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mercoledì 22 luglio 2015

Guerra in Ucraina, c'era una volta (e ancora c'è)

(Uscito sul Giornale dell'Umbria del 21/07/2015)

La guerra in Ucraina non è finita. Gli accordi per il cessate il fuoco hanno sempre vacillato, e nelle ultime settimana si assiste a un progressivo incremento degli scontri. Eppure sembra argomento andato.

Proviamo ad inquadrare la questione in mezzo alle cose che in questo momento fanno notizia. Il governo di Kiev da diversi mesi ha imposto drastiche misure di austerità: si tratta di tagli netti ai sussidi per il gas e alle pensioni, azioni di de-burocratizzazione e decentralizzazione, parziale privatizzazione della sanità e dell'istruzione, licenziamento del dieci per cento dei dipendenti pubblici. A differenza della Grecia, l’Ucraina ha adottato queste misure dolorose su richiesta del Fondo Monetario Internazionale e del G7, che forniranno un pacchetto di aiuti economici al Paese. Kiev ha fatto questi passaggi nonostante stia combattendo una guerra. Invece l’Unione Europea, che ha messo a disposizione circa 200 miliardi di euro ("and running") per salvare la Grecia, ha offerto all’Ucraina poco meno di 5 miliardi di euro. E «Gli Stati Uniti, che hanno dato circa 18 miliardi di euro per salvare il Messico dal default e 16 miliardi di euro per la ricostruzione dell’Iraq, hanno messo a disposizione 2,7 miliardi di euro di prestiti per l’Ucraina», ricorda il Washington Post.

Rispetto a un anno fa, l'interesse geopolitico internazionale ha cambiato rotta. Gli stati che si erano concentrati sulla soluzione del conflitto ucraino, hanno cambiato priorità: l'Europa, per esempio, negli ultimi mesi si è focalizzata sulla questione immigrazione e sul salvataggio della Grecia; gli Stati Uniti ─ i più duri, per primi, con la Russia ─ si sono imbottigliati nel deal sul nucleare iraniano, su cui Barack Obama ha fissato un puntello importante della sua legacy, e che senza la mediazione russa non si sarebbe mai chiuso.

Nelle stanze diplomatiche dell'Amministrazione americana, si continua a pensare che gli accordi di Minsk II ─ quelli su cui dovrebbe reggersi la fantomatica tregua ─ stiano ancora in piedi. Mentre Mosca ammassa la più grossa quantità di mezzi militari verso i confini ucraini dall'inizio della crisi ─ lo ha detto il presidente Petro Poroshenko in Tv, dunque il dato potrebbe essere rivedibile, però allarmi del genere erano arrivati pochi giorni fa anche dall'Osce. Il Daily Beast ha pubblicato a fine giugno un video realizzato attraverso le osservazioni fatte con un drone da Dnipro-1, una milizia locale ben organizzata che combatte a fianco del governo ucraino. Le immagini arrivano da Sontsevo, nella regione di Donetsk (che ora è amministrata in una repubblica separatista autoproclamata), e mostrano il progressivo incremento di mezzi militari russi (inconfondibili i carri armati T-72) in un'area significativa perché sulla strada che porta a Mariupol ─ città portuale, strategica dal punto di vista militare ed economico, ancora non in mano ai ribelli. Ora 1+1 è facile: se i russi ammassano truppe e armamenti in zona, significa che potrebbero organizzare un assalto dei separatisti verso Mariupol.

Non bastasse l'impegno militare molto più che esplicito, la Russia ha pure deciso di tagliare la fornitura di gas all'Ucraina: Kiev non potrà così accumulare riserve per il prossimo inverno, ed è facile pensare che si creerà una situazione umanitaria grave.

Il problema è che, stante i fatti, gli accordi Minsk II, per quando relativi, sembrano l'unica soluzione alla crisi possibilmente attuabile. Una speranza, però, più che una realtà. Obama ha definitivamente abbandonato l'idea dell'invio di aiuti militari a Kiev: è troppo rischioso, c'è la possibilità di destabilizzare troppo la situazione ─ e poi la Russia serve per l'accordo con gli ayatollah, si diceva. Anche la Cancelliera tedesca Angela Merkel, che ha sempre tenuto una porta aperta a Mosca pur non risparmiando toni forti verso il presidente Vladimir Putin, sostiene la tesi che l'invio di armi al governo ucraino potrebbe essere un boomerang. È in pratica la linea europea: mandare armi a Kiev può provocare una reazione più facilmente della deterrenza.

Di là c'è Putin, «un malato di mente», definizione data da Andriy Gergert a Shaun Walker, reporter del Guardian ─ Gergert è il comandante dell'Ottavo battaglione di Settore Destra, partito/milizia di estrema destra, i cui uomini combattono i separatisti nell'area di Mariupol. Gergert è uno dei paradigmi della narrativa putiniana, che potrebbe suonare più o meno così: "il governo ucraino è fatto da nazisti appoggiati dall'Occidente, ed è giusto difendere i fratelli di etnia russa, in nome della nostra storia" ─ in realtà Settore Destra, rappresenta lo zero-virgola del panorama politico ucraino, e anzi, ultimamente si sono registrati episodi di tensione tra i suoi battaglioni e le forze di sicurezza regolari.

Putin ha ancora la necessità di tenere la presa stretta sulla propaganda e sulla narrativa del conflitto, per questo non mollerà. Dal momento in cui ha deciso di sacrificare la prospettiva di lunga durata in nome della stabilità a breve termine, non ha potuto muoversi differentemente. Perdere la la linea dura con cui gestisce il potere, potrebbe significare perdere l'intero potere.

Putin sa bene che potrebbe rischiare una “situazione-Yanucovich”, l'ex presidente ucraino rovesciato perché mollato dalla élite interna. Secondo una lunga sfilza di analisti internazionali, se il presidente russo dovesse occupare posizioni insostenibili per l'oligarchia russa, il rischio per lui sarebbe la "deposizione". D'altronde è storia recente: Yanucovich ha perso il potere nel momento in cui ha reagito alle proteste del Maidan con violenza estrema: lì le élite ucraine lo hanno mollato, e pure Mosca (protettrice) l'ha lasciato solo ─ difendere chi sparava sulla folla disarmata, era una di quelle asticelle di sostenibilità per l'oligarchia moscovita.

Il pensiero di Putin è adesso (ma è sempre stato così) quello di tenere le contestazioni, le opposizioni, le eventuali proteste, lontane dalla Russia: perché poi se dovessero seriamente entrare in casa, sarebbe complicato reprimerle. Il presidente russo non lascia la via della propaganda e della narrazione ─ abbinata a una cauta e studiata repressione ─ con cui sostituisce continuamente le minacce interne con quelle esterne: i fascisti, il terrorismo, l'Occidente che ci vuole tarpare, e via dicendo. E per questo non si intravede soluzione positiva alla crisi ucraina: perché l'Ucraina è soprattutto un proxy.

("Esclusi alla finestra ed ideali fatti di...di manganellate in testa e non c'era la tv...Bargoot!")


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