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giovedì 25 giugno 2015

Il tradimento dei chierici, un’altra volta

Un mese fa Christian Rocca direttore di IL del Sole 24 Oreha scritto una cosa poi ripostata sul suo blog, che sebbene facesse riferimento a uno specifico fatto di cronaca ha valore universale e che per molti aspetti universalmente condivido. E per questo la ripubblico qui per intero a futura memoria.

Quanto ci manca Christopher Hitchens. Una volta, seduto a un tavolo di un ristorante a poche centinaia di metri dal Pantheon, mi disse: «Hanno paura». Sul quotidiano danese Jyllands-Posten erano state appena pubblicate alcune caricature di Maometto, il Profeta dell’Islam, che avevano scatenato proteste violente nel mondo islamico, minacce di morte nei confronti dei vignettisti e il solito spaccare il capello in quattro nel mondo occidentale. Quelli che cercavano di «problematizzare» la chiara ed evidente minaccia alla libertà di espressione, e non ripubblicavano quelle vignette, secondo Hitchens avevano semplicemente «paura».
Più o meno la stessa cosa ha scritto Paul Berman in un saggio, La polizia del pensiero, pubblicato da IL nell’aprile del 2012: «Pensano sia meglio stare alla larga da autori che definiscono provocatori, perché temono sia troppo pericoloso sostenerli e ne sono intimiditi».

Non credo che questa nuova versione del tradimento dei chierici (copyright Julien Benda, 1927) si spieghi soltanto con la paura. Serve qualcos’altro per spiegare che cosa spinge una parte delle élite occidentali del XXI secolo a sottovalutare la minaccia islamofascista alla libertà di pensiero e, addirittura, a battersi affinché non si offenda la suscettibilità di chi cerca di imporre il suo credo con sangue e sottomissione.

Questa fuga degli intellettuali (copyright Paul Berman, 2010), già tentata nei confronti di Ayaan Hirsi Ali, si è rivista in occasione dei 6, poi diventati 204 (su quattromila), scrittori del club PEN che hanno contestato il Courage Award assegnato dal circolo letterario di New York ai redattori della rivista satirica Charlie Hebdo (un gruppo di sessantottini francesi assassinati da un commando di fanatici musulmani per il solo fatto di aver espresso, matita alla mano, la propria opinione).

Nessuno dei 204 scrittori, e dei loro simpatizzanti, ha detto apertamente che i vignettisti assassinati se la sono cercata, ma i distinguo espressi con articoli, interviste e tweet non sono meno infamanti: Charlie Hebdo – dicono alcuni degli scrittori, in qualche caso senza aver mai sfogliato un numero della rivista, rivendicando di non conoscere una parola di francese e prendendo per buona una bufala circolata su internet – è una pubblicazione razzista che infierisce sui più deboli. Alcuni di loro sostengono che la satira di Charlie Hebdo, che è figlia della Rivoluzione dei Lumi e del Maggio francese, sia il prodotto di una cultura colonialista che non tutela le minoranze, anzi le sbeffeggia. Dicono anche che le vignette non fanno ridere e che l’ateismo e il laicismo di Charlie Hebdo urtano le sensibilità religiose altrui. Assegnare un premio a questi provocatori, secondo i contestatori della scelta del PEN, è un errore che può far aumentare i sentimenti islamofobi dell’occidente bianco (e uno si chiede come mai non ci siano mai proteste, lettere o appelli sul rischio che ad alimentare l’islamofobia sia, magari, uccidere chi la pensa in modo diverso in nome dell’Islam).
Affrontare questa discussione è umiliante, così come lo è dover riportare le parole del presidente di SOS RACISME secondo cui Charlie Hebdo, in realtà, è la rivista più anti razzista di Francia. È sconfortante dover sottolineare ancora una volta che sei delle vittime dell’attacco combinato alla redazione e al mercato di Parigi non erano «bianche»: due erano di origine araba e di religione musulmana, il redattore Mustapha Ourrad e il poliziotto Ahmed Merabet; una, la vigilessa ventiseienne Clarissa Jean-Philippe, era nera e della Martinica; e tre dei quattro ebrei, Yohan Cohen, Yoav Hattab e Francois-Michel Saada, erano di origine tunisina.
Il terrorismo, poi, non è l’arma dei deboli, semmai un’arma usata contro i deboli. Il terrorista disoccupato a mano armata è certamente più potente del vignettista sessantottino seduto dietro la scrivania. Non bisogna essere degli scienziati per capirlo. Eppure c’è chi non lo capisce.
È avvilente ricordare – come ha fatto il Monde – che in dieci anni Charlie Hebdo ha dedicato solo 7 copertine di satira all’Islam, 21 al Cristianesimo, 10 ad altre religioni, e che nella gran parte dei casi, 485, la cover è stata dedicata ad altri argomenti politici, economici e sociali. Insomma, le vittime dell’odio jihadista non erano islamofobe e, peraltro, anche se fossero state tali, come per esempio l’associazione americana attaccata a inizio maggio in Texas da due jihadisti locali, concettualmente non è che cambi molto: le società civili si differenziano dalla barbarie proprio perché distinguono tra “esprimere un’idea offensiva” e “premere il grilletto per metterla a tacere”. È un po’ come il dibattito contro la pena di morte: troppo facile essere contrari all’esecuzione capitale di un innocente. Il principio secondo cui lo Stato non deve uccidere vale anche nei confronti del colpevole. Nella Genesi è «nessuno tocchi Caino», infatti, mica «Abele».
I vignettisti di Charlie Hebdo, in ogni caso, sono Abele ed è ancora una volta deprimente doversi soffermare sulla qualità delle loro battute, che a me non piacciono né fanno ridere, come se il grado di costernazione per la carneficina possa dipendere dalla recensione positiva o negativa di quei disegni affidata a un manipolo di intellettuali invasati di politicamente corretto.
Joyce Carol Oates, uno dei pochi nomi di qualche rilevanza letteraria (sono poco più di una decina) del gruppo dei 204, ha motivato la contrarietà al premio, pur difendendo il diritto di parola di Charlie Hebdo, in modo straordinariamente goffo: ha scritto che lei difenderebbe anche il diritto di Hitler a esprimere le sue opinioni, ma che sarebbe contraria a un eventuale premio al Mein Kampf. La reductio ad Hitler al contrario. Mancava solo questa. Visto che siamo in tema di mancanze, ci manca anche Gore Vidal, il vecchio padrino di Hitchens, poi diventato suo feroce avversario, secondo cui «le tre parole più tristi della lingua inglese sono: “Joyce Carol Oates”».

Se Joyce Carol Oates vuole davvero un paragone tra il premio a Charlie Hebdo e il nazismo, be’, quello da fare non credo che le piacerebbe. Eccolo: dire che uccidere i vignettisti è una cosa brutta, e poi aggiungere che questi particolari vignettisti non erano meritevoli di essere premiati, equivale a sostenere che l’Olocausto è stato una tragedia, però quella particolare famiglia di ebrei di Praga in vita ne aveva fatte di tutti i colori e quindi non merita il nostro ricordo.

Ciò che i 204 scrittori non capiscono è che i redattori di Charlie Hebdo non hanno perso la vita per una fatalità o in conseguenza delle loro azioni. Sono stati massacrati in nome di un’ideologia assolutista e totalitaria che non ammette critica o dissenso, ma solo sottomissione. Sono stati uccisi, assieme a quattro ebrei di un mercato kosher colpevoli soltanto di essere ebrei, perché questa ideologia teocratica non concepisce una società aperta e libera.

Le vittime di Charlie Hebdo meritano il premio per “il Coraggio e la Libertà di espressione” anche se le loro vignette non ci piacevano, anche se provocavano. Ma che cosa deve fare un giornale di satira, se non provocare? Questa storia mi ricorda l’imbarazzo che ho provato sentendo parlare, un pomeriggio di estate a Capri, una rockstar che stimavo molto, David Byrne, già leader dei Talking Heads. Byrne disse che un’eroina moderna come Ayaan Hirsi Ali, che in questo numero debutta in esclusiva per IL, era andata «oltre» nel denunciare le violenze della società musulmana nei confronti delle donne. Ayaan Hirsi Ali, secondo Byrne, era una «provocatrice». Ed ecco la grottesca scena di un musicista rock che invita una donna a non provocare, a stare al suo posto, a non denunciare le pratiche più oscurantiste di un’ideologia totalitaria. Da non crederci.

Ma è esattamente questo il punto rilevante nella vicenda dei contestatori del PEN. Che cosa è successo? Perché, di fronte a una violazione così palese della libertà di parola, una fetta dell’élite intellettuale occidentale critica il comportamento delle vittime e dimentica le azioni dei carnefici?
Non può essere solo la paura. C’è altro. Questo altro, secondo me, è un misto tra l’ingenua idea liberale della “fine della storia” e i residui tossici delle ideologie totalitarie finite “nella spazzatura della storia”. C’è l’idea che il relativismo culturale debba proteggere ogni nefandezza del mondo perché i costumi, anche quelli per noi più incivili, hanno sempre una giustificazione nel loro contesto specifico. Oppure, al contrario, si pensa che l’intera umanità condivida il nostro modello di convivenza civile e quindi si cerca una giustificazione sociale, economica e culturale, fino a fare mea culpa, quando qualcuno inopinatamente devia dalle nostre convinzioni e dalle nostre certezze. La storia, purtroppo, non è finita. La storia non siamo noi. Sarebbe bello, ma la notizia che la società liberal-democratica aveva vinto definitivamente era fortemente esagerata. Tra Francis Fukuyama, teorico della fine della storia, e chi ci ha messo in guardia sull’imminente scontro di civiltà come Samuel P. Huntington, avrei preferito avesse avuto ragione il primo, ma aveva visto giusto quell’altro.
Alla fuga degli intellettuali dalle loro responsabilità contribuisce anche l’ideologia del politicamente corretto, una dottrina totalitaria che cerca di definire la realtà non per quella che è, ma in base ai desideri del pensiero dominante. L’obiettivo, per quanto conformista, in teoria è nobile, perché nasce dall’illusione di poter mutare la realtà semplicemente chiamandola in un altro modo (ipovedente anziché cieco, diversamente abile anziché handicappato, Islam religione di pace anziché fonte di violenza familiare, sociale e globale). Il politicamente corretto è un linguaggio, un’idea, una politica, un comportamento che cerca in modo ipocrita di minimizzare la realtà per non mostrare un pregiudizio nei confronti di un determinato contesto razziale, culturale, sessuale, religioso o ideologico. È mischiare la realtà con un giudizio di valore, fino al punto di negare la libertà di espressione.
Infine c’è la lente anticapitalista, l’ultimo rifugio del comunismo, per cui dai terremoti al terrorismo la causa di ogni male è sempre il modello di sviluppo neoliberista che crea disagio sociale, sfrutta chi è ai margini della società e provoca la reazione anche violenta delle moltitudini. Di questo miscuglio di idee e di rancori è fatta la struttura ideologica del pensiero unico dell’intellettuale collettivo visto all’opera nell’affaire Charlie Hebdo e in molti altri casi. Invece di spiegare all’opinione pubblica che cosa sta succedendo e di denunciare la barbarie e le intimidazioni di un movimento politico reazionario, misogino e omofobo, i maître à penser occidentali preferiscono abdicare. Rinunciano al loro ruolo. Accusano i dissidenti e ridicolizzano il coraggio degli spiriti liberi. Li disprezzano, anche, assieme a chiunque prenda le loro difese.
Ricambiati.

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