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martedì 28 luglio 2015

L'Iran addosso, la Siria e la "Libertà"

(Uscito sul Giornale dell'Umbria del 28/07/15)

Il giorno successivo alla definitiva firma sull'accordo per il rallentamento del programma nucleare iraniano, l'Amministrazione americana s'è comprata un'intera pagina sul New York Times. C'era su una foto col segretario di Stato John Kerry che stringeva sorridente la mano dell'altrettanto contento omologo iraniano Javad Zarif: un'immagine sprizzante positività che faceva da sfondo a un commento chiaro e diretto: sopra “We just stopped a war. And a bomb”, più in basso il monito al Congresso che “non doveva sabotare una storica chance di pace” e che “non doveva uccidere il futuro delle nuove generazioni” (più o meno) ─ il riferimento è al ruolo che ora ha il parlamento americano sulla revisione del deal, che dovrà passare per il vaglio prima dell'approvazione definitiva (va detto che il presidente potrà porre il veto in caso di bocciatura, e a quel punto sembra impossibile per i repubblicani raggiungere i due terzi di voti favorevoli per cancellarlo). Tutto questo si chiama storytelling ─ Barack Obama affida la sua legacy in politica estera al deal.




Tutti contenti, una grande vittoria. Primo fra tutti però non Obama, ma il presidente siriano Bashar al Assad, che vede nel raggiungimento dell'accordo ─ che comporta l'eliminazione delle sanzioni a Teheran, e dunque la possibilità di sbloccare i propri asset commerciali, e incassarne i guadagni ─ una possibilità futura. “Se Teheran è più forte, anche Damasco lo è”, perché l'Iran è il più generoso partner del governo siriano nel conflitto ─ l'unico che ancora tiene aperta una linea di credito col regime, confermata per un miliardo di dollari poco più di un mese fa. Secondo l'inviato Onu per la crisi siriana, la Repubblica islamica “investe” (ci si tornerà, perché di un investimento si tratta) dai 6 ai 35 miliardi l'anno per sostenere Assad (diciamo che all'Onu non stanno proprio a contare lo spicciolo, visto il range).

I soldi servono per tutto: mantenimento della struttura pubblica (o meglio ciò che ne resta), approvvigionamento energetico, sostegno militare, mobilitazione delle milizie sciite.

Se pensate però che questo impegno economico sia a fondo perduto vi sbagliate, e rischiate di fare la fine di Assad, che ora ride, ma fra un po' forse piangerà ─ e chissà dove. Le milizie sciite, per esempio, sono il grande proxy iraniano per “conquistare la Siria” (è scritto tra virgolette, ma in fondo tanto un'iperbole non è). Il teatro di guerra è inestricabile: i ribelli non sono più ribelli (o almeno non nella maggioranza), si sono divisi in una galassia di gruppi combattenti, e molti di questi sono diventati eserciti jihadisti perfettamente organizzati: l'IS e JN su tutti. L'esercito siriano è debole, non regge davanti a tutti i vari nemici, e l'uso delle milizie addestrate e gestite dall'Iran è fondamentale. Qassem Suleimani, il manovratore di tutta la politica estera militate iraniana (che può anche significare “di gran parte della politica militare in Medio Oriente”) ha creato queste entità con il fine di mantenere la presa sul Paese. Ora sono il bastone di sostegno, ma man mano che proliferano ─ e lo fanno come funghi in autunno, anche perché sono più attrattive a livello narrativo (vedi lo storytelling alle volte!) e remunerativo ─, escono sempre più dal controllo del governo, obbedendo soltanto agli ordini di Teheran. I giovani siriani pro-Assad, non si arruolano più nell'esercito, ma scelgono le milizie. E pure i businessman di Latakia e Damasco, finanziano le milizie piuttosto che i governativi, perché hanno cominciato già da un po' a perdere la fiducia in Assad.

Domenica, nel primo discorso pubblico dopo il rinnovo per altri sette anni di mandato ottenuto lo scorso luglio, il presidente siriano ha ammesso che l'esercito governativo negli ultimi mesi ha subito diverse sconfitte e ha perso il controllo di ampi territori. Una mossa che serve anche come ammissione di responsabilità davanti al gruppo di potere che lo ha sempre sostenuto, un tentativo di ammettere qualche errore e risaldare la fiducia. Solo che ormai sembra tardi: le élite sociali sciite stanno mollando Assad e vedono in Teheran l'unica alternativa plausibile.

L'Iran ha riempito il vuoto occidentale nella gestione della crisi: ora America&Co. non hanno la minima idea di chi possa essere il sostituto di Assad al potere e, come scrive Paola Peduzzi sul Foglio «la transizione è stata delegata a colloqui di pace sotto la regia di Mosca e di Teheran ». E gli iraniani ri-legittimati a livello internazionale, hanno tutta l'intenzione di far valere il proprio peso. (Se ci sarà una) transizione diplomatica, sarà condotta e decisa da Teheran e il potere passerà in mano a un uomo, o un gruppo, scelto dagli ayatollah. La Siria per l'Iran è un asset geopolitico cruciale: è il braccio allungato in pieno Medio Oriente. E rappresenta il conto che la Repubblica Islamica chiede per la lotta allo Stato islamico e per la gestione di Assad. E il sostegno passa sotto l'etichetta ultrapragmatica occidentale del “male minore”. Ufficialmente Assad (e l'Iran) combattono contro il Califfato, nemico assoluto (e comune): dunque, in fine dei conti, dà una mano alla causa.

Secondo Ian Bremmer, analista geopolitico di Eurasiagroup, la questione delle red line siriane (il punto oltre il quale Assad non poteva andare nel soffocare la ribellione iniziale, e che invece è stato continuamente superato, e di gran lunga, arrivando fin qui) e l'Isis sono due dei quattro più grossi fallimenti di Obama in politica estera ─ gli altri sono la gestione della crisi in Ucraina e la creazione della Banca asiatica per gli investimenti (istituto a guida cinese al cui fondo hanno aderito molti alleati occidentali degli USA, nonostante gli ammonimenti di Washington). L’ex generale e capo della difesa britannica fino al 2013, Lord Richards, qualche giorno fa ha dichiarato: «E’ una grande vergogna, una cosa di cui ci vergogneremo per sempre, il fatto che avremmo potuto stroncare lo Stato islamico dalla nascita se avessimo attaccato Assad nel 2013». Punto uno e due di Bremmer tutti in una botta, e magari senza metterci in mezzo “tanto” Iran.


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