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giovedì 23 aprile 2015

La guerra in Yemen è tutt’altro che finita

(Pubblicato su Formiche)

Ufficialmente martedì 21 aprile l’Arabia Saudita ha annunciato la fine dei bombardamenti dell’operazione Decisive Storm in Yemen (a cui partecipano anche altri stati arabi, con l’appoggio logistico di Stati Uniti e Francia, e che era iniziata il 26 marzo).

Non c’è stata nessuna tregua e nemmeno nessun accordo, ma i sauditi ─ che non hanno escluso un ulteriore ricorso alle armi in un’operazione più limitata che va sotto il nome di “Restoration of hope” ─ dicono che questo è il momento di passare a una fase politica della crisi, perché l’obiettivo è stato raggiunto. Il New York Times è uno dei grandi luoghi del pensiero internazionale che si sta chiedendo a quale obiettivo si riferiscano a Riad. L’obiettivo con cui erano iniziati i raid, era quello di ricacciare indietro gli Houthi ─ i ribelli sciiti zaiditi del nord (legati all’Iran) che stanno scendendo verso sud dopo aver conquistato la capitale Sanaa e messo in fuga il presidente Abdel Mansour Hadi, rifugiato ad Aden, prima che i ribelli arrivassero anche là. Ma gli Houthi sono stati tutt’altro che sconfitti.

Secondo il Wall Street Journal dietro alla decisione saudita ci sono le forti pressioni statunitensi: la guerra non aveva sbocchi, ma il peso dei danni e delle vittime civili cominciava ad essere difficilmente sostenibile da Washington (e pure da Riad). In più ci sono in ballo fondamentali equilibri regionali tra le due grosse potenze dell’area, Arabia Saudita e Iran. Il giorno stesso dell’annuncio di Riad, era arrivata davanti ad Aden la portaerei americana “Theodore Roosevelt” scortata dall’incrociatore “Normandy”; Guido Olimpio riportava sul Corsera che i media americani avevano segnalato anche l’attività di numerose unità dell’Us Navy che si stavano muovendo nel Golfo verso le acque yemenite: i cacciatorpediniere “Sherman” e “Churchill”, 2 dragamine (“Sentry” e “Dextrous”), tre navi per operazioni anfibie, due rifornitori e un cargo d’appoggio. Queste unità navali americane si erano trovate a muoversi a poche miglia nautiche di distanza da altre navi da guerra, quelle mandate in zona da Teheran, inizialmente tre, a cui successivamente se ne sono aggiunte altre sette. Ufficialmente tutte le operazioni, sia di Iran che di Stati Uniti, erano missioni di sicurezza e controllo delle acque, ma è chiaro che dietro c’erano delicati passaggi di deterrenza ─ un ufficiale americano ha detto al WSJ che a seconda di come si muove Teheran potrebbe esserci uno «showdown».

Se questi sono i presupposti su cui si basa il futuro del deal nucleare, gli ottimismi obamiani dovranno essere rivisti, dato che la Repubblica Islamica non sembra interessata a rivedere il suo piano per la dominazione regionale e non rinuncia a politiche aggressive.

Secondo alcuni media internazionali, ci sarebbero accordi e incontri tra sauditi e iraniani sul cessata il fuoco, e l’Oman ─ paese neutrale del Golfo, equidistante (che significa “in ottimi affari”) a Teheran e Riad ─ starebbe compiendo un vero e proprio sforzo diplomatico in questa direzione.

Perché nel frattempo, al di là degli annunci ufficiali dei sauditi, i bombardamenti continuano: come ha ricordato al microfono di Radio Vaticana Paolo Lembo, coordinatore dell’Onu in Yemen, «c’è stata una riduzione, ma non una sospensione totale». Ufficialmente il motivo dei nuovi raid sauditi è la presa da parte degli Houthi ─ che a fronte dello stop di Riad non hanno fermato la loro offensiva appoggiata dal deposto presidente Saleh ─ di un paio di caserme nell’area di Taizz (seconda città del paese).

Le posizioni tra le parti in causa, sono molto distanti. Ai sauditi piacerebbe il ritorno al vecchio controllabile staus quo, cosa ormai impossibile. Gli Houthi vorrebbero gran parte del territorio conquistato, aspetto anche questo improbabile. Su tutto pesa un paese in crisi umanitaria, senza cibo, elettricità e acqua corrente, dove gli oltre mille morti (gran parte civili) dei bombardamenti sauditi sono un fardello minimo rispetto al rischio futuro.

Quando i sauditi si volteranno indietro, vedranno che nessuno dei problemi dello Yemen è stato risolto dal loro intervento militare, ha scritto in un fondo sul Guardian Tom Finn, giornalista inglese di Middle East Eye ex Yemen Times. Gli Houthi sono ancora lì, al Qaeda è ancora lì, Saleh è ancora lì, gli indipendentisti del sud sono ancora lì: «Se e quando l’Arabia Saudita dichiarerà la fine della guerra, ci saranno poche ragioni per credere che la lotta per lo Yemen finirà», scrive Finn.


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