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martedì 21 aprile 2015

La Libia, la soluzione, i migranti

(Pubblicato su Formiche)

L’Alto rappresentante UE per la politica estera e di sicurezza Federica Mogherini, un mese fa aveva annunciato che entro il 20 aprile avrebbe presentato all’Europa le sue proposte operative per una soluzione in Libia. Una “soluzione politica”, così viene chiamata la possibilità della pacificazione tra le due fazioni in guerra, magari abbinata a un modesto e puntuale ruolo militare: è questo il piano (noto) presentato in Lussemburgo ai ministri degli Esteri UE.

Il tragico disastro avvenuto nelle acque del Mediterraneo domenica (la morte di centinaia di persone, oltre 700, forse di più, per il rovesciamento di una barcone di migranti al largo delle coste libiche), ha portato la questione in un ordine secondario: ora l’argomento (schifosamente strumentalizzato da tutte le parti politiche in Italia) è il controllo dell’immigrazione, e della situazione libica se ne parla di riflesso.

Reuters scrive di aver preso visione di un documento in cui erano riportati le modalità con cui l’UE potrebbe sostenere il governo di unità nazionale libico, se i colloqui Onu dovessero chiudersi a buon fine ─ una circostanza comunque complicata. Nel paper si parla della possibilità dell’invio di navi nel Mediterraneo per controllare i traffici di petrolio e armi ─ il contrabbando è uno dei fattori di sostentamento dei gruppi combattenti ─ ma allo stesso tempo si teme che l’invio delle unità navali possa rappresentare un ulteriore pull factor per l’immigrazione: la flotta europea potrebbe essere vista dai migranti come un cardine da raggiungere per chiedere aiuto posto ancora più vicino alle coste libiche (su questa linea è pure il governo italiano). E il rischio di incrementare i flussi migratori, in questo momento, è uno di quelli da scongiurare; anzi, stando alle dichiarazioni espresse da Mogherini in questi giorni, il processo sarebbe strettamente legato all’instabilità libica, che dunque sarebbe la prima cosa da stabilizzare per bloccarlo. Come, non è troppo chiaro.

Nel documento visto da Reuters ci sarebbero altri richiami all’utilizzo di risorse militari, per esempio a protezione dei campi petroliferi internazionali, permettendo a questi di riprendere le operazioni ─ con le navi europee al largo, che farebbero anche da scorta per le petroliere da e per le raffinerie libiche. In questo momento a quanto pare sta lavorando soltanto Eni (c’era stata una storia pubblicata dal Wall Street Journal che raccontava di come la società italiana si fosse garantita l’operatività, attraverso allacci con i clan e le milizie locali), mentre le altre grandi compagnie si sono ritirate per ragioni di sicurezza. La produzione di petrolio libica è meno della metà di quella ai tempi di Gheddafi (non è un dato sufficiente a rimpiangerlo, comunque): farla rialzare sarebbe una questione di interesse per il Paese, che potrebbe tornare a ricavarne proventi ─ per finire in tasca a quale governo, è uno dei quid dei colloqui di pace.

L’invio di soldati e advisor civili, potrebbe, secondo il piano nel documento, essere anche un sostegno nel garantire la sicurezza dell’accordo di pace ─ anche garantendo il controllo sui cessate il fuoco locali ─, ma c’è sempre il “qualora dovesse essere raggiunto” a pesare. In più, sembra che la gran parte dei Paesi europei, hanno storto il naso davanti all’invio di soldati: tutti temono che possa essere molto rischioso.

Quella di Mogherini è sostanzialmente una multiforme missione di peacekeeping, a cui però manca l’aspetto centrale: la “peace”.

La soluzione

Mentre non si riesce a trovare una soluzione chiara e condivisa sulla situazione libica, cadono sull’Unione Europea le accuse dei gruppi per i diritti internazionali, per l’inattività davanti all’enorme crisi migratoria. Le operazioni di soccorso organizzate per il barcone rovesciatosi domenica (e quelle in corso in queste ore dopo il verificarsi di una situazione simile a Rodi), è ovvio che siano un intervento tardivo: tutti concordano che serva una pianificazione, ma sembra che nessuno si renda disponibile nell'attuarla ─ il premier inglese David Cameron ha detto di essere «con l’Italia», ma il suo governo ha fortemente sostenuto la cancellazione delle operazioni europee di “search and rescue” (SAR) nel Mediterraneo, sostenendo che potevano essere un altro pull factor.

La visita di Matteo Renzi alla Casa Bianca dello scorso venerdì, come atteso, non ha portato grosse novità: funzionari della Farnesina continuano a dire ai giornali che l’America considera il dossier-Libia una questione italiana, e le dichiarazioni ufficiali lasciano poco spazio all’immaginazione. Il tema dell’incontro è stato la crescita economica e il superamento della politiche di austerità europee ─ su questa posizione, Obama sa che Renzi è molto più ricettivo di altri premier europei . Una tattica studiata dall’entourage di Obama per declassare gli altri punti in agenda, come la situazione libica.

Molto più severo (e interessato) del presidente del Consiglio europeo Donald Tusk ─ che è uscito con le solite dichiarazioni di rito sulla tragicità delle vicende che arrivano dal Mediterraneo ─ è sembrato il primo ministro maltese Joseph Muscat. Malta è sulla rotta dei profughi e negli ultimi anni ha avuto grossi problemi con l’immigrazione, e Renzi non ha faticato troppo per coinvolgere Muscat nella questione. Una decina di giorni fa, i due premier hanno avuto un vertice congiunto in cui si è parlato molto di Libia («Intervento in profondità, responsabilità collettiva» è stato il riassunto fatto da Daniele Raineri sul Foglio). Sul piatto, oltre all’interesse comune per la sicurezza del Mediterraneo (Malta mantiene una vasta zona SAR e si trova molto vicina alle coste libiche), il piano per proseguire l’esplorazione dei giacimenti di greggio nel Canale di Sicilia sponsorizzato dall’Italia. E se questo piano esiste, fa notare Raineri, allora si presuppone che dietro ci sia una volontà di sistemare i gravi problemi di instabilità che affliggono l’area ─ cioè spingere una soluzione per la Libia. Tra i due in questo momento c’è molto feeling, tanto che Muscat è stato ricevuto lunedì da Renzi a Palazzo Chigi.

I migranti

La gente sta scappando dalla Libia a causa della guerra, e proprio la guerra tra le due fazioni (con la spaventosa presenza dello Stato islamico, che Baghdadi sottolinea a colpi di video propagandistici) è il perfetto scenario per i contrabbandieri: le persone fuggono spaventate (arrivando in Libia anche da sud, come spiegato in questa mappa dal Wall Street Journal) e chi gestisce i traffici si trova più “clienti” e meno controlli, proprio perché le forze di polizia locali non sono più in grado di garantirli a causa del conflitto interno. È noto dai racconti di diversi profughi, che a metterli sui battelli siano stati uomini legati alle milizie combattenti, che “lavorano” con le organizzazioni internazionali del traffico di uomini e i clan locali, facendo affari per finanziare le proprie brigate.

Più la guerra procede, più spazio c’è per questi criminali. Il problema è che a meno di colpi di scena, la potabilità di qualsiasi genere di piano presentato finora dall’UE è molto bassa, visto che, come si diceva, tutto è legato alla pacificazione tra le fazioni libiche ─ ci sono stati ulteriori incontri in Marocco, ma al di là degli sforzi e dell’ottimismo di facciata del delegato Onu Bernardino Leon, le distanze sembrano ancora grandi.

Nel frattempo il numero di vittime dell’immigrazione cresce clamorosamente: se i 700 morti di domenica dovessero essere confermati, i decessi dall’inizio dell’anno salirebbe a oltre 1500, cioè la metà del totale dello scorso anno, raggiunto in soli quattro mesi. L’eliminazione voluta dall’Europa del programma Mare Nostrum, in cui si era fortemente impegnato il governo italiano di Enrico Letta, sembra non essere stata la migliore delle soluzioni. Intervistato da Davide Vannucci per Linkiesta, l’analista italiano del European Council on Foreign Relations di Londra Mattia Toaldo, ha detto: «Non bisogna confondere un’operazione di controllo delle frontiere, come Triton, con una missione di salvataggio. Triton è un fallimento completo, e non solo per una questione di mezzi. Essenziale, infatti, è mettersi d’accordo su che cosa si deve fare, ed è salvare vite umane. Adesso l’Italia ha sopperito alle carenze di Triton con una serie di esercitazioni, che si sono poi trasformate in operazioni di salvataggio, come impone la legge del mare. Ma servirebbe di più, molto di più. Anche Mare Nostrum era insufficiente. Servirebbe un “Mare Nostrum plus”, rafforzato».

Giovedì è in programma un incontro straordinario del Consiglio europeo per parlare dell’emergenza immigrazione, e a caduta si tratterà anche di Libia. Formalmente, la via definitiva dovrebbe essere il sostegno al piano di dieci punti presentato dal Commissario agli Affari interni e all’immigrazione Dimitris Avramopoulos, che prevede un’implementazione del programma Triton.

Un appello per risolvere entrambe le questioni arriva da Misurata. Il portavoce della “città/stato” libica, Ramadan Maiteeg, ha detto all’Ansa che se l’Italia vuole risolvere il problema dei migranti, deve trattare direttamente con il governo di Tripoli, considerandolo come un’entità legittimata e chiedendo sponda sul controllo dei traffici ─ e implicitamente accettarlo come partner nella situazione libica. Circostanza quasi impossibile, dato che l’Italia ha sempre mantenuto un profilo equilibrato, pur parteggiando segretamente per il governo di Tobruk ─ quello che gode di più ampio riconoscimento internazionale. Le parole di Maiteeg sono importanti non tanto per quello che esprimo in sé, ma perché rappresentano un altro passaggio di quello che diversi analisti stanno evidenziando: Misurata, potentissima municipalità semi-autonoma, si sta creando un proprio spazio all’interno del conflitto e chissà se nelle prossime settimane non inizi a giocare un ruolo indipendente ─ ovviamente complicando ancora la crisi.


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