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mercoledì 15 aprile 2015

Un anno da #BringBackOurGirls

Il 14 aprile del 2014, un anno fa ieri, il gruppo salafita Boko Haram rapiva a Chibok, in Nigeria, oltre 200 liceali. La storia delle ragazze nigeriane rapite, aveva fatto il giro del mondo; l'indignazione globale era conseguenza delle dichiarazioni che arrivavano dal leader e dai comandanti del gruppo: le ragazze sarebbero diventate loro schiave sessuali.

La mobilitazione sui social network, sponsorizzata da personaggi del calibro di Papa Francesco e Michelle Obama, aveva creato non solo l'hashtag, ma pure i presupposti per un impegno militare internazionale contro i jihadisti nigeriani (ne avevo scritto su The Post Internazionale).

Parole più che fatti, alla fine. Perché l'Occidente è rimasto, a conti fatti, a guardare, mentre i Boko Haram prendevano il controllo di fasce sempre più ampie di territorio al nord della Nigeria a suon di stragi di civili. Sul campo è poi intervenuta una coalizione di Paesi africani limitrofi, riuscendo a fermare l'avanzata dei Boko, che tuttavia hanno trovato modo e spazio per proclamarsi affiliati allo Stato islamico (con un baya al Califfo) e per perpetrare i propri orrori.

AFP ha fatto un'infografica che indica i punti dove sono avvenuti altri rapimenti di giovani ragazze per trasformarle in mogli del jihad ─ oltre a quello noto alle cronache mondiali.


E così, a un anno dall'hashtag virale, non solo le ragazze non sono state ritrovate (sebbene alcune fortunate, nel tempo, siano riuscite a fuggire dai propri aguzzini), ma il numero di questo genere di crimini ha avuto una crescita 10x: secondo AFP, infatti, in questo momento le ragazze rapite dai guerriglieri di Boko Haram sono circa 2000.


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