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giovedì 20 agosto 2015

Il cugino bullo di Assad uccide un colonnello a un incrocio e scopre le crepe nel potere del rais

(Pubblicato su Formiche)

La scorsa settimana, Suleiman al Assad, ventitreenne cugino del presidente siriano Bashar, ha ucciso per le strade di Latakia un colonnello dell’Aviazione. Un omicidio figlio di un clamoroso atto d’arroganza, un raptus, una smattata per dirla più chiaramente: il colonnello, che viaggiava in macchina con i due figli, non ha dato la precedenza all’Hummer (dettaglio da tenere a mente) del “cugino presidenziale”, che dopo averlo rincorso è sceso dal gippone, ha iniziato a insultare l’ufficiale e le forze armate in genere, e poi ha tirato fuori il Kalashnikov e lo ha ammazzato.

La storia in Italia è stata ripresa soltanto dal Foglio (mentre invece “fuori” ne hanno parlato ilGuardian, il Telegraph, lo Spiegel, l’Independent, per dirne alcuni), grazie al bravissimo Daniele Raineri che l’ha definita «un test enorme per il presidente». Perché?

Partiamo dal dire chi è Suleiman: «C’è tutta una serie di immagini che fanno di Suleiman quasi la parodia di uno shabiha: le auto potenti e le armi, i capelli corti e la pancetta, vestito mezzo in borghese e mezzo in mimetica, mentre alza le due dita nel segno della vittoria oppure in compagnia del generale iraniano Qassem Suleimani (Suleimani dev’essere un eroe personale per Suleiman, è l’ufficiale che comanda l’unità speciale Al Quds ed è l’architetto della strategia antiguerriglia che tiene al potere gli Assad)» scrive Raineri. Le shabiha sono delle unità paramilitari, milizie lealiste composte da sciiti, essenzialmente alawiti: molto simili a clan mafiosi, da sempre difendono il governo e svolgono i lavori più sporchi, quelli che l’esercito non potrebbe fare da solo per non rischiare l’accusa di crimini internazionali ─ come la storia del conflitto siriano ha insegnato, questi scrupoli sono stati messi da parte più volte dall’esercito di Assad, figurarsi dunque il livello di atrocità del “lavoro sporco” delle shabiha. Il compito svolto dalle milizie mafiose sciite filo-Assad ─ e sempre più spesso filo-iraniane (che sta per dire, comandate direttamente dall’Iran) ─ è ripagato dal governo, che garantisce ai membri una sorta di impunità: loro sono la legge o ne stanno sopra, fanno quel che vogliono, compreso uccidere deliberatamente un colonnello dell’Aviazione (la forza più patriottica e più fedele al presidente) per una precedenza non data.

Il fatto che tutto questo sia successo a Latakia, il centro di potere dove l’establishment alawita è raccolto e difeso da ciò che resta di buono dell’esercito come una sorta di cimelio, è un dettaglio non trascurabile per capire il perché di quel «test» di cui parla Raineri. Chi vive a Latakia, viveva parzialmente protetto dalla guerra e dalle sue nefandezze e miserie. Fino a poco tempo fa, nessuno di loro si sarebbe mai azzardato a criticare il governo, ma ora le cose stanno cambiando e la guerra lunga ormai troppi anni, inizia a far sentire il suo peso. Il malcontento della base di consenso alawita è crescente da diversi mesi: quelli che si fidano delle reali capacità di Assad di difenderli sono rimasti pochi (mentre invece la setta sciita al potere è nell’obiettivo dei ribelli fin dall’inizio della rivoluzione, ed è pure un target preferenziale per lo Stato islamico). In tutto questo, l’omicidio di un ufficiale per futili motivi da parte di un cugino del rais, è sembrato davvero troppo. E così, quando la notizia ha cominciato a girare, la popolazione locale ha reagito con un’ondata di proteste mai viste prima: tre giorni di manifestazioni «inedite» (Raineri, Foglio), di fatto contro il regime.

Per il momento Suleiman è in carcere, e Assad ha mandato dei funzionari ad assicurare sostegno alla famiglia del colonnello, garantendo una punizione per il colpevole «chiunque egli sia» ─ quel “chiunque” è riferito al fatto che ci sarebbe da chiarire se a sparare sia stato proprio Suleiman o la sua bodyguard, ma nella sostanza poco cambierebbe. Che cosa succederà è difficile dirlo: da qui la ragione del “test”. Se il presidente punisse davvero il cugino, tradirebbe il vincolo di clan; dall’altra parte, se il ventenne la facesse franca sarebbe difficile contenere l’offesa popolare. Soprattutto in un momento critico come questo.


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