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sabato 23 maggio 2015

L’Iran resta al fianco del regime siriano con una nuova linea di credito (e soliti interessi)

(Pubblicato su Formiche)

Se anche solo per un minuto avete creduto che dopo il deal sul nucleare la Repubblica Islamica avrebbe cambiato la sua strategia geopolitica e rivisto l’asse delle proprie alleanze (compreso la più discutibile, quella con il regime del presidente Bashar al Assad), vi sbagliavate.

Secondo un report dell’Associated Press, l’Iran avrebbe intenzione di estendere la linea di credito con la Siria. La notizia va presa con le pinze, perché AP riporta informazioni della stampa ufficiale siriana, che non è nota per l’estrema affidabilità, e soprattutto, quasi mai si svincola dalla propaganda. Dunque siamo al lordo di smentita, ma sembrerebbe che siriani e iraniani abbiano firmato accordi in materia di elettricità, petrolio e investimenti industriali. Dopo gli svariati miliardi di dollari forniti in aiuti e armamenti, dopo il miliardo per tenere a galla la lira siriana del 2013, questo nuovo finanziamento non ha ancora una quantizzazione. Ma pare che a mettere la firma sul nuovo aiutino sarebbe arrivato a Damasco, martedì, Ali Akbar Velayati, braccio destro di Al Khamenei, guida teologica iraniana.

La Siria versa in difficili condizioni economiche, è squarciata dalla guerra civile, ha larga parte del proprio territorio in mano allo Stato islamico o ad altri gruppi di ribelli. Gli alawiti, la setta di confessione sciita a cui appartiene il presidente e che rappresenta l’élite sociale (e settaria) del Paese, cominciano ad essere scontenti. Vivono male ─ anche nei quartieri sicuri di Damasco e lungo la costa di Latakia dove sono raggruppati ─ e aumenta la paura e la sfiducia sulle reali capacità del regime di difenderli dagli attacchi dei ribelli. Probabilmente qualche fazione più scettica avrà già cominciato a pensare che la deposizione di Assad potrebbe significare l’interessamento e l’aiuto internazionale: e allora, magari…

Di fatto, il territorio siriano, fatta eccezione delle aree abitate dai notabili e amici del regime e di quelle di stretto interesse iraniano, è completamente perso. (Una delle aree di interesse iraniano, è il corridoio che da al Quasair, sul confine libanese, si apre fino al centro della Siria verso Palmyra, città caduta da poco nelle mani d ell’IS la cui importanza va oltre al valore storico/artistico ─ di cui avrete sentito la cacofonica e spesso vuota copertura mediatica ─, ma ha un peso geopolitico. I campi gasiferi di Al Halil e Arak producono l’energia elettrica per Damasco e Latakia ─ e chi li sente gli alawiti al buio! Poi c’è la base militare, una delle più importanti, che ospita gli Scud ─ e dice Daniele Raineri sul Foglio, che ci si può scommettere su una parata dei miliziani dell’IS a cavallo dei missili balistici, anche se poi non hanno capacità di utilizzarli. Infine le linee di collegamento che portano, grazie all’autostrada M20, dritte verso Deir Ezzor ─ area che è già per larghe fasce sotto il controllo del Califfo, dall’altra parte del paese).

Dei confini geografici, il governo siriano controlla più soltanto quello con il Libano, e non è un caso. L’area è difesa da Hezbollah, il partito/milizia nazionalista sciita, che sembra quasi una ripetizione ridondante ricordare che in pratica è un’emanazione iraniana in Medio Oriente.

Pochi giorni fa, il leader politico e spirituale Hassan Nasrallah in una dichiarazione pubblica ha ricordato come il lavoro dei suoi nell’area di confine con la Siria, permetterà al Libano di restare lontano dal rischio di attacchi jihadisti. Una panzana propagandistica, visto che è stato proprio l’intenso coinvolgimento di Hez nella guerra civile siriana, per diretta volontà dell’Iran, a creare una crisi di sicurezza che parte dal nord e si diffonde in tutto il paese. Cellule di gruppi combattenti sunniti si nascondono a Beirut, e lo scorso agosto i ribelli siriani guidati dai qaedisti di al Nusra, sono entrati in forze nella città di confine (ma già in Libano) di Arsal. Nasrallah ha spiegato che sarà proprio lì il teatro di uno scontro epico con i sunniti. Nell’area, sopratutto nella zona di Qalamoun ─ dove i labili confini aridi e montagnosi siro-libanesi si perdono ─ il Partito di Dio è riuscito con un’offensiva aperta i primi di maggio a riconquistare 310 chilometri quadrati dei 780 di cui i ribelli avevano preso il controllo.

Qualche settimana fa, la zona fu teatro di due raid aerei israeliani (non i primi dall’inizio del conflitto siriano), diretti proprio contro un deposito di munizioni e un convoglio d’armi. Secondo le informazioni dell’intelligence israeliana che hanno fatto scattare l’attacco aereo, quelle armi erano missili a lunga gittata, fornite a Hezbollah dall’Iran. Da diverso tempo a Tel Aviv pensano che l’impegno della Repubblica Islamica in Siria, oltre che sulla necessità/volontà di non perdere un importante alleato/proxy in Medio Oriente, abbia anche come scopo l’approfittare della confusione della guerra civile per fornire armamenti ai libanesi (dove “libanesi”, sta per Hezbollah). I servizi di sicurezza interni israeliani, credono che a breve tempo ci sarà un remake del conflitto con Hez ─ l’ultimo si è chiuso nel 2006. L’altro ieri, il generale iraniano Yahya Rahim Safavi, consigliere militare della Guida suprema, è andato in Tv a dire che Israele deve tremare perché dal Libano (dove “Libano” sta per Hezbollah, ancora), ci sono 80 mila missili pronti ad essere lanciati, che potrebbero radere al suolo Haifa e Tel Aviv.

Se qualcuno pensava che la storia dei nemici esistenziali del sionismo, della volontà di imprimere la propria influenza in Medio Oriente, dell’agire secondo agende doppie, potesse venire meno con la riqualificazione diplomatica iraniana voluta dall’Amministrazione americana, si sbagliava, e di grosso. Sempre lì stiamo.


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