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martedì 14 aprile 2015

Islamic State's leadership in Lybia

Qualche tempo fa, Daniele Raineri ha pubblicato un articolo sul Foglio in cui raccoglieva i nomi della catena di comando dello Stato islamico in Libia.

Si tratta di elementi di due generi: alcuni sono stati inviato direttamente dalla "testa" siro-irachena dell'organizzazione per facilitare e comandare l'espansione sul suolo libico; altri sono locali, alcuni provenienti dalle realtà islamiste presenti, altri sono ex lealisti del regime del raìs Gheddafi riciclati con l'IS (qualcosa di analogo si era registrato anche in Iraq, con i baahtisti di Saddam, soprattutto nell'area di Tikrit).

Oggi Raineri sul suo account Twitter ha fatto un recap di queste figure e dei relativi ruoli. Sono personaggi che vale la pena conoscere, anche e soprattutto per la rapida espansione che lo Stato islamico sta avendo in Libia; espansione che, come sosteneva giorni fa Mattia Toaldo del Ecfr in un pezzo che ho scritto per il Giornale dell'Umbria, rischia di trovare ulteriore spinta dal procedere della guerra civile — che sembra lontana dalla tanto attesa soluzione politica.





«Abu Nibal è iracheno, vero nome Wissam Zaid Abdul: era Emiro, vale a dire comandante dello Stato islamico nella provincia di Salaheddin, nell’Iraq centrale. E’ la stessa area dove in questi giorni le forze governative irachene stanno provando a riprendere la città di Tikrit, con l’aiuto di consiglieri militari iraniani. Il nome di Abu Nabil è apparso sui radar la prima volta a luglio, quando le forze irachene hanno ucciso il capo militare dello Stato islamico e hanno preso il suo computer. Come dice il suo nome di battaglia, “Al Anbari”, viene da Anbar, una delle aree più violente dell’Iraq. Dopo l’estate è stato mandato in Libia dal capo del gruppo, Abu Bakr al Baghdadi».


«Usama al Karrami, libico, (nella foto a fianco) capo dello Stato islamico nella zona di Sirte, dove lo Stato islamico è diventato particolarmente attivo di recente. Sulla spiaggia di Sirte sono stati decapitati i ventuno cristiani egiziani, come si vede nel video fatto circolare su internet a metà febbraio, e a sud della città ci sono i tre pozzi petroliferi assaltati dallo Stato islamico (che ha ucciso le guardie e ha sequestrato gli stranieri). Al Karrami appare in molta della propaganda dello Stato islamico in Libia,mentre predica alla folla a Derna a dicembre 2014, mentre pattuglia il mercato di Sirte (vedi foto sotto il titolo) e mentre parla a una cosiddetta seduta “di pentimento”, in cui quaranta agenti del ministero dell’Interno libico chiedono allo Stato islamico di essere perdonati per avere salva la vita. Al Karrami è parente e faceva parte del clan di Ismail Karrami, capo dell’agenzia antidroga ai tempi di Gheddafi e leader di una milizia gheddafiana durante la rivoluzione, una piccola conferma del fatto che alcuni sostenitori del Colonnello si sono riciclati dentro lo Stato islamico, come è accaduto in Iraq, dove alcuni ex ufficiali di Saddam Hussein sono oggi comandanti dello Stato islamico».

«Abu Bara’ al Azdi, è un predicatore yemenita mandato anche lui dalla Siria alla Libia per ordine di Abu Bakr al Baghdadi. Al Azdi compare per la prima volta in Libia in una corrispondenza dell'agenzia Associated Press a ottobre. E’ stato nominato “Wali”, vale a dire governatore, del Wilayah di Barqa, che è il nome che lo Stato islamico dà alla Cirenaica, vale a dire l’est della Libia che fa capo alla città di Bengasi. Gravita attorno a Derna, una piccola città sulla costa dove lo Stato islamico è molto forte».
«Abu Habib al Jazrawi, anche lui mandato in Libia da Al Baghdadi. Come indica il nome di guerra – “Al Jazrawi” – viene dall’Arabia Saudita. Il suo ruolo è quello di mentore spirituale dello Stato islamico e segue la lezione di un altro predicatore del gruppo, Turki al Binali, che l’anno scorso predicava a Sirte in Libia e oggi è al fianco di Baghdadi a Mosul. Anche Al Jazrawi sta a Derna, secondo i servizi di sicurezza tunisini è coinvolto in un piano per far arrivare cinquanta volontari arabi dello Stato islamico in Tunisia dai paesi del Golfo (come Arabia Saudita e Kuwait)».


In più c'è anche Abu Iyad al Tunisi, «tunisino, vero nome: Seifallah ben Hassine (nella foto a fianco). Capo del gruppo Ansar al Sharia in Tunisia, ha combattuto in Afghanistan, è stato arrestato in Turchia nel 2003 e condannato in Tunisia a 43 anni di carcere, è stato liberato grazie all’amnistia dopo la rivoluzione del 2011. Il suo gruppo ha anche progettato un attacco all’ambasciata americana a Roma, mai avvenuto. Ha guidato l’assalto all’ambasciata americana a Tunisi nel settembre 2012, poco dopo la polizia lo raggiunse e lo circondò nella moschea in cui predicava, la El Fateh, ma lo lasciò andare dopo un negoziato molto teso per evitare uno scontro diretto. E' fuggito anche lui in Libia assieme a Rouissi perché implicato nei due omicidi politici di Belaïd e Brami: Rouissi è andato nella zona di Sirte mentre Abu Iyad nell’area di Sabrata, molto vicino al confine con la Tunisia».


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