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mercoledì 27 maggio 2015

Petrolio, cinema, armi e sanzioni: la Russia non ci fa mica paura (al netto della propaganda)

(Pubblicato su Formiche)

In un articolo uscito ieri su questo sito, il direttore Michele Arnese e Michele Pierri riprendevano i dati pubblicati nella relazione annuale della Banca d’Italia sull’effetto che le sanzioni internazionali imposte alla Russia avevano prodotto sull’economia italiana. «Le conclusioni di Palazzo Koch sembrano divergere dalle stime recenti di Sace e Ice, e pure dalle preoccupazioni espresse nelle scorse settimane da Intesa Sanpaolo e dall’ex premier Romano Prodi in diverse dichiarazioni alla stampa», scrivono i giornalisti di Formiche, perché le misure internazionali non hanno fatto nessun effetto all’economia italiana e pure gli effetti sul nostri sistema bancario sono stati impercettibili.

Tra i migliori commenti, quello lapidario e puntuale su Twitter del giornalista del Foglio Daniele Raineri: «Interessante, dopo tanti articoli che spiegavano che le esportazioni di parmigiano dovrebbero essere la stella polare nella nostra politica estera». Il riferimento, per i meno attenti, va alla sequela di pessimiste analisi e editoriali spauracchio usciti durante questi mesi, soprattutto dopo che la Russia decise di rispondere ai provvedimenti UE con la restrizione delle importazioni di alcuni prodotti alimentari. (Inciso: molto interessante, sebbene relativamente off topic, a proposito del crescente numero di articoli di fondo, analisi e editoriali, legati allo sviluppo del giornalismo online, il pezzo di Adam Gopnik sul New Yorker segnalato sulla raccolta di letture curata dal blog “Night_Review“).

Sembrava quasi che davanti all’applicazione delle sanzioni alla Russia, l’economia italiana dovesse subire uno shock simile a quello post-2008, e invece dal report della Banca d’Italia si scopre che l’esposizione degli istituti bancari italiani verso Mosca rappresenta soltanto l’1% del totale (e non è aumentata rispetto agli anni precedenti) e le esportazioni si sono ridotte soltanto dell’11,6% ─ l’Italia destina alla Russia il 2.8% delle esportazioni totali.

Delle sanzioni adottate da marzo 2014 da UE e Stati Uniti in riposta all’annessione della Crimea da parte delle Russiaprogressivamente rafforzate ed estese nel corso dell’anno, come conseguenza delle crescenti tensioni in Ucraina ─ chi ne ha risentito di più è stata proprio Mosca. Le misure hanno limitato l’accesso ai mercati finanziari internazionali a una parte importante del sistema bancario russo e a diverse società legate al Cremlino, hanno prodotto un embargo sulle forniture militari e tecnologiche, e anche su quelle legate al settore petrolifero. Insieme all’applicazione delle sanzioni, è stato proprio il calo delle quotazione del petrolio (bene su cui Mosca aggancia il bilancio pubblico) l’aspetto che ha contribuito di più a creare incertezza sul futuro dell’economia russa ─ e oltretutto a fine aprile è arrivata anche la comunicazione del commissario europeo alla concorrenza Margrethe Vestage, sull’apertura di una procedura comunitaria antitrust contro Gazprom, l’azienda statale leader dell’esportazione di prodotti energetici, accusata di falsare il mercato nei Paesi europei più dipendenti dalle materie prime russe, come i Baltici, la Polonia e la Bulgaria.

Sebbene dunque le sanzioni siano state efficaci sul piano economico, e non abbiano innescato il temuto effetto boomerang sulle economie dei Paesi che le aveva applicate, non sono state del tutto sufficienti a fermare le prepotenze russe in Ucraina. Non più tardi di una settimana fa, il presidente ucraino Petro Poroshenko intervistato dalla BBC, diceva che il suo stato era apertamente in guerra con la Russia: «Posso essere assolutamente chiaro con voi, non si tratta di una lotta con i separatisti russi-backed, si tratta di una vera e propria guerra con la Russia», le sue parole, a cui ha aggiunto di temere una nuova importante offensiva in estate. Dall’accordo di pace Minsk II, il governo ucraino denuncia la morte di 83 dei suoi soldati ─ il bilancio totale della guerra ha sforato i seimila, mentre la Russia dice di aver accolto oltre un milione di profughi.

Due giorni prima dell’intervista, le forze di sicurezza del governo ucraino avevano catturato a Shchastya (Ucraina orientale, a 30 chilometri dal confine russo), due soldati feriti probabilmente appartenenti al GRU ─ Direttorato principale per l’informazione, il servizio segreto militare di Mosca. Vitaly Naida, capo della sicurezza ucraina, ha detto in Tv che era assolutamente chiaro chi fossero i due uomini: «Hanno uniformi e fucili d’assalto che si producono solo in Russia e destinati unicamente alle forze speciali». Mosca ha coperto l’imbarazzo per il palese ritrovamento dicendo che i due erano sì militari, ma in congedo: cioè avevano liberamente scelto di andare a combattere in Ucraina come volontari. Ora sono entrambi sotto accusa per “terrorismo”.

Notizia di Spettacolo

Il regista Peter Greenaway ─ il guru del cinema d’autore inglese ─ dirigerà un film di 150 minuti (ci si dissocia da ogni riferimento alla nota uscita fantozziana sulla “Corazzata Potemkin” ndA) sulla Russia: «un progetto ambizioso», l’ha definito Greenaway, «che mostrerà il carattere multinazionale, multireligioso e multietnico della regione del Volga» e sarà un viaggio tra passato e futuro della Russia. Il film sarà prodotto da Pierre-Christian Brochet, collezionista francese d’arte russa, molto vicino alla Fondazione Timchenko, che darà il sostegno economico necessario alle riprese.

Gennady Timchenko, il titolare della fondazione, è un uomo d’affari russo ─ secondo Forbes il nono più ricco imprenditore del Paese, con un capitale stimato in 10.7 miliardi di dollari. È stato inserito nella lista nera degli Stati Uniti e posto sotto sanzioni dal Tesoro di Washington ─ ma non dall’UE. Anche la sua azienda ombrello, Volga Group, è stata sanzionata. A marzo 2014, gli USA hanno dichiarato che le sue attività nel settore energetico «sono direttamente collegate a Putin», e qualche mese dopo, a novembre, le autorità statunitensi hanno aperto contro di lui anche un’inchiesta per riciclaggio di denaro, fondi relativi a un presunta corruzione avvenuta in Russia (la storia è sul Guardian).

Notizie dal fronte

Dmitry Peskov, uno dei portavoce del Cremlino, ha detto che i media occidentali che stanno presentando l’opera cinematografica di Greenaway corredandola dei racconti su Timchenko, stanno compiendo atti «diffamatori». La solita linea della “guerra politica”: lo stesso Peskov aveva dichiarato che la procedura aperta dall’antitrust europeo contro Gazprom era «un’operazione politica». È la propaganda, d’altronde.

Dal campo invece arrivano notizie più concrete. Mosca si trova ad affrontare un problema probabilmente non calcolato, frutto del rinculo di quello che sta succedendo in Ucraina orientale: le armi che rientrano in Russia dalla zona di conflitto. I russi hanno spedito ingenti quantità di armamenti, mettendo diversi “pezzi leggeri” direttamente nelle mani delle milizie filorusse. Ma, come spesso accade, gli attori di questo genere di conflitti hanno un’affidabilità molto relativa, e così in adesso si teme che alcuni elementi tra i separatisti stiano approfittando (e lo abbiano fatto in passato) del caos, per far rientrare armamenti in suolo russo.

Per far fronte al problema, il governo ha ordinato alle guardie di frontiera di scavare nella zona di Rostov (che confina con le autoproclamate repubbliche autonome di Luhansk e Donetsk) 100 chilometri di trincee larghe 4 metri e profonde 2. Dovrebbero scongiurare i viaggi di contrabbando: stante alle cifre date dalla Rossiyskaya Gazeta sono stati già 60 in quest’anno (quelli sventati), che hanno portato all’arresto di 130 persone e alla confisca di 30 mine, 40 armi da fuoco e 200 granate.

Un militante filorusso di Donestk ha rivelato a Bloomberg di aver piazzato dei fucili d’assalto sul mercato nero per 500 dollari: i russi li considerano trofei della guerra di conquista ucraina. È il male del nazionalismo spinto dalla propaganda. Ma quello che teme di più il governo di Mosca, è che le armi finiscano rocambolescamente in mano ai gruppi del Caucaso del Nord, dove le truppe russe stanno combattendo i separatisti a maggioranza musulmana da oltre due decenni.


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