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martedì 16 giugno 2015

Possibile che Israele abbia un nemico interno peggiore di Hamas?

«In questo momento Israele e Hamas condividono un interesse comune, che è prevenire la discesa nel caos della Striscia di Gaza: anche Hamas per il momento cerca stabilità ed è contro lo Stato islamico». Queste parole risalgono ai primi di maggio, e secondo il quotidiano israeliano Yedioth Ahronot sono state pronunciate dal generale che guida il Comando sud delle forze armate israeliane, Sami Turgeman. Non avendo mai ricevuto una smentita ufficiale, è lecito pensare che siano vere: e dunque c'è uno scenario chiaro che vede Israele “abbozzare” su Hamas pur di evitare che l'IS diventi manistream all'interno della Striscia. È la storia del "il nemico del mio nemico eccetera" e del "se meglio non c'è che peggio non venga" più tipicamente umbro.

I media israeliani hanno commentato la situazione definendola «curiosa» (The Times of Israel), e «bizzarra» (Haaretz). Non cambia niente, full disclosure, sul rapporto tra Hamas e Israele: due entità che restano arci-rivali; però adesso se ne trovano una terza di fronte che le inquadra entrambe nell'obiettivo. Ragion per cui, pragmatica chiama.

Hamas controlla militarmente la Striscia di Gaza dal 2007, ma la presenza di gruppi più estremisti, essenzialmente di ispirazione salafita, è una realtà nota ─ nel 2009 alcuni di questi si spinsero fino al proclamare un Emirato islamico a Rafah, la zona di frontiera con l'Egitto (qui ci si tornerà). Le entità più radicali accusano da sempre quelli di Hamas di essere "mollaccioni", perché accettano le elezioni e dunque "un potere diverso da quello di Allah sulle vicende degli uomini". Lo faceva al Qaeda, e lo fa la sua filiale siriana, la Jabhat al Nusra ─ che in questi giorni sta ricevendo una ripulitura mediatica grazie alla sponda del Qatar via Al Jazeera e una sorta di appoggio aereo occidentale ad Aleppo, dove i raid della Coalizione internazionale stanno in realtà bombardando l'IS, ma a tutti gli effetti spianano la strada ai gruppi ribelli, tra cui Nusra appunto, che con l'IS sono in competizione in quell'area. Lo fa lo Stato islamico, che oltre a non condividere il percorso democratico (è un eufemismo clamoroso) intrapreso da Hamas, non ne condivide nemmeno l'attuale posizione di tregua nei confronti con Israele ─ per chi se lo fosse dimenticato, lo scorso anno, di questi tempi, a Gaza stava per iniziare una nuova guerra.

I gruppi che si dicono affiliati allo Stato islamico a Gaza, non hanno lo spessore di ufficialità e contatti che hanno altre realtà in giro per il mondo ─ per esempio, quelli egiziani del Sinai, che ricevono direttamente fondi dalla Siria e dall'Iraq (sulla situazione in Egitto, di nuovo, ci si tornerà). Il legame che lega i gruppi della Striscia al Califfo è per ora simbolico: si tratta di mille uomini (ma ci sono i più faziosi, o i più pessimisti, che dicono otto mila), che per il momento rappresentano un'esistenza marginale all'interno di una popolazione di quasi due milioni di abitanti, dove Hamas è maggioritaria. Questi gruppi hanno sigle diverse, e non si sa bene se perché sono realmente frammentati o se è una strategia per confondere gli osservatori: i due più attivi sono Ansar al Dawla al Islamiya (“I sostenitori dello Stato islamico”) e la Brigata Omar Hadid ─ notare il nesso: Omar Hadid era un comandante iracheno ucciso nella battaglia di Fallujah nel 2004, compagno di Abu Musab al Zarqawi, fondatore ideologico dello Stato islamico.

Per il momento, Hamas li sta tenendo sotto controllo. La polizia di Gaza (che è comandata da Hamas) compie spesso retate sui luoghi di raggruppamento di questi gruppi, che reagiscono lanciando razzi contro Israele (l'ultimo due sabati fa è caduto su Ashkelon): così Israele risponde bombardando Hamas ─ perché secondo Tel Aviv ogni missile che parte dai territori della Striscia è responsabilità e colpa di Hamas. La tattica è chiara, e punta ad indebolire Hamas e a provocare un nuovo massiccio intervento militare israeliano: il fine dei locali “amatori del Califfo” è quello di rendere Hamas sempre più debole e diffondersi nella Striscia ─ anche facendo passare il messaggio propagandistico del “vedete quelli di Hamas vi hanno riportato in guerra un'altra volta, credete a noi che siamo meglio”. Israele però ha comunicato che, a parte qualche raid sui depositi d'armi conosciuti, per il momento non raccoglierà la provocazione. È stato proprio Turgeman a dichiarare in un incontro con i rappresentati dei consigli cittadini locali: «Israele non comincerà una campagna militare come risposta per alcuni sporadici lanci di razzi».

L'Egitto, si diceva. A pochi chilometri da Gaza, dove la Striscia confina con il nord del Sinai, c'è il valico di Rafah. Un crocevia di traffici, che ai tempi in cui la Fratellanza comandava al Cairo, permetteva l'approvvigionamento di ogni genere di bene a Gaza ─ Hamas è un'emanazione della Fratellanza. Il presidente/generale Al Sisi ha chiuso il valico da diverso tempo: si tratta di uno dei provvedimenti forti del nuovo governo egiziano, indicativo di una politica internazionale volta ad accreditarsi come “il nuovo Islam di governo che combatte, tosto, i terroristi”. Due settimane fa, l'Egitto ha riaperto il passaggio nella direzione “per la Palestina”; sabato ha riaperto il transito per tre giorni in entrambe le direzioni. Una decisione importante, che potrebbe significare una sorta di distensione dei rapporti tra Gaza e Cairo (tesissimi da due anni). Scelta funzionale: gli egiziani stanno combattendo la loro guerra al terrorismo direttamente in casa, contro quella che ormai ha preso il nome di Provincia del Sinai dello Stato islamico (Wilayat Sinai), e che una volta era il gruppo jihadista Ansar Bait al Maqdis, operativo e sanguinario nella penisola egiziana.
Aprire il valico significa “collaborare con Hamas” (si sottolineano le virgolette) sul controllo del passaggio di armi e soldi verso il gruppi affiliato al Califfato nel Sinai.

L'espansione globale dello Stato islamico, sta producendo queste “bizzarre” scelte pragmatiche di politica internazionale. Per esempio, sembra che l'Iran stia fornendo armi e soldi ai Taliban afghani appoggiandone la ribellione perenne, con il fine di tenerli lontano dall'influenza dell'IS ─ e contemporaneamente contenere eventuali minacce in un paese confinante. I talebani del mullah Omar, il tempio del jihadismo sunnita, che prendono aiuti dalla Repubblica Islamica degli sciiti. “Bizzarro” forse è poco.


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