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martedì 30 giugno 2015

La guerra italiana al Califfo

(Uscito sul Giornale dell'Umbria del 30/06/2015)

Dai giorni intorno all'11 giugno, sono cominciate ad arrivare dai giornali americani le prime indiscrezioni sulla nuova linea per combattere lo Stato islamico ─ una poco convincente escalation che manca ancora di una strategia completa. In quei giorni il generale a quattro stelle del corpo dei Marines, John Allen, che il presidente Barack Obama ha richiamato dalla pensione per incaricalo di coordinare gli sforzi della Coalizione internazionale contro l'IS, era in Italia. Il 10 giugno, con esattezza, ha incontrato i ministri di Esteri e Difesa, il capo di stato maggiore della Difesa e il comandante generale dell'Arma dei Carabinieri.

Obama, nella nuova linea, chiede che tutti i Paesi aderenti alla Coalizione, facciano qualche sforzo in più: una specie di escalation. Ed è possibile che sia stato proprio gen. Allen a chiedere all'Italia un piccolo ulteriore impegno.

Lo scoop del Foglio di qualche giorno fa, basato su fonti interne (e ovviamente anonime) della Farnesina, parla dell'invio di 30 uomini del 9° Reggimento “Col Moschin” a Ramadi. Notizia finora deviata e smentita dalla ministro Roberta Pinotti. Gli uomini del reggimento d'assalto dei parà italiani, avranno come stanza la nuova base che gli americani stanno mettendo in pieni in super velocità a Taqqadum, tra Falluja e Ramadi ─ due città dell'Anbar sotto il controllo del Califfo, al centro dei combattimenti. La creazione della base rientra in quel rinnovato impegno “anti-IS” annunciato dall'Amministrazione americana un paio di settimane fa.

Finora i soldati italiani si muovono nel territorio iracheno come advisor militari. Sotto il comando della “Task Force 44” coordinata da Baghdad (la “45” è quella che opera nel teatro afghano), le forze speciali italiane stanno portando avanti una missione di consulenza e training sia all'esercito iracheno, sia ai curdi del nord ─ a cui sono state passate anche varie armi. I trenta incursori in arrivo, però, avranno regole d'ingaggio diverse e concordi con questa nuova fase. Sempre stando al Foglio, avranno passaporti diplomatici che ne garantiranno l'immunità, perché il loro compito sarà quello di affiancare gli americani “fuori dalle basi”.

In questo momento la nuova linea studiata dai consulenti militari di Obama, si rifà alla vecchia idea del generale David Petraeus, l'uomo di Bush ─ ma anche Allen lo era ─ che aveva pensato durante la guerra d'Iraq che per combattere al Qaeda (il prodromo ideologico e pratico dello Stato islamico) era necessario far leva sui sunniti. Un ribellione sunnita che passò sotto il nome inglese di “Sunni Awakening” e quello arabo di “Sawah”, il Risveglio. All'epoca c'era il Surge, l'operazione militare diventata dottrina neocon con cui gli USA aumentarono il numero di soldati in Iraq, ora c'è un più obamiano e disimpegnato “mini-surge”. Arriveranno a Taqqadum, per adesso, circa 550 soldati americani, di cui una cinquantina avranno il compito operativo di sensibilizzare i sunniti contro l'efferatezza del Califfo, metterli in armi e addestrarli a combattere l'IS. E i trenta del “Col Moschin” staranno insieme a loro, a quanto pare.

Dunque è arrivato il momento in cui l'Italia inizierà a combattere lo Stato islamico con un ruolo più operativo. In Iraq, mentre molti pensavano che questa fase sarebbe passata prima dalla Libia, paese mediterraneo la cui “responsabilità” è prerogativa italiana, sia per interessi diretti, sia per volontà dell'alleato americano.

C'è una notizia di questi giorni, che rende chiara l'idea sulla centralità del teatro di guerra iracheno ─ e sminuisce un po' la tanto recitata pericolosità dell'IS a sud delle nostre coste (occhio però, ché il problema c'è e non per questa va sottovalutato).

Derna, la capitale libica del Califfato, è caduta. I baghdadisti inviati dal Califfo in persona a conquistare la Libia qualche mese fa, hanno perso il controllo della città ─ che era la capitale naturale dell'IS locale, perché ha legami storici con il terrorismo conosciuti fin dal ritrovamento dei “Sinjar Files”, una serie di documenti sui foreign fighters che combattevano in Iraq al fianco di al Qaeda ai tempi di Petraeus, dove sulle carte d'identità c'era scritto in maggioranza “città d'origine: Derna”.

Quelli che hanno sottratto la cittadina a est di Bengasi all'IS, non sono uomini del “moderato” governo di Tobruk ─ che non si è nemmeno mosso nella battaglia, ma che vorrebbe venisse tolto l'embargo sulle armi per combattere il terrorismo ─, o di un gruppo democraticamente ispirato, ma sono una milizia islamista che va sotto il nome di Majlis Shura Mujaheddin, in arabo “il consiglio dell’esecutivo dei mujaheddin”, un nome preso in Iraq e in Siria dai gruppi che poi si sono trasformati nello Stato islamico. Se la sono presa perché lo Stato islamico è ideologicamente troppo rigido e considera tutti gli altri gruppi infedeli: questi, che si chiamano Shura dei mujaheddin e dunque un po' alla fede ci tengono, si sono indispettiti, e così hanno smesso di abbozzare e attaccato gli uomini di Baghdadi. E li hanno pure battuti (figurarsi che bella situazione).

Ora l'IS in Libia, scacciato dalla sua capitale locale, è a Sirte. E, in misura minore a Sabratha.

Per chiudere il ciclo, Sabratha è la città da cui parte il gasdotto Greenstream che riemerge a Gela portando il gas libico in Italia, ed ha un legame con gli incursori italiani. Quando nel 2011 dopo la cacciata del rais Gheddafi, i funzionari dell'Eni, le cui piattaforme offshore sono di rimpetto a Sabratha, rientrarono nel Paese, furono scortati dagli uomini del Comando subacquei e incursori , i “Comsubin”, le forze speciali della Marina italiana: furono loro a dichiarare l'area bonificata prima di riprendere le attività lavorative dell'Eni.

E chissà che, se dovesse servire un impegno libico diretto ─ magari davanti ad un'ondata di vendetta dell'IS per aver perso il controllo della città più rappresentativa ─, Sabratha non diventi la “Taqqadum libica” per i nostri soldati. Ormai siamo in ballo, d'altronde.


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