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martedì 4 agosto 2015

È morto il Mullah Omar, tapin tapun (Baghdadi se la canta)

(Uscito sul Giornale dell'Umbria del 04/08/2015)

Il governo afghano ha annunciato di aver ricevuto delle informazioni attendibili in merito alla morte del Mullah Omar, emiro dell'Emirato islamico dell'Afghanistan dal 1996 al 2001 (poi arrivarono gli americani “post-11-settembre” a scacciare via da Kabul il regime sharitico dei Talebani, che erano quelli che avevano aiutato anni prima nella resistenza all'invasione sovietica). Stavolta questo pare più vero di tutti gli altri svariati annunci funebri già usciti su di lui.

Ma la vicenda è tutt'altro che chiara. Il governo afghano si è esposto in una conferenza stampa dove ha spiegato che la morte è avvenuta per tubercolosi in un ospedale di Karachi, in Pakistan (Breve inciso: la tubercolosi è una malattia praticamente debellata in Occidente, ma che ancora miete vittime in quelle aree, dove la narrativa radicale islamica ha avvolto le cure promosse dalle organizzazioni umanitarie internazionali del solito “Diavolo occidentale” ─ dicendo cose tipo “non sono farmaci ma veleni”, “siete solo cavie”, “non fatevi toccare dai cani mandati dall'Occidente” et similia. È il radicalismo, islamico, bellezza. Chiuso).

La circostanza raccontata dal governo di Kabul, pone il Pakistan in una sorta di imbarazzo: il più ricercato tra i capi terroristi del mondo, è stato di nuovo tenuto nascosto all'interno del proprio territorio. E di nuovo significa “dopo che Osama Bin Laden è stato ucciso nel raid della Delta Force del 2 maggio 2011 in una villa protetta di Abbotabad”. Dunque non ci sarebbe da stupirsi se Omar fosse veramente morto là: sul legame dei servizi segreti pakistani, l'ISI, con il mondo del jihadismo (e dei talebani) si sono riempiti libri, anche se ogni intreccio è puntualmente smentito con un “a nostra insaputa” di scajolana memoria. Però il comunicato ufficiale dei Taliban, smentisce in parte, e dice che il Mullah è morto in Afghanistan.

Dettagli, non da poco, che andranno chiariti col tempo. Per ora, come in tutto quello che accade ed è accaduto intorno al Mullah Omar, c'è un grosso mistero sulla morte e sugli anni trascorsi dalla sua scomparsa.

Nell'impeto della notizia è stato spesso descritto come “il capo dei talebani”, ma il suo ruolo era notevolmente superiore. Il Mullah Omar era considerato amir al mu’minin, il comandante dei fedeli, e cioè la massima autorità religiosa riconosciuta dai jihadisti (che la vorrebbero riconosciuta anche da tutti gli altri musulmani). A lui aveva giurato fedeltà spirituale anche Osama Bin Laden ─ che lo aveva conosciuto ai tempi della resistenza afghana (e occhio, il Mullah Omar non era il «vice di Bin Laden», come scritto da qualche sgangherata redazione italiana). Sulla linea, anche l'attuale leader qaedista Ayman al Zawahiri aveva rinnovato il giuramento, l'ultima volta nel 2014, in piena contesa ideologica con l'allora Isis ─ stante ai fatti, il rinnovo del giuramento di Zawahiri nel 2014 potrebbe essere avvenuto l'anno dopo della morte di Omar, circostanza che racconta due cose: la prima, di come fosse misteriosa e segreta la vita dell'afghano, fino al punto che nemmeno il capo di al Qaeda era al corrente della sua dipartita; la seconda, che un capo di al Qaeda che non sa della morte della sua guida ideologica è un capo debole, e spiega bene perché l'organizzazione ha perso la sua centralità nel mondo del jihad e sta perdendo questa lotta con l'IS.

La morte del Mullah Omar, può spalancare la porta al Califfo Baghdadi, che reclama anch'egli il ruolo di amir al mu’minin ─ e su questo fondamentalmente si basano le spaccature dell'universo jihadista, sia dal punto di visto ideologico che formale. I baghdadisti, definizione anglosassone per indicare i seguaci più convinti del leader dello Stato islamico, rivendicano da sempre la sovranità globale del loro capo, che è Califfo appunto, su Omar, considerato soltanto un leader locale. Gli altri, i talebani e tutti quelli che appartengono alla vecchia scuola del jihad (pure al Qaeda), sostengono che invece il Mullah Omar era l'unica guida spirituale dei fedeli, e come ricorda Daniele Raineri sul Foglio, per farlo citavano pure un hadith, un detto del Profeta: “Se due persone sostengono entrambe di essere il capo dei fedeli, la seconda dev’essere uccisa”.

Michael Kungelman ha scritto su un blog del Wall Street Journal che la morte dell'ispiratore dei talebani potrebbe procurare il collasso dell'intera organizzazione, piena di fazioni e divisioni di cui Omar era l'unico collante ─ e se fosse veramente morto da due anni, significherebbe che Mullah Akhtar Mansour, rimasto l'unico tra i capi talebani ad aver accesso a Omar, ha trasmesso in questo lasso di tempo ordini e direttive false, ingannando i compagni d'insurrezione: inutile aggiungere considerazioni sulle possibili conseguenze tra gli altri comandanti.

È sotto quest'ottica che la morte del Mullah Omar rappresenta una vittoria per l'IS, che a questo punto potrebbe facilmente ricevere il sostegno di alcuni gruppi Taliban tra Pakistan e Afghanistan. L'OPA ideologica lanciata dallo Stato islamico su questi territori, ha finora ricevuto feedback negativi. La narrativa del Califfato non è passata facilmente, soprattutto perché messa in sordina proprio dalla presenza spirituale del Mullah Omar. Questi aspetti teorici e dottrinali, si abbinano a questioni più pratiche. L'IS in Afghanistan ha provato più volte a colpire i talebani accusandoli di essere sulla strada sbagliata della fede ─ qualcosa di molto simile a quello che fa con al Qaeda.. Ma i Taliban rivendicano anni di jihad locale, radicazione, conoscenza del territorio, e lotta al nemico Occidente.

Notizie non buone, dunque. Rimasto senza la guida suprema, l'organizzazione rischia di finire in mano alle divisioni e diventare un nuovo serbatoio di reclutamento per il Califfo. Che tra l'altro, morto il Mullah Omar, è rimasto l'unico a rivendicare il ruolo di “comandate dei fedeli”. Segno non di poco conto per le menti dei fanatici.


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