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venerdì 21 agosto 2015

«Dite la vostra!, cosa pensa, che l’Iran sia l’Iowa?»

(Pubblicato su Formiche)

Secondo un documento visto da Associated Press, un protocollo segreto dell’agenzia nucleare delle Nazioni Unite permetterà all’Iran di utilizzare propri funzionari per ispezionare il sospetto impianto nucleare di Parchin (dove si pensa che Teheran abbia lavorato alle armi atomiche) e registrarne l’idoneità secondo i punti del deal internazionale siglato qualche settimana fa a Vienna. Si tratta di una parte a latere dell’accordo, tuttavia è una decisione inedita, che basa tutto il rispetto del deal sulla fiducia nell’Iran (gli iraniani dovrebbero attestare o meno la presenza di qualcosa che hanno sempre negato, le armi atomiche), e che ha messo in subbuglio le controparti internazionali, soprattutto gli Stati Uniti, dove i primi di settembre il Congresso dovrà pronunciarsi sull’intesa fortemente voluta da Barack Obama.

Qualche giorno fa, quando ancora non era uscito lo scoop di AP, Robert Menendez, ex chairman della commissione Esteri del Senato, ha fatto sapere che voterà contro il deal sul nucleare iraniano. Si tratta del secondo senatore democratico a smarcarsi dalla linea del presidente sull’accordo ─ il primo era stato Chuck Schumer, futuro leader dem al Senato, molto vicino alle istanze di Israele. Ma di fatto poco cambia: due senatori e undici deputati di sinistra, è questo il numero per ora dei dissidenti. Ancora i numeri definitivi per portare a casa il voto non ci sono, ma entro settembre le pressioni di Barack Obama con ogni probabilità porteranno al traguardo. Anche se secondo l’ultimo sondaggio CNN/ORC uscito giovedì, adesso il 56% degli americani vorrebbero che il Congresso rifiutasse l’accordo.

Nel motivare la sua scelta, Menendez ha fatto un discorso politico molto ideologico che sfascia la dottrina della mano tesa obamiana. «Questo accordo è basato sulla speranza ─ dice il senatore ─ la speranza che quando la clausola sullo stop nucleare scadrà, l’Iran avrà ceduto ai benefici del commercio e dell’integrazione globale. La speranza che i più conservatori avranno allora perso il loro potere e la rivoluzione avrà abbandonato i suoi obiettivi di egemonia. E la speranza che il regime lascerà che gli iraniani decidano del loro futuro. La speranza è parte della natura umana, ma sfortunatamente non è una strategia per la sicurezza nazionale».

Le parole ricordano un po’ quello che scrisse una mese fa sull’Atlantic Leon Wieseltier, uno degli intellettuali americani più vivaci, ascrivibile alla categoria dei falchi liberal, in cui ora finiscono anche Menendez e Schumer. Wieseltier controbatte Obama quando nel discorso il giorno del Nowruz, il capodanno persiano, incitò i cittadini iraniani: «Dite la vostra sul futuro che immaginate». Il titolo di questo pezzo, è ripreso da quell’articolo: il problema, sostiene Wieseltier è che ogni volta che i cittadini iraniani hanno provato a dire la loro contro il regime, sono stati repressi sanguinosamente. Per questo, secondo lui, l’accordo è insostenibile, perché dà ancora più forza al regime (il deal non impedisce all’Iran di avere armi nucleari, ma sposta il tempo di quando questo avverrà in avanti, facendo leva su quella speranza di cui parla Menendez, e cioè che gli ayatollah belligeranti vengano sconfitti da una democrazia pacifica e razionale nel giro di una decina d’anni). Un altro argomento sollevato da Wielteser in quell’articolo che è diventato un riferimento per il mondo di sinistra “anti-accordo”, trova spazio nelle ragioni storiche dell’avversità tra Iran e Stati Uniti: all’Obama che «vuole uscire dal solco della storia» (parole di Ben Rhodes, consigliere per la sicurezza nazionale della Casa Bianca), LW rispondeva: «Il rapporto da antagonisti tra l’America e il regime di Teheran era dettato dal fatto che eravamo davvero avversari. Quale democratico, quale pluralista, quale liberal, quale conservatore, quale credente, quale non credente vorrebbe questo Iran come amico?».

L’antiamericanismo fatto dottrina e sbandierato dalla teocrazia iraniana è noto a tutti: meno noto è il numero di vittime che questo sentimento dottrinale ha prodotto. A metà luglio è uscito un dato agghiacciante: spinto dalle domande insistenti del senatore repubblicano Tom Cotton (veterano della 101° Aviotrasportata in Iraq e Afghanistan), il generale a quattro stelle dei Marines Joseph Dunford, ha ammesso che sarebbero 500 i militari americani morti per attentati ricollegabili all’Iran. La dichiarazione è arrivata durante l’audizione in cui si confermava la candidatura di Dunford a capo di stato maggiore delle Forze Armate americane (ruolo che occuperà dal 1 ottobre 2015). Si tratta, ha specificato il generale, di informazioni raccolte dai dati di intelligence, in quanto il Pentagono non tiene un conteggio specifico per questo genere di vittime, ma il numero è altamente possibile. Durante la Guerra d’Iraq, le milizie sciite che combattevano il conflitto settario locale, erano sponsorizzate dalla Repubblica islamica, che le riforniva di armamenti e esplosivi attraverso il confine. Tra i bersagli finivano facilmente tanto i sunniti come il “Satana invasore americano”. Vale la pena notare, che quelle stesse milizie (la Badr Org, la Lega dei Giusti, la Khatiba Hezbollah, per dirne alcune) sono le stesse che adesso, sempre sostenute dall’Iran, combattono al fianco della Coalizione internazionale la guerra alCaliffato ─ anche se i funzionari americani non smettono di dire che ufficialmente non ci sono collegamenti tra le forze aeree occidentali, per lo più americane, e i miliziani sciiti a terra.

La speranza che l’Iran nel giro di dieci anni si affranchi dall’essere un regime non democratico, repressivo e anti occidentale, viene rifiutata come base per un accordo dai falchi della sinistra liberal. Mentre think tank come il Washington Institure stanno da tempo spendendosi per spiegare le conseguenze negative dell’accordo. E l’Aipac, l’associazione pro-Israele in America, il più potente e influente gruppo d’interesse a Washington, ha speso 40 milioni di dollari per una campagna mediatica contro il deal. Tutte posizioni di chi crede che rompere la continuità, uscire dal solco della storia, innovare, sia necessario, ma non si deve farlo soltanto per «brama di cambiamento» (Wieseltier, Atlantic).


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