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giovedì 11 giugno 2015

Si chiama MERS la nostra nuova ansia

(Pubblicato su Formiche)

C’è una foto che sta girando su Instagram e che è l’icona rappresentativa della nuova epidemia partita dall’Arabia Saudita: nell’immagine i partecipanti a un matrimonio, si fanno scattare la foto ricordo con sul volto le mascherine igieniche per evitare contagi ─ a volto salvaguardato ci sono pure gli sposi, e viene da chiedersi come sarà stato consumato poi il banchetto nuziale. La foto è una provocazione organizzata dal wedding planner, ma torna in mente un’altra immagine simile, di qualche mese fa: una donna che attendeva il proprio volo all’aeroporto Dulles di Washington, seduta in mezzo alla gente con addosso la tuta HazMat, quella anticontagio indossata dagli operatori sanitari a contatto con i malati del virus Ebola).

Il matrimonio della foto si svolgeva in Corea del Sud, dove la nuova “ansia” globale, la MERS, ha colpito diverse centinaia di persone nelle ultime settimane. Si tratta del riacutizzarsi di un’epidemia nota, che però ha come dato scientifico l’aver cambiato luogo di attecchimento. Lo scorso aprile la malattia che prende il nome di Sindrome Respiratoria del Medio Oriente (l’acronimo è in inglese) aveva colpito vari Paesi del Golfo, concentrando il focolaio principale in Arabia Saudita: i casi erano diverse centinai con numerosi decessi, ma la vicenda non aveva ricevuto troppa copertura mediatica, almeno qui in Italia.

Quello che sta succedendo in Corea del Sud, è il più grosso caso di contagi al di fuori dell’area mediorientale, anche se finora le persone effettivamente colpite non sono tantissime e tutte riconducibili alla stessa fonte: un paziente di 68 anni che aveva fatto un viaggio nel Golfo. Secondo un articolo di Science, il contagio si è sviluppato al St. Mary’s Hospital di Pyeongtaek, città qualche decina di chilometri a sud della capitale Seul, dove l’ipotetico “paziente zero” aveva cercato cure mediche ─ sembra, tra l’altro, che quello di Pyeongtaek sia stato l’ultimo di una serie di ospedali a cui l’uomo aveva chiesto aiuto senza ricevere cure. Al St. Mary ci sono stati poi i primi 35 contagi, che ad oggi sarebbero cresciuti a circa un centinaio in tutto il paese, con nove decessi, mentre quasi tre mila persone sono state messe in quarantena.

La malattia è conosciuta dal settembre 2012, individuata dal virologo egiziano Ali Mohamed Zaki. Si tratta di un Coronavirus (la definizione medica è MERS-Cov) che colpisce le vie respiratorie, provocando febbre e infezioni delle vie aree con complicanze fino a stomaco intestino. Ha mortalità intorno al 30 per cento ─ per confronto, la famigerata SARS, altra sindrome che colpisce le vie aeree, sebbene abbia una maggiore capacità infettiva, ha una mortalità inferiore, attorno al 10 per cento. Al momento non è nota la dinamica della trasmissione (via aerea o contatto) e non esistono farmaci specifici per intervenire nella profilassi infettiva, e non sono nemmeno disponibili vaccini: i contagiati sono trattati con terapie atte a ridurre i sintomi, e a favorire la ripresa del sistema immunitario per bloccare l’infezione virale. Secondo quanto finora studiato, sembra che i portatori sani del virus possano essere i cammelli.

Vincent Munster, capo della Virus Ecology Unit al National Institute of Allergy and Infectious Disease americano, ha spiegato all’Atlantic che la mortalità è fortemente legata a malattie preesistenti nei pazienti colpiti (per esempio il diabete, sofferenze cardiache, eccetera), per questo dilaga facilmente in ambienti sanitari ─ come nel caso di Pyeongtaek. «Il sistema ospedaliero affollato della Corea del Sud aggrava la diffusione di malattie virali» ha scritto il New York Times, che sostiene che il problema sta nella gestione dei pazienti, che devono aspettare nei pronto soccorso di grossi centri medici di essere visitati, facilitando la diffusione di germi. Una considerazione che fa da spalla alle polemiche sulla scorretta gestione dell’epidemia da parte di Seul ─ che non avrebbe preso le dovute precauzioni dopo il primo caso accertato già il 20 maggio ─, ma che non trova appoggio nelle teorie studiate fin qui dal CDC, il Centro per la prevenzione e il controllo delle malattie americano, che ha dichiarato di non aver chiaro il motivo della trasmissione del virus in Corea (ma certo, la promiscuità tra potenziali contagiati e altri malati, non può che favorirne la diffusione).

Tra i Paesi più allarmati c’è la Cina. Già nel maggio 2013 il medico cinese Margaret Chan, direttore dell’OMS, aveva messo in guardia sui possibili rischi epidemiologici: «Siamo di fronte ad una emergenza sanitaria mondiale; non si tratta di un problema che un singolo paese possa contenere entro i propri confini o che possa facilmente gestire». Il governo di Pechino considera il rischio MERS «aumentato in modo significativo» (parole del portavoce della Commissione nazionale per la Salute e la pianificazione familiare). Gli uffici emettono circolari sulle norme igieniche sanitarie basilari; i media diffondo continui richiami sulla responsabilità dei singoli cittadini che dovessero presentare sintomi assimilabili a quelli della MERS a recarsi all’ospedale; 75 cinesi entrati in contatto con un uomo che si era recato in Corea del Sud il mese scorso e il cui padre è stato colpito dalla MERS. sono state messi preventivamente in quarantena.

Al momento comunque, pare che il rischio di contagio, nonostante tutto, è alquanto basso: mediamente un caso di Mers causa l’infezione di un’altra persona. In epidemiologia, riportaWired, si parla di tasso di riproducibilità di base, R0, che per confronto è pari a circa 2 nell’Ebola e tra 15-17 per il morbillo. Anche la mortalità registrata in Corea del Sud è molto sotto la media conosciuta: si attesta al 10 per cento, ma è avvenuta soltanto su casi di persone con patologie pregresse gravi, come cancro, malattie cardiovascolari e broncopneumopatia cronica.

(Per il momento la copertura mediatica continua a essere sempre più debole di quella che fu con Ebola, ma c’è da giurarci che piano piano, se procederà la diffusione, anche la MERS diventerà “mainstream”, e ci ritroveremo davanti di nuovo il classico approccio del sentimento pubblico oscillante tra la psicosi di massa e qualche sgangherata baldanza noncurante).


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