stare benissimo. È questo il problema. Saperlo renderebbe più sbrigativo per tutti i sostenitori della mozione “dobbiamo fare una riflessione sociologica, culturale, antropologica, filosofica, medica, religiosa” trovare una soluzione: ci si droga perché è bello, signori.

Quello che dicevo prima, insomma. Per mia esperienza personale, nessuno mi ha mai offerto della droga tipo quando mia zia ai pranzi domenicali mi riempiva il piatto di colosterolo, trigliceridi e zuccheri ─ che poi per me sono diventati droghe pure quelli ─ al grido "mangia, mangia che è buono!". Però i miei amici che si drogavano pesante, mi spiegavano sempre che era una cosa molto figa. Ma io avevo paura, e loro erano dei veri Lord a non darmela (altra questione da chiarire: chi ha la droga, non la dà agli altri, perché ha speso soldi per comprarla e perché gli piace usarla tutta per sé). Paura di stare male, e con lo stessa fermezza con cui non mangio più peperoni e agnello, causa imbarazzanti difficoltà di gestione digestiva, non prendevo certa roba. Al tempo stesso, però, sapevo come quelle droghe funzionavano, quanto se ne doveva prendere per non fare una finaccia, come andava presa, dove, quando. Anche perché spesso mi trovavo nella situazione che con le mie due Heineken da 66, ero il più in forma del gruppo e qualcuno doveva pure tenere la cassetta del pronto soccorso. Sapevo quello che ancora so sulle droghe, perché lo ho imparato sul campo, e purtroppo nessuno a scuola è stato in grado di spiegarmelo (attenzione: credo che questo sia un po' il nocciolo di tutto il discorso, dunque se siete arrivati fin qui prestate ancora un po' di attenzione e ragionamento, che così la finisco prima). Richiedere un'educazione agli stupefacenti non è follia di chi scrive, in Inghilterra, per esempio, le associazioni genitori, che qui in Italia si occupano di coprire i perizomi alle ballerine di Buona Domenica (le seghe, quelle sono un'altra droga, evidentemente), hanno chiesto al governo-Cameron di essere più incisivo su questo genere di trattazione: e concedetemi che il rapporto con la droga del popolo inglese non è certo secondo a quello italiano, dunque loro, che occorrono politiche di riduzione del danno e spiegazioni sul come assumere certe sostanze, l'hanno capita e noi non ancora. Angelino Alfano, il nostro ministro dell'Interno, per esempio ha detto che ci si può «divertire fino all’alba anche senza impasticcarsi o ubriacarsi di superalcolici» e dunque dovrà esserci "tolleranza-zero contro lo sballo": una cosa che non significa niente, detta da uno che evidentemente quando c'era da bere a giro e provare a trombare, stava da un'altra parte.

E non l'abbiamo capita, anche per colpa dei Severgnini, prima che degli Alfano, cioè per colpa di come certi argomenti vengono trattati dagli opnion-maker o dai media, che sono di per sé opinion-maker, anche se adesso, ad agosto, a condurre i programmi di approfondimento sono rimasti soltanto sbiaditi cugini di gradi lontani. Michelesé, per esempio, uno che fa opinione, ha deciso di trasformare Gli Sdraiati in Gli Sconosciuti per l'occasione, e dice: «I ragazzi detestano quasi tutte le parole che usiamo spendere su di loro, e anche per questo leggono sempre meno e guardano sempre meno i telegiornali». Come dargli torto? Ai ragazzi, s'intende. Per capirci, nel momento in cui sto scrivendo questo post, ospite in Tv a Coffe Break di La7 c'è Carlo Giovanardi che sta parlando di droghe. Giovanardi non è stato invitato perché è una voce autorevole sull'argomento, oppure perché ha sviluppato un'idea sensata sul come muoversi: è stato invitato perché dice certe cose sghembe (per qualcuno, diciamo per molti, giuste, magari, per altri), che verranno prese a sputi da alcuni, creeranno dibattito e discussione a decadenza istantanea, e forse se siamo fortunati qualche buona battuta su Spinoza, ma alla fine il giorno dopo non succederà comunque un cazzo.

Il concetto di Serra è sballato, perché presuppone di inquadrare tutti gli adolescenti in una specie di ignoranti erranti (ma credetemi, non è così, e l'ho provato direttamente pure questo una volta che fui invitato a parlare di Isis in un Liceo Scientifico di Assisi). Il problema, poi, è che lui, , è membro onorario della tesi. Sul giornale dove scrive, Repubblica, è uscito qualche giorno fa un pezzo stupefacente in cui la presunzione di raccontare la vita di Ilaria Boemi, una ragazza tra le vittime dei fatti di cronaca di questi giorni, s'è mischiata con l'ignoranza, il bigottismo, gli stereotipi, con la stanchezza retorica, e voglio sperare anche un po' con il caldo agostano. Di questo incredibile articolo, ne riporto un passaggio che descrive bene l'aria, però sarei veramente contento che voi dedicaste due minuti a leggerlo, se ancora non lo avete fatto (credo sul serio che sia istruttivo). Scrive Alessandra Ziniti, inviata da Rep sul luogo della tragedia a proposito della ragazzina morta:
Era particolarmente inquieta questa ragazzina di 16 anni con il viso sfigurato da cinque piercing, compreso una perla sulla lingua, il lobo dell'orecchio destro sfondato, i capelli cortissimi rasati alle tempie a darle un aspetto ancor più mascolino così come l'abbigliamento, jeans larghi, maglietta nera e scarpe da tennis
Non bastasse ci si è messo pure il più autorevole Corriere della Sera, che parla di «disagio adolescenziale», «travaglio intimo», «citazioni nere» (venivano da pezzi rap, ma va beh non è che i cronisti sono tutti esperti di musica: come dite? C'è internet per cercare le cose e verificare? Ma dai, in agosto, in Italì). Felice Cavallaro, ha pensato bene di raccogliere queste informazioni scandagliando il profilo Facebook della ragazza: e così, i capelli rasati e i piercing sono diventati chiari presagi di morte. Tant'è che @madeddoni ha scritto su Twitter: «Forse la morte non è il peggio. Forse il peggio è un giornalista che racconta chi eri guardando le foto su Facebook».

E allora, per chiudere: premesso che non si vogliono fare apologie delle droghe e che si ha chiaro che la questione-droga è complicatissima e non esistono dosi e soluzioni assolutamente efficaci, il problema sta molto anche nel fatto che «in un dibattito intrappolato nelle sabbie mobili dell'emotività non c'è alcuno spazio per ragionamenti non dico complessi, ma che almeno cerchino di sfiorare la realtà delle cose» (Bianchi, Vice).

Qualche tempo Thomas Friedman sul New York Times ha scritto una delle frasi che ci si dovrebbe tatuare in fronte: «Noi siamo i buoni, vediamo di dimostrarlo».





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