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venerdì 17 aprile 2015

I sauditi non sanno più che fare in Yemen, e intanto al Qaeda s’ingrossa

(Pubblicato su Formiche)

Poche ore fa, Micah Zenko, Douglas Dillon fellow al Council on Foreign Relations di New York (il miglior giovane dell’istituto di ricerca) e columnist per Foreign Policy, postava in un tweet un passaggio di un articolo del Los Angeles Times in cui un anonimo funzionario del governo americano definiva «a disaster» la situazione in Yemen, e incalzava che i sauditi non avevano alcun piano realistico per una soluzione “oltre i bombardamenti”. Zenko aggiunge che, più o meno, quelle dette dall’insider al LATimes, erano le stesse parole che si era sentito rispondere ogni volta che lui stesso affrontava confidenzialmente l’argomento con altri funzionari di Washington. il guaio ulteriore, è che colui (o colei) che ha parlato al LAT era sufficientemente aggiornato dall’impressione che il generale Lloyd Austin, capo del CentCom, aveva avuto al ritorno da una visita lampo a Riad (giovedì), per avere aggiornamenti sui piani militari. Austin da bravo soldato nei commentati ufficiali ha comunque parlato dell’incontro con i vertici militari sauditi ribadendo la disponibilità nei confronti dell’«amico di lunga data e alleato» nel Golfo.

Ma è ovvio, anche dai comportamenti del presidente Obama, che gli americani comincino ad avere un po’ di imbarazzo nel gestire, quanto meno a livello mediatico, la collaborazione con i sauditi, soprattutto sul fronte delle vittime civili ─ che sembrano aver abbondantemente superato i 300, secondo i report di Human Right Watch. Gli americani stanno fornendo intelligence e velivoli da rifornimento, che si muovono appena fuori dallo spazio aereo yemenita, permettendo ai caccia arabi di tornare più rapidamente sul teatro operativo. La scorsa settimana, il Wall Street Journalscriveva di uno step up americano nelle operazioni militari. Il numero dei consiglieri americani al centro operativo di Riad è stato aumentato di 8 elementi (ora sono 20): si tratta di funzionari militari che verificano l’esattezza dell’elenco delle destinazioni dei raid, attraverso immagini ─ ora più dettagliate ─ fornite dagli aerei di sorveglianza. Chiaro che a sganciare le bombe restano gli aerei del Consiglio di cooperazione del Golfo (GCC), ma altrettanto chiaro è che gli americani che si occupano del targeting si sentano addosso il peso dei troppi errori (e il riflesso sull’opinione pubblica): l’Onu ha denunciato che tra gli obiettivi sono finiti aree residenziali, ospedali, scuole e moschee.

Messe come stanno le cose, appare evidente che a Washington abbiano difficoltà a sganciarsi dalla vicenda yemenita, dopo essersi trascinati così a fondo per una questione di pragmatica convenienza. «Stiamo facendo questo non perché pensiamo che sarebbe un bene per la politica dello Yemen, lo stiamo facendo, perché pensiamo che sia un bene per le relazioni USA-Arabia Saudita» ha detto Ilan Goldberg, ex funzionario dell’amministrazione Obama e ora al think tank Center for New American Security. Sullo sfondo l’accordo sul nucleare con l’Iran ─ che l’Arabia Saudita vede come nemico esistenziale. Il mese prossimo è in programma a Camp David un vertice tra Stati Uniti e GCC: il deal iraniano sarebbe dovuto essere “il” tema, ma stante la situazione in Yemen diventerà soltanto uno scomodissimo argomento di riflesso.

L’operazione Saudi-led che va sotto il nome Decisive Storm, è stata ribattezzata da alcuni “Indecisive Storm”, tanto non è riuscita né a bloccare né ad intimorire i ribelli, che sono molto più tenaci delle previsioni, complice anche l’ampia disponibilità di armamenti ─ il portavoce della Casa Bianca Josh Earnest ha detto giovedì che gli Stati Uniti hanno indicazioni che l’Iran sta fornendo armi agli Houthi, anche se non è chiaro se dietro alle operazioni militari ci sia una regia diretta di Teheran, argomento che sarà di sicura discussione a Camp David.

Allo stesso modo della campagna militare, anche l’attività diplomatica stalla. I sauditi pretendono il reintegro completo del fuggitivo presidente Abdu Mansour Hadi, e contemporaneamente vogliono il disarmo degli Houthi e l’abbandono di tutti i territori conquistati. Inutile dire che si tratta di richieste inverosimili, tanto che da ambienti informati vicini alla Casa Bianca non escludono l’apertura di una linea di comunicazione diretta USA-Houthi.

Il nemico al Qaeda

Che la diplomazia avesse fallito, c’è stata la prova definitiva mercoledì, con le dimissioni dell’inutile delegato Onu, il marocchino Jamal Benomar, che aveva perso il sostegno più o meno di tutti. Benomar ha lasciato con una dichiarazione preoccupante, sostenendo che le circostanze imposte dalla guerra civile, sono state un ottimo bacino colturale per al Qaeda, che ha sviluppato rapporti con i leader tribali che prima non aveva. (Non uno scoop, chiaro).

In Yemen “la Base” va sotto il nome di Al Qaeda nella Penisola Araba (Aqap), che è la più attiva delle entità affiliate all’organizzazione guidata da al Zawahiri, tanto che l’egiziano aveva affidato al gruppo yemenita l’incarico (e l’onore) di compiere operazioni (attentati) all’estero ─ due degli attentatori alla redazione del giornale francese Charlie Hebdo si erano addestrati con l’Aqap.

In questi giorni i qaedisti hanno conquistato il controllo dell’aeroporto Riyan di Mukallah e della vicina base militare («La quinta più grande del paese» ha scritto il New York Times), e hanno preso lo stabilimento petrolifero di Dhabah sul Mar Arabico. Tutto nell’area di Mukallah, il capoluogo della provincia meridionale di Hadramaut: la scorsa settimana avevano assaltato la prigione cittadina liberando diversi carcerati esponenti del gruppo, e svuotando la Banca centrale.

L’Arabia Saudita sta concentrando i suoi sforzi militari esclusivamente contro i ribelli sciiti, che sono i principali nemici di Aqap: circostanza che per sommatoria spianano il campo ai qaedisti che continuano a conquistare terreno e potere ─ sebbene la scorsa settimana abbiano subito un duro colpo, con l’eliminazione di uno dei leader ideologici, Ibrahim al Rubaish, ucciso dal missile di un drone americano (e a quanto pare altri due oggi).

E secondo le voci che arrivano dagli attivisti sul campo, i comandanti militari dell’esercito regolare di stanza nelle zone sud-meridionali del Paese, hanno iniziato la fuga, in vista dell’arrivo delle forze dell’Aqap.


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