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lunedì 27 aprile 2015

Guerra in Siria: nuove traiettorie, vecchi metodi

(Pubblicato su Formiche)

Arrivano in queste ore i primi report sui nuovi attacchi con barrel bomb al cloro nella provincia di Idlib (girano informazioni che parlano della morte di 73 civili sotto le bombe a Idlib altri 53 a Darkoush dove l’aviazione siriana ha colpito un mercato).

L’area è oggetto della forte offensiva dei ribelli su Jisr al Shakhour, coordinati in una coalizione che va sotto il nome di Jaysh al Fatah, che raccoglie vari gruppi come Arhar al Sham e Jund al Aqsa, e in cui la Jabhat al Nusra ha un peso importante in termini numerici, di coordinamento e di attività ─ per esempio, la coalizione all’alba odierna è riuscita a rinforzarsi ulteriormente, prendendo possesso di uno dei più grossi depositi di armi del nord ovest che si chiama Camp Qarmeed, tutto grazie all’azione suicida apripista di due uomini di al Nusra.

Se i report verranno confermati, si tratta della solita reazione del regime siriano, che una volta perso territorio avvia operazioni di rappresaglia indiscriminata sulle aree conquistate dai ribelli: si scrive “indiscriminata”, sia perché la volontà di Assad è quella di colpire indistintamente combattenti e civili; sia perché gli elicotteri dell’esercito che sganciano i barili bomba, anche volessero, non possono avere una seria discriminazione del bersaglio usando certi ordigni rudimentali.

L’avanzata su Jisr è un’importante traiettoria al nord, ed ha un valore cruciale. Innanzitutto ha dimostrato come il coordinamento tra i ribelli sia necessario per poter battere i soldati del regime ─ il problema che questa compattezza di solito ha una data di scadenza molto breve, con coalizioni momentanee che si disfanno rapidamente, anche se sembra che “l’esperienza” abbia un rebrand ad Aleppo (dove però non partecipa al Nusra).

Poi c’è l’aspetto puramente strategico: consolidare le posizioni su Jisr al Shakour significherebbe aver il controllo di aree che si trovano sulla strada per Latakia ─ ora i ribelli si dirigono verso la base militare di Mastouma, per rafforzarsi ulteriormente. Latakia, città costiera che guarda Cipro, è la capitale del clan alawita di Assad, la roccaforte del potere presidenziale: in tutti questi anni di guerra, gli scontri sono stati sempre tenuti a debita distanza dall’area occidentale, spesso anche a discapito di altri territori.

Elementi che concorrono anche nell’aspetto psicologico dell’avanzata. Insieme, in questo, si somma anche che vincere a Jisr significa aver sconfitto una delle figure leggendarie della narrativa del regime, Suheil al Hassan, detto “al Nimr”, “la Tigre”, uno dei colonnelli più spietati dell’esercito assadista, a cui il presidente affida “carta bianca” (definizione che in Siria può prendere declinazioni spietate) durante le operazioni da lui condotte.

Da quando il Free Syrian Army ha perso importanza all’interno delle coalizioni ribelli, e da quando quell’importanza ha cominciato ad acquisirla al Nusra ─ ponendosi in una linea più moderata, interessata e partecipativa rispetto allo Stato islamico ─ le forze ribelli hanno cominciato a girare meglio. Atroce pensarlo per l’Occidente che ha sempre creduto nel ruolo dell’FSA come boots on the ground contro Assad, ma tant’è.

È ormai chiaro che Assad comincia ad avere problemi militari. Due giorni la Tv al Mayadeen (pro-Assad) ha ufficialmente confermato la morte del super potente capo della sicurezza politica siriano, il generale Rustom Ghazaleh. Le storie semi-ufficiali dicono che è morto dopo essere stato picchiato ─ era da un po’ ricoverato in ospedale in condizioni critiche. Il regime ha raccontato una favola secondo cui ci sarebbe stata una violenta lite tra lui e un altro alto funzionario dell’esercito, Rafiq Shehadeh, su chi doveva difendere la città di Deraa dai ribelli. La lite per eroismo nazionale è poco credibile, dato che l’eventuale “killer” Shehadeh sarebbe stato “premiato” pochi giorni fa con un promozione. È molto probabile, invece, che il generale Ghazaleh sia morto a seguito delle ferite riportate dalle torture subite in carcere, dove era finito per motivi ignoti (forse stava pensando di disertare, forse era implicato in un storia di truffa alla banca libanese al Madina, forse una delle tante faide interne). Il nome di Ghazaleh è legato (come quello della al Madina Bank) all’assassinio del primo ministro del Libano (dov’era operativo) Rafiq Hariri, avvenuto nel 2005. In quell’anno, il predecessore del generale, Ghazi Kanaan, era stato misteriosamente trovato morto: ufficialmente un suicidio, ma in molti pensano a un assassinio del regime ─ Kanaan e Ghazaleh sono le due figure che stanno anche dietro alla morte dell’ex primo ministro siriano Mohamud Zuabi nel 2000. Circostanze simili toccarono a Jameh Jameh, capo dell’intelligence militare, coinvolto anche lui nell’assassinio di Hariri, e trovato morto due anni fa. La Siria è l’unico stato in cui i quadri del regime continuano a scomparire in circostanze misteriose, per poi riapparire suicidi o deceduti per morti naturali: è di questi giorni la notizia dell’arresto di Munthar al Assad, cugino del presidente e funzionario dell’intelligence interna, imprigionato ufficialmente per questioni di sicurezza. Da notare che sarebbe il quarto cugino di Assad, dopo Hilal, e Muhammad Tawfiq, e Fawaz, la cui scomparsa si lega a circostanze abbastanza misteriose.

Alcuni analisti credono che “il Dottore” (come chiamano Assad in Siria) stia procedendo in una sorta di repulisti all’interno dei notabili del regime. Le motivazioni potrebbero essere, visto anche le difficoltà sul campo, la paura di tradimenti, oppure la necessità di scrollarsi di dosso certi elementi implicati in casi discutibili, nell’ottica della riqualificazione diplomatica che sta interessando la Siria come interlocutore nella lotta al terrorismo islamico.

Ad impensierire militarmente Assad, c’è anche l’ampia attività che si sta registrando al nord, nell’area di confine con Libano e Israele: la zona rappresenta un altro shift cruciale del conflitto siriano. Secondo i report di Al Jazeera e Al Arabya, negli ultimi giorni l’aviazione israeliana avrebbe colpito tre volte (sembravano quattro, ma c’è stata una smentita sull’ultimo attacco di domenica notte). Nei primi due raid, avvenuti nella zona di Qalamoun, sarebbero stati colpiti un deposito di missili a lungo raggio, che sembra siano stati stoccati in territorio siriano dal gruppo libanese filo-iraniano Hezbollah, e un convoglio di Hez che trasportava armi. Israele, come altre volte, non ha commentato. Un altro raid aereo ha avuto come obiettivi tre o quattro uomini armati che avevano attraversato il confine israeliano dalla parte siriana del territorio conteso delle Alture del Golan ─ in questo caso l’azione è stata rivendicata da IDF.

Israele ha sempre cercato di tenersi fuori dal conflitto siriano, ma al tempo stesso ha applicato una politica dura nei confronto del trasferimento di armi ad Hezbollah, di cui accusa la Siria e l’Iran. Linea ribadita dal ministro della Difesa Moshi Yaloon domenica dal quartier generale della Difesa a Tel Aviv.

Ma le paure su possibili “ammutinamenti” assumono ancora più consistenza se non si guarda soltanto al quadro militare ─ che come detto è critico a livello generale ─ e si va ad analizzare la situazione economica siriana. Se prima del conflitto il rapporto tra Lira siriana e Dollaro era attestato sul 50 a 1, in questo momento la Siryan Central Bank cambia a 189 (l’andamento degli ultimi 5 anni in grafico) ─ con tassi che al mercato nero arrivano a 300. Come ha scritto Daniele Raineri del Foglio su Twitter, genericamente parlando il valore della lira siriana funziona come un indice di fiducia a lungo termine. Dunque più è basso, più la stabilità barcolla, meno la Siria è affidabile. E più la comunità alawita comincia a sentirsi addosso il peso del conflitto.


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